Armando Ravaglioli

scrittore, critico d'arte e giornalista italiano

Armando Ravaglioli (1918 – 2009), scrittore, critico d'arte e giornalista italiano.

I primi anni di Roma capitale (1870–1900)Modifica

IncipitModifica

Rientrato a Roma all'inizio del '71,[1] Gregorovius la trova già irriconoscibile. Infervorata da una alacrità prima sconosciuta, quella che era stata per lui la metropoli del silenzio, il luogo perfetto per calarsi idealmente nella condizione umana e civile del Medioevo da lui rivissuto e storicamente ricostruito, era ormai sonante di diversi richiami, di molteplici attività. E risulta per noi patetico, il suo correre per l'Urbe, il suo arrampicarsi sulle colline per congedarsi dai luoghi dei quali paventava la trasformazione e la degradazione dal punto di vista del fascino ambientale ed umano.

CitazioniModifica

  • Un discorso particolare merita l'impresa del monumento a Vittorio [Emanuele II]. È bene precisare che non ci sentiamo di accodarci all'iconoclastico atteggiamento di quanti si limitano ad aborrire questa costruzione e vorrebbero travolgerla nel ripudio globale di una lunga fase della storia nazionale e cittadina. Ci sono eredità storiche che non si possono accettare col beneficio d'inventario; vanno accolte in blocco. E il monumento a Vittorio è la macroscopica testimonianza di quello che fu l'Italia subito dopo il compimento della sua unità nazionale, coi suoi buoni sentimenti adulterati dalla ampollosità, con la sua architettura condizionata dai travertini e dai marmi. (p. 34)
  • Fra il 1882 e l'83 si ha in Roma il fenomeno Coccapieller, il popolano dal discusso passato risorgimentale che si atteggia a vindice degli schietti interessi della gente comune contro l'affarismo e i giochi di potere della classe politica: è un qualunquismo ante litteram che affascina con la faciloneria delle soluzioni prospettate, con lo scandalismo eretto a sistema e col turpiloquio come strumento polemico. Si aggiunga la personalità fragorosa del Coccapieller, il suo disinteresse per le costruzioni sintattiche, la vena plebea e provinciale dei suoi interventi e si avrà la chiave per spiegarne il successo travolgente come il rapido declino sotto i colpi di alcune sentenze per diffamazione. (p. 40)

Il Ghetto di RomaModifica

IncipitModifica

Il Ghetto di Roma, detto anche «serraglio degli Ebrei», è stato una entità storico-urbanistica limitata a tre secoli di vita, da quel 12 luglio 1555 quando papa Paolo IV Carafa emanò la bolla Cum nimis absurdum, che ne decretava i confini e la chiusura, al 1848 quando, sotto Pio IX, ne vennero definitivamente scardinati i portoni lasciando liberi i movimenti degli Ebrei nel complesso della vita e delle attività di tutti i Romani.

CitazioniModifica

  • Il riflesso difensivo della cattolicità sotto la pressione della Riforma protestante portò ad una politica di apartheid nei confronti delle minoranze ebraiche da tanto tempo presenti in tutti i paesi della cristianità. Il loro torto era stato di non aver ambito alla mescolanza culturale ed etnica con le popolazioni maggioritarie, ma anzi di aver voluto conservare la loro specificità nazionale, tetragona ad ogni amalgama e fusione. In ogni luogo della cattolicità venne adottata una politica di netto isolamento dei figli di Giuda in quelle riserve urbane che, dall'esempio e dal nome veneziano (getto), vennero strutturate e chiamate «ghetti». (p. 9)
  • Tanto singolare, e in qualche modo autonoma, era la vita nel Ghetto, che persino il diritto dovette piegarsi ad introdurre speciali istituti, come il cosiddetto «ius gazagà»: esso contemperava il divieto di possedere in proprietà gli alloggi, che quindi erano di proprietà di Cristiani; ma la corresponsione del fitto, stabilito dall'autorità, consentiva una facoltà d'uso indeterminato che si poteva perfino editare! (p. 44)
  • [...] l'atteggiamento dei Romani verso gli Ebrei non è stato sempre, nel corso dei secoli, dei più simpatici. Pur non essendo mai degenerato in forme persecutorie violente, che sarebbero stato in antitesi con la mentalità tollerante di questa città e con la stessa presenza degli organi centrali della Chiesa, si deve rilevare che non sono state poche le vessazioni soprattutto di carattere psicologico: l'irrisione, le beffe, i modi di dire irriguardosi, le tassazioni imposte dal Senato per finanziare le feste carnevalesche, come se gli Ebrei dovessero ogni anno riscattare il diritto alla loro presenza in Roma (pp. 45-46)

Roma inizio secoloModifica

IncipitModifica

Dopo l'infatuazione delle «mirabili sorti» che caratterizzò il modo di stare in Roma degli italiani che l'avevano voluta come capitale, il nuovo secolo si caratterizzò per una certa sua concretezza. Sembrò che la mentalità positiva del nuovo sovrano[2] e di quel suo primo ministro, il Giolitti, che diventò la prima personalità dell'epoca, si fosse trasmessa anche allo stile di vita della città e alla sua amministrazione.

CitazioniModifica

  • [...], se ci fu una personalità politica totalmente estranea all'idea della romanità, nella sua accezione trionfalistica, si trattò certamente di Giovanni Giolitti: anche come uomo, pur dopo aver vissuto per lunghi decenni nella capitale, egli rimase sostanzialmente un ospite di passaggio in Roma. Vissuto in un edificio e in un quartiere[3] che ripeteva i modi edilizi ed urbanistici della lontana Torino, il Giolitti fu espressione fedele di quel ceto impiegatizio che ha sempre considerato e continua a considerare Roma la città dove è comandato, non la propria vera città. (p. 7)
  • Nocque al Nathan il tono profetico col quale resse il Campidoglio, l'atteggiamento di ostentato antagonismo all'autorità spirituale del vescovo di Roma, la dichiarata identificazione con una fazione. Doveva quindi riuscire facile per i portatori degli ingenti interessi (specie quelli speculativi sulle aree da costruzione) da lui colpiti manipolare i legittimi sentimenti di altri settori elettorali e travolgerlo nel 1913. (p. 21)
  • La pretenziosa mole del palazzo di Giustizia era andata crescendo in mezzo alla antipatia dei romani. Le dimensioni faraoniche, la complessità della struttura, l'eccesso degli ornamenti stilisticamente del tutto estranei all'ambiente romano, insieme all'aura di sospetto che aveva accompagnato il ciclo venticinquennale della sua realizzazione, gli avevano alienato le simpatie dell'opinione pubblica. (p. 26)
  • L'impresa di Libia non fu una guerra imperialista, nel senso stretto dell'espressione; essa apparteneva alla logica del sistema di rapporti internazionali dominanti in quel periodo in Europa e rappresentava la inevitabile contromisura dell'Italia all'accerchiamento che Francia e Inghilterra, egemoni del Mediterraneo, avevano operato ai suoi danni. (p. 43)

Incipit di alcune opereModifica

Il TevereModifica

Su un punto, ma su uno solo, appaiono tutti d'accordo, tecnici e amministratori. Per il Tevere servono interventi immediati e radicali: non è più tollerabile che, da nord a sud, Roma venga attraversata da un fiume ridotto a gigantesco collettore fognario. Ne va della salute degli abitanti, ne va del decoro della città. Come continuare a consentire che il fiume al quale vengono legate le origini di Roma (la leggenda di Romolo e Remo), al quale per secoli fu affidata la sopravvivenza stessa della città che solo dal suo fiume vedeva garantito l'approvvigionamento d'acqua, costituisca ora per la Capitale un pericolo mortale, come tale guardato con avversione e isolato fra i due giganteschi muraglioni degli argini?

Roma città apertaModifica

"Città aperta" fu la definizione diplomatica alla quale si ricorse nei quaranta giorni badogliani per definire lo "status" giuridico della città, dalla quale erano stati sgombrati comandi e impianti militari. E "città aperta" fu la formula cui fece riferimento la successiva trattativa per la consegna della città, abbandonata da sovrano e governo, ai tedeschi incalzanti. Ancora "città aperta" fu la condizione di Roma richiamata dal Vaticano nella sua azione per stornare da Roma la pressione militare degli Alleati e il possibile tentativo tedesco di farne un campo trincerato.

NoteModifica

  1. 1871, l'anno successivo alla breccia di Porta Pia e all'annessione di Roma al Regno d'Italia.
  2. Vittorio Emanuele III, re d'Italia dal 29 luglio 1900.
  3. Dal 1891 al 1928, durante i suoi soggiorni romani, Giolitti dimorava in un edificio di via Cavour 72, nei pressi del rione Esquilino.

BibliografiaModifica

  • Armando Ravaglioli, I primi anni di Roma capitale, Tascabili economici Newton, Roma, 1995. ISBN 88-8183-051-5
  • Armando Ravaglioli, Il Ghetto di Roma, Tascabili economici Newton, Roma, 19992. ISBN 88-8183-374-3
  • Armando Ravaglioli, Il Tevere, Tascabili economici Newton, Roma, 1995. ISBN 88-7983-961-6
  • Armando Ravaglioli, Roma città aperta, Tascabili economici Newton, Roma, 1996. ISBN 88-8183-495-2
  • Armando Ravaglioli, Roma inizio secolo, Tascabili economici Newton, Roma, 1995. ISBN 88-8183-220-8

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