Enrico Poggi

magistrato e politico italiano (1812-1890)

Enrico Poggi (1812 – 1890), magistrato e politico italiano.

Storia d'Italia dal 1814 al dì 8 agosto 1846Modifica

  • [...], [Gasparo Gozzi] ingegno critico per eccellenza, la cui severità dei giudizi giammai si disgiunse dalla gentilezza dei modi; scrittore purgato, facile ed elegante; di cui ricorderemo principalmente il lavoro apologetico in difesa di Dante contro le accuse e le acerbe censure dell'ex gesuita Saverio Bettinelli, lavoro breve di mole, gaio nell'apparenza e profondo nella sostanza; tanto più autorevole, inquantoché il Gozzi studiò tutto negli antichi, ed al suo secolo rimproverò il tralignare continuo in fatto di lingua. Fu così il primo a ricondurre la gioventù allo studio della fonte primitiva della nostra letteratura. (vol. 1, cap. 2, pp. 34-35)
  • Pitture di costumi di alcune età furono le tragedie d'Alfieri, quantunque pochi personaggi, quasi tutti protagonisti, senza intermezzi di episodi e di secondari accidenti, vengano sulla scena; ma il dire conciso, i sentenziosi concetti e le rigidezze del verso erano atti a scuotere e destare una profonda impressione. Senonché le fierezze e gli sdegni dell'Astigiano, non movendo come quelli del Parini dalla severità del pensiero, né dal sentimento intieramente schietto della civile ugualità[1], che al cuor suo di patrizio repugnava, operarono che la riforma del teatro tragico riuscisse in qualche parte manchevole e fuori dal vero. (vol. 1, cap. 2, p. 36)
  • [Ennio Quirino Visconti] L'immensa erudizione e il finissimo gusto artistico spiegato nel descrivere i monumenti antichi lo mostrarono così perito dei costumi, leggi, religioni dei popoli, a cui i monumenti si riferivano, da sembrar egli stesso un antico. (vol.1, cap. 2, p. 45)
  • La pittura, che nella seconda metà del secolo decimottavo, svegliatasi dal suo sopore, si era data ad imitare le scuole straniere, fu in questi anni più fortunata. Ebbe fra i pittori famosi Andrea Appiani, [...], il quale con i suoi affreschi nel palazzo reale di Milano, splendidi per l'armonia del concetto, per la correzione del disegno e la vivacità dei colori, s'innalzò su tutti i pittori del suo tempo. (vol. 1, cap. 2, p. 52)
  • Salito presto in alta fama, [Antonio Canova] fu l'ultimo raggio di gloriosa luce che la cadente Repubblica [di Venezia], prima della morte[2], mandò. Per lui la scultura si rialzò dall'avvilimento, nel quale giaceva dopo i tempi del Buonarroti, rinfrancata soltanto da qualche tratto di genio, nei grandiosi monumenti del Bernini. Ricondottala all'ufficio d'imitare le bellezze della natura dove si trovavano, seppe in ogni maniera di soggetti esprimere i sentimenti più svariati e più nobili dell'animo umano, in stile or severo ora mesto; e nella grande composizione distinguersi per l'altezza dei pensieri. (vol. 1, cap. 2, p. 53)
  • Era Vittorio Emanuele natura d'uomo buono, scarso d'ingegno e di sapere, ma valoroso, come gli avi suoi; [...]. E perché valoroso, delle cose di Francia le sole gesta militari ammirava, tutto il resto avea in abominio; e nell'odio delle cose nuove avea compagni ed eccitatori i cortigiani; i quali volevano dalla storia dell'umanità cancellati gli anni che corsero dall'89 al 14[3]. (vol. 1, cap. 3, p. 63)
  • Del Fossombroni, valentissimo nelle discipline matematiche e nelle idrauliche, abbiamo già fatto parola; diremo ora che l'arte di governare i popoli di un piccolo Stato[4] per lui si riduceva a lasciar loro la maggiore libertà nelle cose private, quand'anco licenziose, per distrarli dalle pubbliche. Non amico né ostile ai progressi, era alieno da ogni provvedimento crudele e da cieca reazione. Geloso dell'autorità del Principe[5], che era anco la sua, si proponeva di tutelare, come meglio potesse, la indipendenza dello Stato. (cap. 3, p. 69)
  • [...] Pio VII, [dopo la caduta di Napoleone] prima di ricondursi a Roma, spedì colà suo legato a latere monsignor Rivarola, prelato genovese; affinché, tolto ogni vestigio del francese governo, desse mano a ricostruire l'antico ordinamento. Era il Rivarola uomo franco ed ardito, di modi più da militare che da ecclesiastico; amante senza mistero delle vecchie cose, e furibondo nemico di ogni civile novità. (libro 1, cap. 3, p. 75)
  • Bella di forme, d'ingegno non comune, d'animo eccelso e superbo, [Maria Carolina d'Asburgo-Lorena] era dell'assoluta signoria tenacissima. I fatti della rivoluzione francese, e più che tutto l'orribile eccidio della sorella Maria Antonietta, valsero a suscitar nel cuor suo sensi di vendetta e ad un tempo di paura; onde mischiatasi ad ogni costo nei negozi di Stato, dispose a grado suo del debole marito[6], e gli orrori che nel 99 si commisero in Napoli[7] furono a lei imputati, quantunque forse senza fondamento di prove. (libro 1, cap. 3, p. 83)
  • Terminò per tal modo [con la firma del Trattato del 9 giugno 1815] l'opera del Congresso [di Vienna], che ebbe allora e poi apologisti senza numero. Noi la diremo un'opera guasta dalle cupidigie di pochi potenti, che non rispettò i diritti dei popoli né quelli dei principi minori, e conculcò vergognosamente le solenni reiterate promesse di ricostituire le nazioni indipendenti. Vane paure e grette vedute v'ebbero molta parte, ma più che tutto le ambizioni. Per prevenire futuri pericoli dalla parte di Francia, le si pose da un lato il Regno de' Paesi Bassi, e dall'altro il Regno di Sardegna un po' ingrandito, ma non sì forte da imporne alla potente vicina, né da impedire le soverchianze dell'Austria gravitante col Lombardo-Veneto unito all'Impero su tutti gli Stati della penisola; onde invece di un'Italia francese si costituì un'Italia austriaca. (libro 1, cap. 3, p. 131)
  • [...] gli spiriti settari di qualunque colore più nocquero che giovarono al fine cui miravano, ed al miglior indirizzo dei consorzi civili; e se scusabili in tempi in cui il cómpito della vita pubblica era ridotto pressoché a nulla, aveano però il difetto d'imporre la volontà dei pochi a quella dei più, e di dare ai governi un pretesto di non fare quel che avrebbero dovuto. (libro 1, cap. 4, pp. 156-157)

NoteModifica

  1. Termine letterario per uguaglianza.
  2. Il 12 maggio 1797, il Maggior Consiglio abdicò e dichiarò decaduta la Repubblica.
  3. Dal 1789 al 1814: dalla rivoluzione francese al periodo napoleonico.
  4. Granducato di Toscana.
  5. Ferdinando III d'Asburgo-Lorena, granduca di Toscana.
  6. Ferdinando I delle Due Sicilie (1751–1825).
  7. La repressione seguita alla caduta nel giugno 1799 della Repubblica napoletana.

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