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Carlo Luigi Morichini

cardinale e vescovo cattolico italiano
Card. Carlo Luigi Morichini

Carlo Luigi Morichini (1805 – 1879), scrittore, cardinale e vescovo cattolico italiano.

  • Che i romani non temano di produr troppo, e rammentino ciò che inculcava il nostro Genovesi: che un popolo abbondante in grano, vigne ed olivi è da natura costituito creditore degli altri. (citato in Giornale arcadico di scienze, lettere, ed arti, Volume 52, p. 246, Roma 1831)

Degl'istituti di pubblica carità ed istruzione primaria e delle prigioni in RomaModifica

IncipitModifica

Le sociali istituzioni sono fra loro di modo legate e concesse che non puoi studiarne alcune senza avere almeno una generale idea delle altre. Quindi le scienze morali sono come un grand'albero che ha folti e tortuosi rami, i quali fra loro s'incontrano ed incrocicchiano in cento guise, sicché il seguirli é opera difficile e complicata; laddove le scienze fisiche si aggirano in un campo bastevolmente determinato dalla natura stessa delle cose, e indipendente dalla varia e moltiplico volontà degli uomini. Parmi dunque cosa utile, anzi indispensabile, che prima d'imprendere a trattare le romane istituzioni dirette a soccorrere il povero nella sussistenza si tocchi della popolazione di Roma e de' mezzi onde essa vive; perché si conoscano i rapporti che ha la povertà coll'intera popolazione, e le opere pie a pro degli indigenti colle fonti della pubblica ricchezza.

CitazioniModifica

  • La Religione di Gesù Cristo collo stabilire il gran comandamento della Carità migliorò di molto l'infelice condizione dell'uomo. Imperocché ai gravi mali dell'indigenza, dell'ignoranza e del vizio che lo affliggono, applicò quel balsamo salutifero che gli alleviasse, sicché questa umana vita fosse meno misera e travagliata. (in prefazione, p. III)
  • La virtù che fu universalmente celebrata da' più remoti tempi presso tutti i popoli e posta sotto la tutela speciale degli Dei fu l'ospitalità: virtù, è vero, facile ad esercitarsi nel primiero stato degli antichi popoli, perché men frequenti n'erano allora le occasioni e poca noja recava l'accogliere in casa uno straniero anche per qualche giorno. Il mangiare insieme del pane e del sale offerto in principio della mensa costituiva una specie di rito ospitale e quindi nascevano mutui vincoli di amicizia: la cui violazione era altamente condannata dalla pubblica opinióne e spesso dalle leggi. (in prefazione, p. IX)
  • Innanzi il cristianesimo il solo popolo ebraico ci offre un complesso di leggi tendenti sì a prevenire e sì a soccorrere la povertà. A nome di Dio Mosè dichiarava che nel suo popolo non doveva esservi uomo indigente o mendico. Entravano gli Ebrei nella Cananitide ricchi delle spoglie di Egitto e delle soggiogate provincie, ed era ad essi esattamente ripartila per tribù e per famiglie una terra feracissima la quale coltivata con ogni industria dava ubertosi frutti. (in prefazione, p. X-XI)
  • Nel primo nascere della chiesa di Cristo i novelli fedeli siccome aveano un cuor solo e un'anima sola, così non per alcuna legge clie ve gli obbligasse ma di libera volontà posero in comune i loro beni. Quindi nessuna distinzione di poveri e di ricchi: il patrimonio comune provvedeva a tutti secondo i bisogni. Le comuni mense, di cui l'uso si mantenne per qualche tempo fra i cristiani si chiamavano agape, appunto perché il vocabolo esprimesse non tanto l'atto del cibarsi quanto il vicendevole affetto che lo informava. (in prefazione, p. XVI)
  • E tanto era generosa in tutte le sue opere la cristiana carità che non mancò fra' gentili stessi chi ne abusasse, come ne fanno fede Sant'Agostino e un pagano scrittore, Luciano di Samosata. (in prefazione, p. XVIII)
  • Così in Roma le più nobili e ricche matrone, gli uomini patrizii e consolari e sopratutti i romani pontefici erano esempi di carità. E Roma si tenne sempre carissima questa splendida eredità trasmessale da suoi avi, sicché può dirsi con sicurtà che nessun'altra città ne fosse più ricca. (in prefazione, p. XXI)
  • Noi confessiamo che la miseria e il vizio sono sventuratamente inerenti all'umana corrotta natura, che possono gli sforzi degli uomini dabbene temperarli, diminuirli, non spegnerli: che il verace rimedio a que' mali sta nella carità: che questa dee esercitarsi dalla Religione non dalle pubbliche amministrazioni; per impulso di virtù, non per calcolo e sistema. Il principio cui riduciamo tutte le istituzioni, la pietra diremo di paragone è il morale miglioramento del povero. (in prefazione, p. XXXI)
  • Se l'aria di Roma fosse di sua natura maligna nuocerebbe alla respirazione e alla vitalità, per contrario in Roma vi hanno frequenti esempi di vita lunghissima e rare sono le infermità prodotte dai tristi effetti di cattiva respirazione. Le malattie dominanti sono le febbri reumatiche e le intermittenti, le quali derivano da difetto di traspirazione, non di respirazione. (p. 9)
  • Un prodotto animale che in molti luoghi è senza pregio diviene in Roma una importantissima impresa, gli intestini di molte migliaja di agnelli, che nutriscono i romani alla pasqua sono diligentemente raccolti, e dopo lunghe e delicate operazioni trasformansi in corde armoniche richieste da tutti i musici d'Europa. (p. 23)
  • Recenti industrie di sostanze del regno animale sono una fabbrica di guanti che ne dà de' perfetti quanto que' di Napoli, ed un'altra di candele dette di stearina ossia cera estratta dal grasso istituita all'uso di Francia dal signor Gabet con privativa per sei anni concessagli dal governo. (p. 23)
  • Il vantaggio immediato che le classi povere traggono dalle fonti di pubblica ricchezza, che abbiamo fin qui discusse, sta né salarii. È il salario il prezzo del lavoro dell'operajo, e seguita l'universale legge economica ogni altra cosa che vendasi, cioè s'innalza quando le manifatture richieggono le braccia, si abbassa quando le braccia superano i bisogni delle manifattura. La quantità delle rendite che dà il lavoro decide la sorte delI'operajo. Imperocchè, se il salario ch'egli trae dalle sue industriose fatiche è tale che con esso possa soddisfare a tutti i bisogni della vita per sé e per la sua famigliola e fare anche qualche avanzo per porlo in serbo, egli è felice: ma se per contrario il prodotto del lavoro sia così tenue, che non solo non gli dia alcun soprappiù, ma non gli basti ai primi bisogni, allora egli è misero. (p. 27)
  • L'altezza e bassezza de' salarii deriva dalla maggiore o minor quantità de' capitali che si collocano nelle industrie. Sono i capitali quella parte di produzione che sopravvanza ai consumi: essi si compongono delle materie prime, degli attrezzi e macchine e de' salarii. Ora più sono larghi i capitali, e più larghi sono i salarii e migliore la condizion dell'operajo. Se non che il Say giustamente osserva che gli operai han questo svantaggio a fronte degli intraprenditori, ossia di que' che richieggono il loro lavoro. (p. 27)
  • Say non approva le leggi coattive proposte dal Sismondi per limitare il numero degli operai ed obbligare gli intraprenditori a mantenerlo, quando manca il lavoro. Più cresce il numero degli operai, più diminuisce la quantità del salario, quindi il Malthus nel suo Saggio sul principio della popolazione inculca la prudenza de' matrimonii e riduce cogli altri economisti la felicità del povero all'altezza del salario. Ma le cose prodotte con alti salarii costano molto e non possono acquistarsi dal povero. Or dunque mi sembra che non tanto l'altezza assoluta de' salarii, quanto un'equa proporzione fra questi e i prezzi delle cose necessarie alla vita formi il benessere economico delle classi laboriose. Donde avviene che le nuove macchine, sebben momentaneamente danneggino gli operai cui tolgono il lavoro, però nella lunghezza del tempo gli giovano, rendendo alla loro portata molte cose o utili o necessarie di che essi non avrebbero mai potuto godere stante l'altezza del prezzo. (p. 28)

BibliografiaModifica

  • Carlo Luigi Morichini, Degl'istituti di pubblica carità ed istruzione primaria e delle prigioni in Roma, Vol. I, Tipografia Marini e Compagno, 1842.

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