Francesco Malaguzzi Valeri

storico dell'arte e numismatico italiano

Francesco Malaguzzi Valeri (1867 – 1928), storico dell'arte e numismatico italiano.

L'architettura a Bologna nel Rinascimento

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  • È noto, e ce lo assicura il Burselli[1] ne' suoi annali bolognesi, che Pagno[2] fu l'architetto del più ricco palazzo di Bologna ed uno dei più vasti in Italia, il palatium regale dei Bentivoglio.
    [...]. A quanto assicurano i contemporanei, il palazzo era ciò che di più grandioso potesse sognare la fantasia di un ambizioso mecenate e del più ricco principe di quel secolo. Era provvisto di un vestibolo, di cortili, di dugentoquarantaquattro camere, e armerie, scuderie, giardini ornati di statue e di fontane e si estendeva fino al Borgo della Paglia in cui era la facciata posteriore, sicché i lati dell'edificio misuravano ciascuno quattrocento venti piedi. (cap. II, p. 58)
  • Il palazzo [Bentivoglio] che, sebben costrutto in mattoni, vinceva in bellezza quello dei Medici di Firenze e quello dei Montefeltro in Urbino, parve a un contemporaneo, il Burzio[3], luogo degno d'imperatori e l'Alberti aggiunse che era «cosa molto meravigliosa e da ognuno fu stimato che questi edifici non fossero condotti a tal grado con meno di centocinquantamila ducati d'oro» somma enorme per quei tempi. Ma di tanta ricchezza, a cui gli affreschi del Francia e del Costa che vi avevano svolto le storie di Oloferne e della guerra di Troia aggiungevano le grazie della pittura, per la vendetta dei nobili di parte avversa e per l'ignoranza della plebe ansiosa di nuova signoria, non rimase traccia e nel 1507 tutto fu preda delle fiamme divoratrici che, ricordano le cronache, illuminarono tristamente la città per settimane intere. (cap. II, p. 58)
  • Di una tal reggia [il palazzo Bentivoglio], che se fosse tuttora in piedi trarrebbe in pellegrinaggio gli studiosi dell'arte dal mondo intero, non ci rimane nemmeno il piccolo conforto di conoscere il disegno esatto. (cap. II, p. 58)

La corte di Lodovico il Moro

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I. La vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento

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  • Quasi presago della sua prossima fine il giovane duca [Gian Galeazzo Maria Sforza] passò l'anno intero a Pavia e nei dintorni in continui sollazzi. Sembra ch'egli volesse godersi nei pochi mesi della primavera e dell'estate, tutta la serie dei passatempi concessigli. La moglie, la giovane Isabella, non meno gaia e spensierata del marito finché la salute di costui fu buona, condivideva quasi tutti i suoi spassi. Sovente salivano ambedue in groppa allo stesso cavallo, e, come giovani centauri, si lanciavano a corse pazze attraverso i boschi e le brughiere. Altra volta, più dimessamente, girellavano quà e là nei viali del bosco ducale che circondava il ricco castello – (vedremo a suo tempo quali meraviglie di lusso e di eleganza il castello di Pavia raccogliesse) – e finivano nel zardinetto a prender il fresco o nell'orto a raccoglier asparagi e insalata. (vol. 1, cap. III, p. 53)
  • Nonostante la sua fiducia negli astrologi Lodovico il Moro non arrivò fino a permettere che essi, col pretesto di predire il futuro, s'occupassero di politica e si sostituissero a lui. Quando – nell'estate del 1485 – certo maestro Leone medico solennissimo, grande astrologo et universalmente doctissimo ma sopratutto archimista, non contento di star molto in Rocchetta col castellano che anche se delecta de archimia, incominciò a praticar troppo con l'ambasciatore veneto e volle intromettersi nelle cose politiche per divulgar ciancie, il Moro lo licenziò, imponendogli di abbandonare il ducato entro due giorni, pena la forca[4]. il Moro stesso ebbe poi a giustificare le sue fisime astrologiche dichiarando esplicitamente che prima pregava Iddio, poi studiava le stelle come seconde cause per sapere mitigare el male et seguitare el bene[5]. (vol. 1, cap. III, p. 364)
  • Lodovico Sforza, come moltissimi del suo tempo, univa a diversi pregiudizi, che oggi sarebbero riprovati, un vero sentimento religioso. Frequentava le chiese, ascoltava messa a Santa Maria delle Grazie – che per esser la chiesa più vicina al castello godeva la sua protezione, della quale diede prove palesi – nutriva amicizia per il priore di quel convento e spesso, come ricorda l'ambasciatore estense Antonio Costabili, dopo le sacre funzioni si ritirava nel giardino di quei frati per leggere la corrispondenza e ricevere qualche ambasciatore. (vol. 1, cap. III, p. 364)
  • Non pochi difetti attribuirono al duca [Lodovico] gli storici. Pusillanime e doppio lo dissero alcuni che lo conobbero – e fra questi il Commines[6] – audace nei progetti, non altrettanto coraggioso nell'attuarli e nel mantenersi all'altezza a cui gli avvenimenti lo portavano. Fu accusato spesso di non mantener la parola data, di esser sospettoso di tutti accelerando la propria rovina. (vol. 1, cap. III, p. 364)
  • [Lodovico il Moro] Giustamente uno scrittore moderno, il Burckhardt[7], che vide molto addentro nei fatti di quell'età, lo disse la più perfetta figura del rinascimento italiano. (vol. 1, cap. III, p. 365)
  • Nella vita pubblica come nella privata, la figura di Lodovico appare indubbiamente simpatica, anche se non può dirsi una grande figura. Bonario, amante della pace, alieno fin che poté da quei pericolosi ardimenti che pur avevano fatto forte il suo ducato mercé l'iniziativa di alcuni de' suoi antenati, e potente e temuta la sua famiglia, egli per vent'anni rivolse quasi esclusivamente la sua attività in favor dei cittadini e de' suoi. Elegante, prestante di figura (i poeti ne lodavano la formosita), colto, buon scrittore in volgare e in latino, arguto, incoraggiatore delle lettere [...] oratore piacevole, amante dei lieti conversari e della musica certo più che non fosse della pittura, [..]; agricoltore appassionato e introduttore da noi di nuove coltivazioni e industrie agricole, moderno di idee nel voler leggi provvide e liberali – il suo gridario sta a provarlo – Lodovico il Moro, se non ci adombra una comunanza di qualche anno con tutto ciò che lo riguarda, è, a nostro modo di vedere, la più attraente, la più completa figura di gentiluomo della Rinascenza italiana. (vol. 1, cap. III, pp. 375-376)
  • Beatrice d'Este moglie del Moro fu giudicata più variamente dai vecchi storici. Il Calmetta ne parlò con ammirazione vantandone il perspicace ingegno, l'affabilità, la grazia, la liberalità, ammirandone la corte di gentiluomini, di musici e di poeti, i passatempi letterari così da esiger di continuo la lettura e la rappresentazione di commedie e di tragedie, e da gustare il commento alla Divina Commedia fatto metodicamente per uno Antonio Gripho homo in quella facultà prestantissimo che lo stesso Lodovico, quando le cure dello Stato glielo consentivano, ascoltava volentieri. (vol. 1, cap. III, p. 376)
  • Anche il Bellincioni ebbe un posto importante alla corte sforzesca.
    L'arguto poeta fiorentino visse a Milano lungo tempo e qui svolse la sua maggiore attività letteraria quasi interamente dedicata, purtroppo, ad adulare cortigianescamente – ma forse sinceramente, come sembrò ad altri – il Moro e i suoi. [...]. Il Moro lo coprì di favori e nutrì per lui così grande fiducia da attirare al poeta l'invidia e la malevolenza degli altri cortigiani. (vol. 1, cap. III, p. 484)
  • [Bernardo Bellincioni] Gian Galeazzo e Isabella d'Aragona[8] e se lo tenevano tanto caro per le sue allegre trovate, per la facile e fluida parlata fiorentina piacevolmente diversa da quelle che si sentivano all'intorno, che lo vollero a compagno nelle cavalcate, nei viaggi, persino alla mensa. Qualche sera la gentile duchessa, trattenuta dalle allegre chiacchiere del poeta, s'indugiava così a coricarsi ch'egli sentiva il bisogno di chiedergliene scusa, naturalmente in versi, il giorno seguente. (vol. 1, cap. III, p. 484)

II. Bramante e Leonardo da Vinci

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  • [Bramante] Egli era dunque l'uomo adatto – pittore, poeta, disposto alle cose dilettevoli – per allestir feste quali allora si volevano [presso la Corte di Milano] e per dipingere figure di eroi e di poeti; non fu certo illetterato e incapace di scrivere, come qualcuno volle, poiché abbiamo sott'occhio lettere sue firmate che ricorderemo. Anzi i suoi scritti e i suoi versi ce lo mostrano uomo arguto, dedito alle lettere, umanista d'idee e d'aspirazioni benché creatore d'opere artistiche meglio che di ben tornite frasi. (vol. 2, p. 13)
  • Così non più una copia ma una derivazione molto libera e poco attraente è la Madonna [delle Rocce], oggi a Brera, che Bernardino dei Conti nel 1521 dipinse, firmò e datò, raffigurante il piccolo Gesù e San Giovannino abbracciati sotto la protezione della Vergine la quale, nell'atteggiamento generale, è tolta a quella leonardesca. Il pittore riprodusse, con qualche variante, anche il fondo roccioso e accidentato e, in certe particolarità delle spezzature al di sopra della figura della Vergine, rivelò di essersi precisamente attenuto all'esemplare londinese[9], ch'egli vide in quell'epoca, a Milano. Ma stese sulle carni delle sue figure una tinta rosso mattone sgradevolissima. (vol. 2, p. 425)
  • [Leonardo] Ebbe relazioni, oltre che col Verrocchio, col Botticelli, con Filippino Lippi, anche con Bernardo Zenale di Treviglio, con Giuliano da Sangallo, col Dolcebono, con Bramante, con Benedetto Briosco, con Attavante miniatore; in una parola coi migliori artisti non di Milano soltanto. Marco e Giovanni Antonio son ricordati nei manoscritti vinciani come due allievi suoi prediletti: si tratta, verosimilmente, come notò il Solmi[10], di Marco d'Oggiono e del Boltraffio. (vol. 2, p. 633)

III. Gli artisti lombardi

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  • [Bernardino de Conti] Le sue figure non riescono a nascondere gonfiezze di forme che rivelano una maniera, un partito preso, non una convinzione d'arte, sia pur errata; i visi de' suoi ritratti hanno rotondità sfumate, levigate come segmenti sferici; gli occhi son duri, poco espressivi, il naso, se la figura è di profilo, mostra quasi costantemente una lunga ombra che dalla maggiore densità nel fondo dell'orbita dell'occhio scende e va sfumando verso la parte carnosa del naso, che rimane così lumeggiato eccessivamente nella parte ossea. (vol. 3, cap. I, p. 54)
  • Ritrattista di ben maggior sentimento d'arte fu Giovanni Antonio Boltraffio – o Beltraffio come lo chiaman l'epigrafe apposta alla sua tomba e i documenti – di nobile famiglia milanese che aveva sostanze e casa a Milano, [...]. Cresciuto da principio fra i vecchi pittori lombardi, fu caro più tardi a Leonardo che gli apprese – soprattutto con l'esempio – la scienza del modellare, il colorito sapiente e caldo, la esecuzione sicura che conosce l'intima essenza delle cose. Al punto che v'ha qualche disegno che, per quanto debba appartenergli, par degno del maestro. (vol. 3, cap. I, pp. 75-76)
  • [Boltraffio] La natura aristocratica e mite dell'arte sua l'indusse a ritrarre dolci, delicate Madonne e ritratti di personaggi della Corte, di umanisti, di belle dame agghindate. Le rappresentazioni drammatiche, le grandi pale d'altare egli evitò non tanto per poca inclinazione quanto e, soprattutto, perché la condizione sua lo spinse piuttosto ad accettar cariche pubbliche che commissioni artistiche da chiese e da conventi. È a credere che la maggior parte de' suoi dipinti, in piccole proporzioni, con soggetti amabili e ritratti delicati egli eseguisse per farne dono ad amici. (vol. 3, cap. I, p. 76)
  • Con quel gruppo di festosi dipinti culmina l'arte lombarda del ritratto nel Rinascimento. In essi il pittore [Andrea Solari] ha ricercato l'impasto dei colori e il segreto della psicologia dei personaggi, ma non è riuscito a nascondere l'incertezza nella costruzione delle mani e la quasi costante esagerazione nella ricerca dei caratteri fisionomici dei visi un po' tormentati nel lavorìo delle rughe profonde e dei piani rudi e statuari. (vol. 3, cap. I, p. 102)
  • Ma negli aristocratici ritratti di Andrea Solari altre tendenze d'arte più piacevoli alle folle per leggiadria di colori belli e intensi, per larghezza di esecuzione per artifici e nuove attrattive si affermano, benché l'arte lombarda, alimentata da un soffio efficace d'ispirazione leonardesca, ancora ne formi la base sicura. (vol. 3, cap. I, p. 106)
  • Se dovessimo credere alle lodi del Bellincioni, del Gaurico, di Sabba Castiglione, di Ambrogio Leone, di Benvenuto Cellini e a quelle di molti scrittori moderni che le ripeterono senza vagliarle, il più grande orefice di Lombardia e fra i maggiori d'Italia sarebbe stato Cristoforo Foppa detto il Caradosso. (vol. 3, cap. IV, p. 325)
  • Di Gian Pietro Rizzi, detto Giampietrino, è tutt'altro che sicura la identificazione della personalità artistica, per la mancanza di opere firmate: gli vengon attribuite molte delicate composizioni, di leonardesca derivazione, fredde di toni, sentimentali, delicate. Qualche volta, come nella dolce Madonna col Bambino della collezione Crespi, più che nelle due Maddalene di Brera, e in una terza della Pinacoteca comunale nel Castello Sforzesco, egli trova una gaiezza di colorito, un equilibrio di toni, un intenso sentimento per lui singolari. Ma quando svolse scene bibliche o mitologiche, sotto l'influsso, e forse, come sospettò il Morelli[11], con la stessa collaborazione di pittori dei Paesi Bassi che dopo la morte di Leonardo frequentemente pellegrinarono in Italia, allora eccedette nella misura e smarrì la soavità d'espressione antica. (parte seconda, p. 31)
  • La fastosità del periodo napoleonico trovò il suo pittore, e starei per dire il suo poeta, in Andrea Appiani. (parte seconda, p. 141)
  • La Pinacoteca di Brera, sorta sul primo nucleo riordinata dal Bossi[12], è perenne ragione di compiacimento pei milanesi non solo pei tesori d'arte che racchiude, ma per gli esempi di disinteresse e d'intelligente attività cha alla storia della sua formazione son legati: il suo nome suona oggi quale uno dei maggiori santuari dell'arte nel mondo. (parte seconda, p. 147)
  1. Girolamo Albertucci de' Borselli (1432 – 1497), domenicano e storico italiano.
  2. Pagno di Lapi Portigiani (1408 – 1487 circa).
  3. Nicolò Burzio (1450 circa – 1528)
  4. Arch. di Stato di Modena. Cancelleria Ducale, 2 luglio 1485. [N.d.A.]
  5. A. Luzio. Isabella d'Este e la corte sforzesca (in Arch. St. Lomb. 1901, pag. 152). [N.d.A.]
  6. Philippe de Commynes, o de Commines (1445 o 1447 – 1511), cronista e politico francese di origine fiamminga.
  7. Jacob Burckhardt (1818 – 1897), storico svizzero. La sua opera più nota è La civiltà del Rinascimento in Italia.
  8. Gian Galeazzo Maria Sforza, sesto duca di Milano e nipote di Ludovico il Moro, e sua moglie Isabella.
  9. Della Vergine delle Rocce di Leonardo, conosciamo due versioni: la prima conservata al Louvre di Parigi, la seconda presso la National Gallery di Londra.
  10. Edmondo Solmi (1874 – 1912), storico, storico della filosofia e accademico italiano.
  11. Giovanni Morelli.
  12. Giuseppe Bossi (1777–1815), pittore, scrittore e collezionista d'arte italiano.

Bibliografia

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