Arturo Labriola

politico e economista italiano

Arturo Labriola (1873 – 1959), politico ed economista italiano.

Arturo Labriola (1948)

Rincaro e capitalismoModifica

  • [...] l'Economia ortodossa dispone di un più ghiotto balocco per stornare l'attenzione delle classi lavoratrici dalla realtà. La favola del lupo e dell'agnello è un vecchio ritrovato della sofistica di classe. Voi lavoratori vi dolete del peggiorato tenor di vita, seguito al rincaro; voi vi dolete di voi medesimi, perché se la vita è diventata più cara, n'è cagione la vostra ingordigia nel pretendere sempre migliori salari. I salari, come pretendeste, son cresciuti e con essi il costo della vita. Tu l'as voulu! L'imprenditore ha pagato la più grossa mercede e poi se n'è rifatto sul consumatore: su te stesso, o lavoratore, che sei insieme il maggior consumatore! Dicono che quando l'on. Nitti presentò questa tesi alla Camera, fu vivo il giubilo dei partiti conservatori. (cap. I, p. 21)
  • Nel paese dei maggiori splendori del capitalismo, Joseph Chamberlain proclama che vi sono oggi in Inghilterra tredici milioni di uomini who are on the verge of starvation and unedr-feed. (Discorso di Preston dell'11 gennaio 1905, riferito dal Daily News); tredici milioni di persone sul punto di morir di fame e sofferenti per iscarsa nutrizione! Ecco i trofei del capitalismo! (cap. II, pp. 40-41.)
  • [...] l'imperialismo (tendenza al dominio economico mercé l'uso della forza o del prestigio militare) non è un'arma innocua. Imperialismo vuol dire vasti eserciti, grandi flotte, ricche reti ferroviarie, fitte linee di navigazione: eserciti di soldati e di funzionari, arsenali ove si fabbricano strumenti senza applicazione industriale, anzi volti a distruggere vite e cose, spreco e sperpero improduttivo, ricchezze sprofondate in abissi senza uscita, impulso formidabile alle voraci legioni dei parassiti militari, commerciali, giornalistici, culturali! (cap. III, p. 55)

Storia di dieci anniModifica

  • [Sulla repressione dei moti di Milano del 1898] [...] non un soldato fu ucciso in quell'incontro, mentre non meno di cento popolani – fra cui fanciulli di otto e dieci anni – eran stati colpiti dai fucili dei nostri soldati. L'unico soldato morto in quella circostanza, fu colpito da una palla di rimbalzo dei suoi stessi compagni. La Storia dirà poi – se il nostro esercito sarà un giorno chiamato a scendere in campo contro un esercito nemico – che servizio gli abbiano reso quei conservatori, che lo hanno abituato a vincere senza ostacoli e combattere senza pericoli! (cap. I, p. 37)
  • I Bava-Beccaris che trionfano sul lastrico della città, contro nemici armati di urli[1], sono destinati a esser spazzati come immondizie mosse dal vento, quando di fronte abbiano un nemico capace di lottare. (cap. I, p. 37)
  • Pelloux non era altro che un generale piemontese e cioè un impasto di queste qualità: cocciutaggine e ignoranza da contadino, autoritarismo e ristrettezza mentale da caserma, fedeltà e sottomissione al sovrano da cane di pagliaio. (cap. II, p. 44)
  • Mi pare che l'Orano abbia bene qualificata l'oratoria del Ferri un'oratoria «fisica» fatta cioè di gesti, di suoni di voce, di movimenti plastici e di parole piene. La secchezza del sentimento mantiene lontano il Ferri dalla grande eloquenza; la estrema volgarità del pensiero, sempre addetto alle cose più comuni ed evidenti, estraneo alle sublimi vertigini delle regioni superne dello spirito, lo costringono nell'orbita degli stessi pensieri dell'uditorio innanzi al quale si trova. Ciò lo rende simpaticissimo ai suoi pubblici, che sapendo il Ferri accompagnato da una fama di scienza e trovando tutto chiaro nel suo dire, provano una grande soddisfazione dell'amor proprio ascoltandolo e comprendendo. (cap. VII, p. 205)
  • A questo uomo [Enrico Ferri] servivano le soddisfazioni di pubblico, che può dare la propaganda socialista. Inoltre pensando egli come la folla, nella forma immediatamente sociale della parola parlata, deve sentire una grande inclinazione ai bisogni ideali di questa ed alle sue esigenze pratiche. Tutto ciò ha fatto il socialismo del Ferri, il quale però, venendo al socialismo, rimase monarchico e conservatore, come era sempre stato, senza preoccupazione di acquistare una cultura specificamente socialista, convinto che il suo cervello bastava a tutto ed egli non aveva bisogno d'imparare niente. E ci venne sopratutto, perché, nell'alto sentimento che ha di sé stesso, era convinto che avrebbe primeggiato su tutti, nel Partito, e che presto, rispetto all'Italia socialismo e fermismo sarebbero state una cosa sola; e lui doveva pensare che valeva meglio essere primo fra i socialisti, che uno qualunque nei partiti costituzionali. (cap. VII, pp. 205-206)
  • Si diceva correntemente che Tittoni era rimasto lui per il primo sbalordito della sua scelta [come ministro degli esteri del secondo governo Giolitti], che sembrava derivare da influenze femminili. Il fatto ad ogni modo che un uomo vissuto costantemente estraneo a preoccupazioni di politica estera e senza alcuna preparazione per esse, fosse scelto, in un momento così torbido della nostra politica estera, ed un siffatto ufficio, era la più chiara prova che la Corte voleva un gerente responsabile e non un ministro. (cap. VII, p. 220)
  • La fermezza con la quale si uccise mostrò il pregio che Pietro Rosano faceva delle forze morali. Ed è un dovere degli uomini onesti purgarne la memoria dalla macchia che le circostanze esterne del suicidio possono aver gettato su di lui. Si deve dire che egli non fu soltanto un alto intelletto, ma anche un degno galantuomo. (cap. VII, p. 224)
  • Quando, il 10 maggio 1892, l'on. Giolitti divenne per la prima volta presidente del Consiglio, il tempo, gli parve maturo a un suo esperimento: fare nella vita pubblica una parte più larga agli uomini del ceto industrioso. Per lui, gli antichi uomini politici sino al Rudinì, al quale succedeva, avevano commesso l'errore di non riconoscere accanto alla monarchia altro potere se non i «partiti».
    Giolitti pensava invece che i «partiti» fossero spuma e schiuma e che la realtà vera d'Italia fossero, oltre la forza rappresentata dalla monarchia, le classi del commercio e dell'industria. (cap. VIII, p. 232)

Citazioni su Arturo LabriolaModifica

  • Arturo Labriola non ha nulla dell'oratoria democratica in genere e socialista in ispecie: egli è un oratore critico. Come tutti i lavoratori del pensiero e gli uomini di scienza, egli è sempre preparato a trattare gli argomenti, le questioni inerenti alla propria sfera intellettuale. In lui questa preparazione è esuberante come vuol essere nelle anime fatte per la battaglia che solo nelle battaglie trovano l'equilibrio e il ritmo. (Paolo Orano)
  • È così dichiarata in me questa impressione della differenza grande che intercede tra il Labriola oratore e il Labriola scrittore, che io non mi perito di trovare soltanto nel primo quella sostanza che fa l'uomo di scienza e il novatore, e cioè l'eloquenza. La causa è tutta psichica. Per una natura come questa, la condizione meccanica dello scrivere è già un vincolo, un impaccio. (Paolo Orano)
  • Nella sua opera magistrale da noi più volte citata «Riforme e Rivoluzione sociale», Arturo Labriola ha dato forma di teoria alla sua avversione contro «la borghesia del Partito». Egli afferma esistere un «pericolo teorico» che il Partito socialista venga in mano di borghesi, e che tutto il movimento operaio sia volto a benefizio di interessi diametralmente opposti ai suoi[2]. Nella pagina seguente questo pericolo teorico è divenuto «pratico». Il Labriola si domanda: «Al di fuori della lealtà[3] personale di questi uomini, quale garanzia abbiamo che un tal pericolo sia affatto chimerico?» E altrove finalmente afferma che il Partito socialista, per dovere di conservazione, non deve accettare nelle sue file né borghesi né piccoli borghesi, né piccoli impiegati né piccoli proprietari rurali.
    I caposaldi di questa teoria che nella sua forma unilaterale e rigida originale equivarrebbe in pratica al suicidio politico, sono i seguenti: Poiché lo scopo della cosidetta Rivoluzione sociale è principalmente economico, strumento di essa non può essere che la classe dei lavoratori salariati. Ma tutta la gente di cui sopra non ha nella lotta di classe tra capitale e lavoro alcun interesse economico. Inoltre, gli intellettuali vivono vendendo il loro lavoro intellettuale, e chi lo compra è la borghesia; dunque nella lotta di classe del Socialismo essi non hanno a che vedere; entrando nel Socialismo, essi non fanno altro che accollare alla classe lavoratrice i loro interessi borghesi, ribattezzandoli di propria autorità come rivendicazioni «socialiste». (Robert Michels)

NoteModifica

  1. I rivoltosi dei moti di Milano.
  2. Arturo Labriola, Riforme e Rivoluzione Sociale, p. 226. [N.d.A.]
  3. Nel testo "leatà".

BibliografiaModifica

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