Enzo Giachino

critico letterario, docente e traduttore italiano

Enzo Giachino (1905 – 1991), critico letterario, docente e traduttore italiano.

Citazioni di Enzo Giachino

modifica

Prefazione a Samuel Butler, Così muore la carne (The Way of All Flesh)

Traduzione di Enzo Giachino, Einaudi, Torino, 1943.

  • [Su Così muore la carne] Certo non conosciamo altra opera che più di questa repugni al tempo in cui nacque, e nell'aura decorosa e pudibonda dell'ottimismo vittoriano essa ci appare il primo importante e coraggioso annunzio della reazione successiva. Infatti lo Shaw – che di quella reazione doveva essere uno degli esponenti maggiori – non tardò a richiamarsi al Butler e a proclamarlo il suo maggiore maestro inglese. (p. VII)
  • Ma per indicare tutti i motivi che rendono importante questo libro dobbiamo uscire dal campo strettamente letterario. In esso infatti troviamo tracciata una storia di alcune delle principali ideologie inglesi dell'ottocento e – cosa anche più importante – fissato con grande chiarezza quello che fu tra i motivi fondamentali della vita ottocentesca: la ricerca continua e sovente affannosa di una fede, in grado di sostituire la religione tradizionale che rapidamente si ritirava, lasciando allo scoperto zone sempre più vaste della società, e di conseguenza l'ingenua fiducia accordata a ogni nuova teoria, la quale non tardava ad abbandonare i precisi limiti scientifici per confondersi in un alone religioso – fenomeno questo che può oggi spiegare la rapida fortuna e l'ancor più rapida decadenza di tante di quelle teorie. (p. VII)
  • Composto secondo i modi di una velata autobiografia – tanto più aderente e precisa in quanto la libertà della finzione romanzesca permette di adeguare le vicende esterne all'intimo svolgersi dei motivi e di essere sempre a fuoco – il libro narra la storia di Ernesto Pontifex, o se vogliamo di Samuel Butler, che nato in un ambiente cui la sua natura repugna per istinto, attraverso lunghi e dolorosi errori, deve aprirsi un varco verso la vera vita, che il cuore confusamente gli promette, ma che egli ignora a tal punto da giungere, in certi attimi di scoramento, a dubitare che esista. (p. VIII)
  • Il quale [Samuel Butler], se non è il solo scrittore inglese profondamente imbevuto di spiriti biblici (ché altri, anche in tempi recenti, son giunti a toni ben più cupi e disperati) è però quello che – malgrado il tono ironico e talvolta scherzoso, malgrado il tentativo di vincere o, almeno, di isolare la sua tristezza – meglio di tanti è riuscito a raffigurare il destino del natus de muliere, che in sé porta il segno della maledizione originale e deve scontare in anticipo ogni ora di pace. (p. VIII)

Prefazione a Robert Louis Stevenson, Il Principe Otto

Adelphi, Milano, 2014 (edizione digitale). ISBN 978-88-459-7190-7.

  • [...] il contrasto con il padre alimenta molti capitoli dei suoi romanzi più significativi; la precaria salute gli fa vagheggiare le crudeli fatiche dei pirati; l'antipatia dei suoi concittadini, vera o immaginaria, lo porta ad associarsi nella fantasia con i discutibili eroi di una vecchia Scozia, più libera, più selvaggia e sincera di quella da lui conosciuta. (I)
  • L'Isola, a tutta prima, sembra impiantata sulla classica opposizione: da una parte i buoni (i gentiluomini che salpano per recuperare il tesoro nascosto), dall'altra i pirati, capeggiati da John Silver; nel mezzo Jim, orfano sprovveduto, alla ricerca d'una identità. Ma lo schema non regge a lungo. Anche a prescindere dalle personali debolezze di ciascuno di essi, i buoni sono coinvolti in un'impresa di assai dubbia moralità; i pirati si dimostrano semplici comparse pittoresche. Ben presto lo scrittore e il lettore non si interessano che a Jim e a John Silver. Ma se uno è il tipico villain, infatti il primo grande villain dello Stevenson, il ragazzo non è mai suo vero antagonista. Dapprima, come e meglio degli altri, resta affascinato dall'indomito brigante; più tardi, quando ne ha scoperto la vera natura e lo sa capace dei più nefandi crimini, non riesce a liberarsi dall'ammirazione che ne ha concepito, a reprimere l'intensa simpatia, l'irrazionale fiducia che, nonostante tutto, in lui ripone. Si ricordi la scena di più crudele tensione nel romanzo, quando Jim, tenuto al guinzaglio come un cane, deve accompagnare John Silver sulla collina dove era sepolto il tesoro e, dagli sguardi che il pirata gli lancia, capisce che potrebbe venirne sgozzato in qualsiasi istante. Persino allora la vicinanza del pirata gli infonde un calore rassicurante: tra i due intercorre una profonda intesa fisica, che supera ogni divergenza e fa pensare che, con la coppia Jim-John Silver, Stevenson sia riuscito nel suo assurdo assunto di scrivere la storia di un uomo, che è due uomini – differenti, in apparenza nemici, ma, nella profonda verità del sangue, intimamente fratelli e complementari. (I)
  • [Su Il Signore di Ballantrae] A un tratto avvertiamo d'esser sul punto d'esorbitare dall'àmbito umano per avventurarci su un terreno fuori dei limiti normali. Il rapporto tra i due fratelli ci è ormai impenetrabile, perché li vediamo obbedire a istinti, che ci restano segreti: il fratello innocente ha la cocciuta pertinacia di un cane, che cerca padrone; il Signore ha mutato coscienza e quasi aspetto da un qualche mostruoso felino, da un malefico gatto, incolpevole se non innocente. Significativo che, come un gatto, anche lui possegga sette vite. (I)
  • È solo nella sua ultima opera, nell'eroico frammento del Weir of Hermiston, che si manifesta una sostanziale novità. Anche qui il racconto prende le mosse dall'antico contrasto. Ma il formidabile padre, the Hanging-Judge, il Giudice-impicca, non si accontenta di mezzi termini, non si limita a più o meno reticenti manifestazioni di antipatia. Fedele al suo compito, che è quello di mandare sulla forca i colpevoli, giudica e manda spietato e sicuro e, ai primi segni d'una velleitaria ribellione nel figlio, lo condanna implacabile, venendo così ad assumere, nella timorosa e turbata fantasia di lui, l'aspetto di un Geova, che fulmina e incenerisce. Ma è proprio questa sua crudele onestà, questa chiara presa di posizione, che si rivela ricca di un effetto catartico e risolutivo. Non è che il figlio, dopo la condanna, riesca a vincere; con ogni probabilità non potrebbe. Ciò che importa è che non si prova nemmeno. L'inappellabile sentenza ha definitivamente chiuso un capitolo, quello dei risentimenti, delle velleità adolescenti. Cacciato dalla presenza del Padre, egli erra dapprima sperduto. Ma, sgombro l'animo di ogni superato rimpianto, riesce infine a trovar pace, unico tra i maggiori eroi stevensoniani, in uno scozzese Walhalla, popolato da rissosi eroi e dove regna una divinità amorosa e materna, che sola può consolarlo. (III)