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Ernst Nolte

storico e filosofo tedesco

I nuovi giacobinismi: da Robespierre a Bin Laden Modifica

  • I giacobini erano assolutamente convinti delle loro ragioni e della loro missione: la Convenzione nazionale promise sostegno armato a tutti i popoli che si sarebbero sollevati contro i loro despoti.
  • La tradizione del primo giacobinismo, che diede il nome al movimento, trovò in tutto il Diciannovesimo secolo – che fu prevalentemente pacifico e non-rivoluzionario – la sua prosecuzione più visibile nel «movimento dei lavoratori» e, all'interno di questo, nel «marxismo».
  • I molti volgari antisemitismi presenti nei primi discorsi di Hitler hanno sviato l'attenzione della maggior parte degli storici dal fatto che egli, in tutti i passi essenziali, ha assimilato «ebrei» a «marxisti» e a «bolscevichi», che cioè il suo antisemitismo non può essere separato dal suo antimarxismo e antibolscevismo.
  • L'islamismo va considerato come il giacobinismo del Ventunesimo secolo e che all'infuori di esso non si vede oggi nessun fenomeno che abbia, verosimilmente, una simile portata storico-planetaria.
  • Ma dai tempi di Maometto l'Islam fu una religione missionaria e conquistatrice, che mescolava l'ambito religioso con quello politico, che disprezzava i confini nazionali ed etnici, una religione la cui semplicità e assenza di misteri anticipava già quell'«unità dell'umanità» che l'Islam voleva instaurare con un'ostinata lotta.

I tre volti del fascismoModifica

IncipitModifica

Che un fenomeno storico possa essere compreso soltanto in rapporto alla sua epoca costituisce una verità anche troppo evidente. Che cosa però sia quest'epoca e come sia inserito in essa il fenomeno particolare – semplicemente da essa determinato, oppure di essa caratteristico, o ancora determinantela – è, per lo più un problema assai dibattuto, cui di rado si son date tante e così contraddittorie risposte come nel caso del fascismo.
Due anni dopo la marcia su Roma, apparve uno scritto tedesco che prometteva di trattare l'«episodio fascistico in Italia». Quale un intermezzo, in un paese dove lo spirito dei tempi non aveva una posizione sicura: tale il fascismo sarebbe apparso, ancora per alcuni anni, agli occhi di buona parte dell'intellighenzia politica europea.

CitazioniModifica

  • Se [Hitler] avesse guardato per un momento a Ernst Röhm, a questo rappresentante della nuova generazione di ufficiali, così vicino a lui e tuttavia molto lontano sotto certi aspetti, avrebbe potuto trarne istruttive conseguenze. Anche Röhm era l'entusiasta erede borghese di tradizioni feudali e monarchiche, e anche per lui la guerra era un dono divino, «fonte di giovinezza, speranza e adempimento insieme»;[1] ma ben più fosca era in lui l'esasperazione seguita alla guerra perché, giunto alla stazione centrale di Monaco, aveva dovuto togliersi la veneranda coccarda con le sue mani e prestare giuramento di fedeltà alla repubblica. (p. 459)
  • [Ernst Röhm] Dal 1919 al 1923 egli non fu affatto un subalterno di Hitler ma – stando a opinioni degne di attendibilità – fu colui che «fece» il movimento nazionalsocialista, o per lo meno fu il suo «generale d'armata».[2] All'inizio del 1934 Röhm, capo di Stato Maggiore delle SA e ministro del Reich, fu l'unico tra i più vecchi combattenti del movimento vicini a Hitler a cui questi, divenuto cancelliere del Reich, degnò di dare fraternamente del tu; [...]. (p. 460)
  • Assai più duraturo e meditato[3] era il socialismo di Otto Strasser. Indubbiamente Marx avrebbe considerato anche lui come un esponente del socialismo piccolo borghese: nel suo più noto scritto programmatico egli parla infatti di Camera delle categorie e delle corporazioni, dei feudi ereditari e della ri-ruralizzazione della Germania. Strasser pone l'esigenza dell'autarchia e della valuta interna, della guerra rivoluzionaria contro il trattato di Versaglia[4], di una nobiltà guerriera. Ma pone un accento che non è soltanto demagogico sulle esigenze di spartizione della grande proprietà agraria, di partecipazione agli utili, di uno Stato popolare di democrazia germanica. Si tratta nel complesso di un programma genuinamente socialista, almeno nel senso che è pervaso dal vivo desiderio dell'estensione e della realizzazione della libertà. (p. 473)
  • [...], Hitler contrappose con la massima brutalità al nazionalsocialismo propugnato da Strasser la sua teoria del dispotismo della razza greco-nordica, teoria che considerava nazionale e socialista ad un tempo. Poco dopo Otto Strasser uscì dal partito e fece uscire il suo giornale con lo slogan «I socialisti lasciano il partito». Non si trattava nella realtà dei fatti di un evento importante, ma esso segnò comunque un punto ideale di considerevole significato. Da allora in poi esistettero infatti anche «antifascisti» di destra, mentre anche il più diffidente capitalista non aveva più ragione di ritenere l'NSDAP[5] un partito di sinistra. (pp. 473-474)

NoteModifica

  1. Ernst Röhm, Die Geschichte eines Hochverräters, 5ª ed., Monaco, 1934, p. 9. [N.d.A.]
  2. Röhm, op. cit., p. 204. [N.d.A.]
  3. Rispetto a quello del giovane Goebbels.
  4. Il trattato di Versailles del 1919.
  5. Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori).

BibliografiaModifica

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