Carestia etiope del 1983-1985

Citazioni sulla carestia etiope del 1983-1985.

CitazioniModifica

  • Paesi nemici della rivoluzione socialista hanno ordito un vasto complotto contro l'Etiopia e stanno strumentalizzando il dramma della carestia per raggiungere i loro fini. (Menghistu Hailè Mariàm)
  • Quando ho visto per la prima volta quel servizio televisivo mi ha colpito tanto che non sono riuscito a guardarlo tutto, ho dovuto spegnere la televisione. Non me la sentivo di soffermarsi su quella questione. Sai che le cose stanno così e ti viene da pensare: beh, cosa posso farci io?. A meno che ti convinci di essere la Madre Teresa del Rock 'n Roll e la senti di metterti in pista per organizzare qualcosa. Direi che ora come ora, Bob Geldof è proprio questo. La Madre Teresa del Rock 'n roll. (Freddie Mercury)

Mimmo CànditoModifica

  • Il governo di Addis Abeba ha lanciato un grido d'allarme a marzo, ma è un governo marxista-leninista, con un regime presuntuoso e di troppi orgogli. Gli aiuti stanno arrivando massicciamente solo ora. Quando ormai è tardi.
  • La creazione di cooperative e di kolkoz sulla montagna ha imposto investimenti che non hanno dato la resa sperata, e le strutture statali (ma riguardano appena il 4 per cento del mondo contadino) si sono sovrapposte troppo rigidamente a una cultura ancora individualista, legata alla tecnica del piccolo campo e ai vincoli della famiglia, della tribù, dei rapporti ancestrali. Comunque non c'è più la servitù, che fino a dieci anni era una pratica diffusa: e i contadini non debbono più dare ai padroni della terra il 70 per cento dei loro prodotti. Ma trovano poco interesse nel prezzo basso che il governo impone alle derrate, e coltivano per l'autoconsumo o, al più, accumulano scorte per gli anni duri.
    Solo che gli anni duri sono arrivati uno dietro l'altro, senza lasciar tirare il fiato. E questa fragile economia della sussistenza è precipitata. Prima i contadini poveri dell'altopiano hanno mangiato le scorte, poi hanno mangiato le sementi, poi hanno bruciato il legno della casa per scaldarsi. Ora stanno nelle spianate di terra grigia che s'allungano alla periferia dei grossi villaggi del Nord, in attesa della morte.
  • La terra è una latrina aperta, dovunque. Qui si vive solo per defecare, una povera diarrea sanguinolenta che solo la morte fa finire. Ma il gelo della notte che sta filando via veloce ha congelato l'aria e i corpi, e non ci sono odori. La puzza viene dopo, lenta, col giorno e col sole. E diventa padrona dell'aria, appesta, riempie i polmoni. La note qui ci sono 2 o 3 gradi, come dentro un gigantesco frigorifero che veglia immobile 80 mila pezzi di carne vivente.
  • Makallé, oggi è una città assediata. Un esercito di morti viventi le sta addosso immobile, la soffoca nella sua misera puzza di corpi perduti a una dignità umana. Makallé aveva 30 mila abitanti, è un villaggio di base di pietra con stradine piatte, asfaltate al tempo degli italiani. Ora 80 mila scheletri malati di fame stanno accucciati a terra tutt'attorno, e aspettano. Per ognuno che c'è dentro la città ce ne sono almeno altri due fuori, e per ogni boccone che dentro la città uno manda giù, fuori ci sono altri due che se ne contendono il rumore e il diritto di saziarsi solo con quello.
  • Muoiono di notte, nel gelo del vento. Soprattutto i bambini. In quest'alba livida ne ho trovati quattro, coperti appena da un sacco di iuta. I becchini sono arrivati, scalzi, ghiacciali, con una vecchia barella. Hanno legato il corpicino dentro il sacco e poi l'hanno caricato. Si sono lavati le mani con un filo d'acqua sporca, e sono andati via. Attorno nessuno s'è mosso, stavano tutti fermi, rannicchiati nei loro loculi segnati dal confine delle pietre. Battevano i denti. Ogni corpicino pesava meno della barella, e sulla tela non faceva nemmeno spessore.
  • Un tempo qui pioveva per quattro mesi l'anno, e sull'altopiano c'era l'inferno. Ora non piove da dieci anni, e sull'altopiano l'inferno è diventato un altro. Ma il marxismo-leninismo non c'entra niente. Le decine di migliaia, i milioni di contadini disperati che hanno lasciato la loro terra stenta per venire a morire alla periferia delle città, sperando nel grano scaricato da quegli aerei che hanno il ventre gonfio, vengono da una vita dove il massimo della tecnologia è un aratro a chiodo.

David A. KornModifica

  • Ad ogni contributo sovietico e del blocco orientale, per quanto piccolo, fu dato grande risalto nei mezzi di informazione etiopi. Spesso i contributi del blocco orientale furono contati tre volte: quando venivano annunciati, quando erano consegnati al porto, e quando effettivamente si trovavano nei campi. Se gli ambasciatori occidentali e canadesi insistevano abbastanza, potevano normalmente guadagnarsi un servizio televisivo o un articolo in un giornale sul loro più recente contributo. Ma le donazioni statunitensi di prodotti alimentari erano motivo di grande imbarazzo per il regime. Il Ministero delle comunicazioni rifiutava testardamente di pubblicare le cifre complessive relative alle donazioni governative statunitensi dopo che aumentarono di decine di milioni di dollari nella tarda estate del 1984, e infine a cento milioni di dollari e oltre alla fine dell'anno.
  • Anche se l'Etiopia avesse avuto un sistema agricolo forte e resistente, sette mesi senza pioggia avrebbero lasciato il segno. Per il suo sistema basato sull'agricoltura di sussistenza, minato da politiche agricole volte a disincentivare l'agricoltura privata e dare impulso alle fattorie collettive e statali, e dalla guerra civile, il colpo fu terribile.
  • Era naturale sperare, se non aspettarsi, che lo sforzo erculeo dell'Occidente di salvare le vite di milioni di etiopi affamati sarebbe stato apprezzato e avrebbe spinto il governo etiope a ripensare la sua posizione internazionale. Qualcuno a Washington pensava, insomma, che il regime etiope avrebbe visto che, quando si trattava di questioni elementari di sopravvivenza, l'Occidente aveva più da offrire dell'Est. Mosca poteva dare armi per continuare guerre civili infinite, ma non poteva fornire né viveri in un momento d'emergenza né un modello economico che avrebbe assicurato all'Etiopia la capacità di produrre abbastanza cibo per nutrire la sua popolazione in continua crescita anche in tempi normali.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica