Antonio Muñoz Molina

scrittore e saggista spagnolo

Antonio Muñoz Molina (1956 – vivente), scrittore spagnolo.

Antonio Muñoz Molina nel 2018

Citazioni di Antonio Muñoz MolinaModifica

  Citazioni in ordine temporale.

  • Il fascismo era un individuo tracagnotto e insolente che passeggiava per la via principale della mia città al braccio di una signora bionda.[1]
  • Nulla di ciò che conta di più arriva con facilità o immediatezza.[2]
  • Io dovrei essere nero, suonare il piano come Thelonious Monk, essere nato a Memphis, Tennessee, baciare in quest'istante Lucrecia, essere morto.[3]
  • Le guerre non si fanno solo con armi da fuoco, con sassaiole e con grida: si preparano nelle scuole, si seminano nei libri di testo, nelle carte geografiche, nei manuali di storia e negli studi più eruditi dell’archeologia.[4]
  • Per qualche motivo, per qualche legge fisica o psicologica che nessuno ha ancora scoperto, le sciocchezze si diffondono con maggiore efficienza e rapidità delle idee sensate, forse perché il cervello umano non è un buon conduttore d'intelligenza, così come il legno o la porcellana non sono buoni conduttori di elettricità.[5]
  • Chi contempla senza far nulla un aguzzino che umilia la sua vittima è complice.[6]
  • Per prendere decisioni che spettano solo a lui, il cittadino ha bisogno di informazioni affidabili sul passato e sul mondo che lo circonda.[7]
  • La crudeltà più terrificante e orribile non nasce negli psicopatici per vocazione o in persone intossicate da ideologie velenose, ma in individui del tutto normali, vestiti in uniforme, addestrati per eseguire degli ordini.[8]
  • La verità più amara è comunque preferibile alla menzogna consolatrice benché edificante.[9]
  • Un mascalzone che legge Proust non per questo è meno mascalzone. C’è perfino da domandarsi se è possibile essere un mascalzone e amare Proust.[10]
  • Gli intellettuali [Riferito a Gabriel García Márquez] che rendono omaggio al tiranno [Fidel Castro] e lo chiamano per nome vengono di solito da Paesi democratici nei quali si dichiarano molto critici verso il potere, ma basta che il potere sia assoluto perché tanta ribalderia si trasformi in riverenza.[11]
  • La civiltà è uguaglianza di fronte alla legge e rispetto della diversità degli altri. La barbarie è diseguaglianza, ingiustizia e tirannia.[12]
  • Sa che cosa sto aspettando? Che arrivino i nuovi scrittori figli di immigrati, che arrivino e ci raccontino la nuova Spagna meticcia. Chissà come sarà il romanzo di una giovane spagnola nata in una famiglia musulmana tradizionale.[13]
  • Sarà molto interessante leggere i romanzi di chi è metà marocchino e metà spagnolo, cinese e spagnolo, senegalese e spagnolo. Credo che lo sguardo del figlio dell'immigrato sia molto ricco, perché è doppio: guarda dal mondo a cui appartengono i suoi genitori, quello delle radici, e dal mondo nuovo a cui lui già appartiene. Nei due mondi si sente al tempo stesso a casa e straniero. Sono le due esperienze fondamentali per scrivere: conoscere molto bene qualcosa e al tempo stesso vederla un po' come da fuori.[13]
  • I miei punti di riferimento sono i grandi scrittori ebrei americani come Saul Bellow e Bernard Malamud, il latino-americano Junot Diaz e l'indo-americana Jhumpa Lahiri. Aspetto con una certa trepidazione che questo filone decolli anche da noi.[13]
  • L'immigrato ha un mondo del passato a cui appartiene e un mondo del presente al quale sempre, più o meno, sarà estraneo; suo figlio invece sta in tutti e due e molte volte in nessuno. Per questo c'è bisogno che il processo di integrazione abbia successo, in modo che la seconda generazione non resti chiusa nel ghetto.[13]
  • I dittatori sono propensi alla cinefilia. Lenin, che detestava la musica perché era irritato dal fatto che lo faceva diventare sentimentale, considerava che tra tutte le arti il cinema poteva essere la più utile alla causa del proletariato. Hitler vedeva quasi tutte le sere in una sala cinematografica perfettamente attrezzata operette viennesi d'epoca e musical americani, e regalò a Eva Braun una cinepresa per girare a colori scene che ancora oggi ci gelano il sangue, un misto di ridenti immagini domestiche e igure genocide che prendono il sole sulle terrazze con vista sulle Alpi. Anche a Stalin piacevano i musical americani e i film western e, dato che soffriva d'insonnia come Hitler e si divertiva a tenere svegli i suoi cortigiani fino a notte fonda, a volte prolungava la sessione cinematografica con una festa alcolica, durante la quale osservava in silenzio adulatori e future vittime come se stesse inventando per ognuno un copione sinistro dall'epilogo ignoto a tutti tranne che a lui. Il generale Franco non andava a letto tardi e non beveva, ma la sua passione per il cinema era altrettanto forte, al punto che scrisse la sceneggiatura di un film, Raza, che era una patetica fantasia ricamata sulla sua biografia, e una dimostrazione del fatto che il cinema può rovinare l'immaginazione di chiunque. Forse ai dittatori piacciono tanto i film perché hanno pochissime opportunità di uscire la sera e perché sono costantemente circondati da persone servili di cui non sanno più che fare.[14]

Incipit di alcune opereModifica

BeltenebrosModifica

Sono venuto a Madrid per uccidere un uomo che non avevo mai visto prima.[15]

PlenilunioModifica

Giorno e notte si aggirava per la città alla ricerca di uno sguardo. Era diventata la sua unica ragione di vita e sebbene tentasse di fare altre cose o fingesse di farle, in realtà si limitava a guardare, spiava gli occhi della gente, i volti degli sconosciuti, dei camerieri nei bar e dei commessi nei negozi, i volti degli arrestati nelle schede segnaletiche. L'ispettore cercava lo sguardo di chi aveva visto qualcosa di troppo mostruoso perché l'oblio potesse mitigarlo o cancellarlo, due occhi che tradissero qualche traccia o qualche indizio del crimine, due pupille in cui si potesse scoprire la colpa senza incertezze, semplicemente scrutandole, come i medici che riconoscono i segni di una malattia sotto il raggio di una piccola torcia.

NoteModifica

  1. Da Il fascismo e lo scorpione, Internazionale, n. 228, 17 aprile 1998, p. 8.
  2. Da Come è facile distruggere, Internazionale, n. 260, 27 novembre 1998, p. 8.
  3. Da L'inverno a Lisbona, traduzione di E. Liverani, Feltrinelli, 2001, p. 22. ISBN 8807814536
  4. Da Geografia e storia, Internazionale, n. 415, 7 dicembre 2001, p. 7.
  5. Da L'incredulità, Internazionale, n. 418, 28 dicembre 2001, p. 5.
  6. Da Due tedeschi, Internazionale, n. 422, 1 febbraio 2002, p. 7.
  7. Da Fragile democrazia, Internazionale, n. 433, 19 aprile 2002, p. 46.
  8. Da Foto ricordo, Internazionale, n. 540, 21 maggio 2004, p. 30.
  9. Da Racconti del passato, Internazionale, n. 585, 8 aprile 2005, p. 75.
  10. Da Quando leggere è un vizio, Internazionale, n. 629, 17 febbraio 2006, p. 76.
  11. Citato in Dino Messina, García Márquez e Castro Amicizia oltre l'Ideologia, Corriere della sera, 2 agosto 2008, p. 39.
  12. Da Civiltà e barbarie, Internazionale, n. 773, 5 dicembre 2008, p. 55.
  13. a b c d Da Muñoz Molina Sono stufo di questo passato, Corriere della sera, 2 agosto 2010.
  14. Da El tirano cinéfilo, País; tradotto in Il tiranno cinefilo, Internazionale n. 1101, 8 maggio 2015.
  15. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

BibliografiaModifica

  • Antonio Muñoz Molina, Plenilunio, traduzione di Enrico Miglioli, Mondadori, 1998. ISBN 8804444509

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