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Citazioni di Géza GárdonyiModifica

  • Cerco l'albero che amo sempre di più nella mia vita: il pioppo. È vero che non dà ombra e non porta frutti, ma c'è qualche cosa nella sua solitudine e nella sua elevatezza che mi piace. Se morirò vorrei che si piantasse sulla mia tomba un pioppo. Caro mi è il pensiero di divenire una volta un pioppo e stare là come ho vissuto guardando sempre in cielo, di giorno le nuvole, di notte la luna e le stelle.[1]

Gli schiavi di DioModifica

  • Il malato avvolse il fanciullo d'uno sguardo affettuoso:
    – Ti dirò una cosa . Una cosa per giorno. Perché tu te la metta bene in testa. Vedi, ogni uomo... vale... a seconda di quello che sa. Se poi sa qualcosa... che nessun altro sa... vale più di tutti. Promettimi che non racconterai a nessuno... quello che ti dirò. Soltanto quando... anche tu sentirai vicina la morte... come la sento io... Allora a colui... che tu ami di più...potrai dirlo... me lo prometti? Il fanciullo [Jancsi] accennò di sì. (János, Parte prima, pp. 10-11)
  • [...] – Non capisci? Il seme è la vita. Il bulbo è la putredine. La vita sorge dalla putredine... Ma ogni pianta ha un carattere proprio. Come gli uomini. Bisogna cercar di conoscerla. (János, Parte prima, p. 11)
  • La compagnia si diresse verso il refettorio, ma non vi entrò. I passi risuonarono sul corridoio che conduceva verso la cappella. Jancsi rimase in giardino. Mai il sole splendette su un uomo più felice. L'aveva vista così da vicino! Aveva ammirato quel piccolo volto sottile, quei puri occhi neri che s'erano fissati nei suoi, le aveva offerto da bere e aveva udito la sua voce dirgli: – Grazie!
    Perché non era possibile fermare la corsa del tempo, rimanere perennemente in quello stato di assoluta felicità, udire per tutta la vita la voce di Margit che sussurrava: – Grazie!
    Ma questo, Jancsi lo pensò soltanto più tardi, dopo molti anni. (Parte prima, p. 65)
  • [...]Dimmi non hai mai visto un pellegrino?
    –Sì che l'ho visto.
    – Ecco: il frate è un pellegrino sulla terra. Per questo a lui non occorrono le cose per le quali s'affannano abitualmente gli uomini; ma gli occorre il cielo, l'amore di Dio, la compagnia degli Angeli, il candore dell'anima e le preghiere che lo sollevano in alto. Vedi, figlio mio, tu sei capitato fra tali uomini. Sei contento?
    – Sono contento! – rispose Jancsi commosso. (Padre Márton, Parte prima, p. 105)
  • Jancsi, in quella sua triste solitudine, s'annoiava terribilmente. Volse lo sguardo al soffitto. Vi era dipinto il cielo. Sotto c'era un uomo con una barba bianca, mezzo nudo, al cui fianco stava un uomo giovane, egli pure mezzo nudo, che teneva fra le mani una grande croce. Sopra le loro teste sembrava volare una colomba bianca. Tutto intorno una moltitudine di vescovi, di preti, di monache e di angeli. Jancsi vide anche dei gentiluomini, ma di contadini, benché li cercasse, non ne vide neppure uno. (Parte prima, p. 133-134)
  • Margit, prendendo sottobraccio una delle quattro fanciulle, si accompagnò con loro. quando si fermarono, essa pure si fermò non staccando gli occhi da Jancsi, alzando la mano alla fronte per ripararsi dai raggi del sole. (Com'è bianca la sua mano). Ad un tratto essa si chinò e colse un tulipano rosso.
    Guardando il ragazzo con occhi sognanti, con gesto quasi inconscio, si pose il fiore fra i capelli sopra l'orecchio.
    – Margit! – esclamò suor Olimpiades – Che hai fatto? [...] Margit sussultò. Arrossì violentemente, vergognosa. Con lento gesto si levò il tulipano dai capelli e si volse, prendendosi il volto fra le mani. (Parte prima, p. 161)
  • [...] L'uomo immerso nella vita del corpo non sente mai l'«io». Non potrebbe mai dire: «io» sono felice. La «mia» vita è bella. L'«io» è privo di luce e di colore come il diamante in un anello gettato nelle immondizie. Perciò noi soffriamo, lo si voglia o no, perché la nostra anima si purifichi e si rafforzi. (Frate Abris, Parte seconda, pp. 258-259) [a Jancsi])
  • Nella sala, per qualche tempo, regnò un gran silenzio. Il re slovacco [Ottocaro] osservò ad uno ad uno i dipinti sul muro. Accennò alla immagine di Santa Erzsébet e domandò in tono rispettoso:
    – Chi è quella santa?
    – La mia sorella minore – rispose re Béla – è Santa Erzsébet.
    – E quell'altro santo?
    – È il mio fratello maggiore: il re San László.
    – E questo?
    – È mio nonno, il re Santo István.
    Il re slovacco, dopo ogni risposta, faceva cenni rispettosi verso l'immagine dei santi. (Parte seconda, p. 269)
  • [Frate Jackab scopre fogli scritti da Jancsi] [...] Poté decifrare con grande difficoltà: «[...] Abbandono tutto, getto tutti i tesori nell'acqua, ma un'immagine la porterò con me, chiusa nel mio cuore. È l'immagine di una fanciulla, d'una santa fanciulla. La sua immagine è nascosta in fondo al mio cuore come quella della Santa Vergine in fondo ad un bosco, sul tronco d'un albero secolare.
    Non puoi portare nulla, neppure nel cuore. Tu vieni dal mondo della tristezza dove anche il pensiero è sofferenza. Noi ti faremo bere alla fonte dell'oblio...
    Non posso seguirvi, allora. Le bellezze dell'isola eterna non mi sono care come quell'immagine, come la mia dolce tristezza...
    » (Parte terza, pp. 317-318)
  • [Nei fogli nascosti di Jancsi] [...] Nel monastero vive un uomo che ti pensa ogni giorno. Ti pensa dal primo giorno della primavera, dalla primavera della vita umana.
    Il tuo pallido volto biancheggia nel mio cuore come l'immagine d'una stella che si riflette nello specchio d'un lago.
    Il lago non può sperare che la stella abbandoni il cielo per posarsi sul suo specchio argenteo...
    (Parte terza, p. 319)
  • [Nei fogli nascosti di Jancsi] [...] L'uomo può giungere in mari lontani, può giungere nei luoghi più remoti del mondo. Forse anche là dove il sole riposa durante la notte. Tu vivi vicina a me, tu, mia anima gemella, tu, colomba mutata in fanciulla, tu sogno vivente! Eppure sei irraggiungibile! (Parte terza, p. 320)
  • Forse il più bel fiore è la rosa. Ma il giglio è così pieno di mistero!
    Dove prende il giglio quel biancore stupendo?
    Dalla terra?
    La terra è nera.[...] (Jancsi,Parte terza, p. 371)
  • [Il giglio] [...] Di giorno non si sente il suo profumo, pare che nasconda ogni tesoro in sé. Bisogna avvicinarsi ad esso, curvarsi sopra il suo calice bianco per ricevere qualcosa dal suo respiro. Di notte, nel buio, soltanto questo fiore è sveglio nel gran silenzio delle stelle. Il suo biancore risplende nel buio e riempie il giardino d'un dolce profumo.
    Perché cerca di nascondersi durante il giorno? Perché emana il suo profumo soltanto di notte? Perché è più bianco? Perché è più profumato di altri fiori? (Jancsi, Parte terza, p. 371)

ExplicitModifica

Jancsi le s'accostò e le pose sul petto il mazzo de' gigli.
Li avevo fatti crescere per te. Sono tuoi, giglio di Dio!
E nel chinarsi le sue labbra sfiorarono leggermente le piccole labbra della morta.
Quando uscì di chiesa, a passi lenti, si premette le palme contro le tempie, poi, sospirando profondamente, si appoggiò al muro. Gli occhi gli si empirono di lacrime.....ed egli le lasciò scendere, piano, sul volto.

Dio ha nascosto il cuore dell'uomo perché nessuno possa vederlo.

Quel misterioso terzoModifica

IncipitModifica

Dovetti aspettare a lungo nella stazione. La violenta nevicata aveva fatto ritardare tutti i treni. A mezzodì il portiere ci annunziò che il treno di Debrecen sarebbe arrivato appena la sera e quello di Kassa verso la mezzanotte.

CitazioniModifica

  • Ogni marito porta scritto sul volto il certificato di matrimonio: se cioè ha una moglie buona o cattiva. (p. 19)
  • Archimede chiese un fulcro in cielo per muovere la terra. Io invece, amico mio, se avessi un tal fulcro, vi attaccherei il mondo perché non si movesse. L'indipendenza e la tranquillità sono l'aria dell'anima mia. Null'altro ho chiesto mai a Dio [...] (Michelino, p. 26)
  • Strano che gli infelici si uniscono istintivamente. Sentono fra loro una parentela, come i massoni, come gli esuli. Essi sono gli esuli terreni del cielo. (Michelino, p. 50)
  • [Marietta parla a Michelino] – [...] Anche il fiore è un'anima, come l'uomo, salvo ch'esso non ha coscienza di sé. Anche noi fummo un tempo siffatti fiori.
    – Non lo crede mica sul serio?
    – Oh, sì. Non vede i continui mutamenti della natura? Ne parlano anche gli scrittori antichi. Questo è appunto l'argomento dei racconti di Ovidio. Gli antichi però non videro mai una cosa: che la trasformazione è accompagnata dalla perfezione. (pp. 70-71)
  • Dicono che l'olio acqueta il mare in burrasca. Ma che cosa può acquetare il cuore in tempesta dell'uomo?
    Invano ti applichi alle tempie la fredda filosofia di Schopenhauer, invano cerchi d'immergerti in altri pensieri: due fuochi sono impossibili a spegnersi: quello del vulcano e quello del cuore ardente. (Michelino, p. 83)
  • Io credo che noi due fummo veramente fratelli, e la nostra simpatia si manifesta allo stesso modo che il canto d'un uccello cresciuto in prigionia: un bel giorno esso apre il becco e canta il canto innato nel suo cuore. Non lo udì, non lo apprese mai prima, eppure lo canta. La simpatia è un amore che portiamo con noi dalla nostra vita precedente. (Marietta, p. 110) [a Michelino]
  • [...] i sensi dell'uomo petreo si ravvivano, quand'egli si trova in mezzo al suo vero mondo. Esso è trattenuto tra le pietre dal solo desiderio di guadagno, e la donna e la famiglia sono costrette a rimanervi con lui. Ma il mondo cittadino è per l'uomo ciò ch'è l'acqua dell'acquedotto per il pesce dorato. (Michelino, pp. 155-156)
  • Oh! amico, l'anima della donna è un gran mistero! Un gran mistero perché vive di sensazioni. Le sensazioni, finora, furono poco esaminate dalla filosofia. Si disse che ogni sensazione era un egoismo. Non è vero. Le sensazioni sono grandi e meravigliose correnti psichiche. Il loro esame riempirà di sacro fremito i filosofi dell'avvenire. (Michelino, p. 165)
  • Non c'è felicità perfetta sulla terra! Dobbiamo soffrire, amico mio, anche quando tutti i fiori della felicità si piegano verso di noi. Marietta dice che una volta noi vivevamo nell'eternità e che il nostro libero arbitrio ci ha fatti allontanare da Dio. Può darsi che noi fummo quegli angeli di cui la Sacra Scrittura dice che caddero. C'ingolfammo in un gran mondo fuligginoso ed ora dobbiamo purificarci con lagrime e sofferenze. La terra è il luogo dove dobbiamo purificarci. (Michelino, p. 203)

Citazioni su Géza GárdonyiModifica

  • Nel suo stile, in quella magnifica, parca e sempre efficace lingua magiara, pulsa un ritmo di nobile musica. Questo si capisce: intorno a lui la terra e il cielo, l'erba e l'albero, tutto l'universo ha un'armonia musicale. Egli è il poeta più morale e più casto. (Ferenc Herczeg)
  • Egli era non solo il sacerdote, ma anche l'asceta della poesia. (Ferenc Herczeg)

NoteModifica

  1. Citato da Ignazio Balla nella prefazione di Quel Misterioso Terzo.

BibliografiaModifica

  • Géza Gárdonyi, Gli schiavi di Dio, a cura di Filippo Faber, Utet, Torino, 1967.
  • Géza Gárdonyi, Quel misterioso terzo, prefazione di Ignazio Balla, traduzione di Silvino Gigante, S.A.Editrice Genio, Milano, 1934.

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