Alberto Abruzzese

sociologo, scrittore e saggista italiano (1942-)

Alberto Abruzzese (1942 – vivente), sociologo, scritttore e saggista italiano.

Citazioni di Alberto Abruzzese

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  • Il pensiero-esperienza d’Artaud finì per teorizzare come attore della sua messinscena (che non a caso ha già in sé le future scelte post-televisive dell'happening teatrale e della videoarte) il manichino.[1]
  • Nel genere trash diventano oggetti di culto figure di una cultura di massa molto degradata, come la comicità più triviale, l'estremo cattivo gusto, l'horror grottesco e fantastico, il sesso porno e caricaturale.[2]
  • Se prima la dimensione era quella della visione e dell'ascolto, ora è quella della partecipazione e della presenza, dell'interattività... il passaggio dal video al computer.[3]
  • Targhettatura del pubblico in sistema di pubblici ma anche spettacolarizzazione del target comportano l'universalizzazione dunque la scomparsa del pubblico in quanto tale.[4]

I persuasori della metropoli

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  • Così in Salce la «forma» manifesto (stampato), il mezzo in quanto tale, prevale sui contenuti espressi: il «ragioniere» accumula anche le opere che non valuta belle. Alla «coazione a ripetere» del desiderio si aggiunge la sistematicità dell'esperto, al feticista l'archivista. Grazie a questo la sua raccolta non solo è in grado di mostrare il percorso di una tradizione artistica che si massifica e socializza al servizio del mercato, con l'intento di conservare la propria radice e «decorare», «abbellire» le funzioni della tecnica o la trivialità dei prodotti, ma, acquisendo anche ciò che non rientra in quel percorso «auratico», è pure in grado di documentare la nascita della pubblicità contemporanea, il formarsi di una nuova estetica del prodotto, di nuove strategie persuasive e discorsive, di nuovi ritmi narrativi, di nuove sostanze, nuovi vissuti, nuovi soggetti dell'immaginario (che, tra catastrofe e rigenerazione, nascono come negazione, «dissoluzione», «compimento», all'interno dell'arte della pubblicità urbana, potremmo dire come suo «destino»). (pp. 41-42)
  • È Hollywood ora a far sognare, a dare l'illusione del lusso. Non più uno stile decorativo che arricchisce il mezzo, ma una traccia, un riferimento alla ricchezza dell'immaginario cinematografico, magari tradotto in chiave povera, «cartacea», dal fotoromanzo («spazio» della lettura e repertorio narratologico particolarmente adatto ai prodotti femminili), e in chiave «intima» (significativo il manifesto di Molino del 1950 per la radio CGE, che, al «femminile», entra in camera da letto). (p. 49)
  • È probabile, infatti, che Salce valutasse il manifesti con la stessa «ambiguità» di Pica («consolano in qualche modo le pupille degli aristocratici amatori d'arte») e cioè a risarcimento dell'«estetica del brutto» prodotta dalla fabbrica e dalle macchine, dalla folla e dalle merci. (p. 41)
  • Il cartellone di Dudovich per la Weinhagen ci invita, invece, ad un'osservazione sui tempi narrativi della pubblicità esterna. Infatti, la rappresentazione del gesto galante di Lui che scopre le spalle di Lei al confortevole e complice calore della stufa, ha i tempi dello spot televisivo; la velocizzzazione e frantumazione del racconto è già tutta implicita in questa immagine solo apparentemente «istantanea». (p. 46)
  • La civiltà di massa verso cui il mercato e le strategie pubblicitarie vanno muovendosi non è certo più quella degli anni trenta. Il manifesto di Boccasile per la Locatelli, raffrontato a quello di Metlicovitz per la Buitoni, ne è una eloquente dimostrazione. Boccasile, sopravvissuto alla sua interpretazione «carnale» delle merci (che sarebbe stata ripresa dai «poveri ma belli» del Neorealismo rosa), e alla sua adesione al regime (il manifesto degli anni cinquanta dimostrerà che la violenza o il retorico autoritarismo della propaganda fascista ritorna tale e quale non solo nei manifesti politici democristiani e comunisti, ma anche nelle campagne a fini civili), sembra «vendicarsi» della storia, con questa folla di bambini tumultuanti al grido di «Vogliamo il formaggino Mio» (immagine anticipatoria delle future rivendicazioni di piazza dei giovani del Sessantotto – proprio loro, essendo questo manifesto del 1950). (p. 50)
  • La collezione Salce documenta splendidamente la nascita, lo sviluppo e la crisi del manifesto pubblicitario come mezzo dominante nelle forme di comunicazione destinate a reclamizzare i prodotti dell'industria e del mercato in Italia. (p. 39)
  • La natura dell'intento di Salce nel collezionare manifesti per tutto l'arco della propria vita, provvidenzialmente durata quanto durò l'oggetto del suo amore, ci serve a spiegare la straordinaria ricchezza delle «informazioni» raccolte ed ora a disposizione; straordinaria intellettualmente ed emotivamente per chi oggi la voglia rivisitare. (p. 41)
  • Ma si cominciano anche a diversificare gli stili a seconda del prodotto, favorendo, là dove necessario, un disegno più immediato e approssimativo, più domestico, più educatamente triviale. Come dimostra il manifesto di Dudovich per l'Impresa generale affissioni e pubblicità del 1921, l'apparato della comunicazione esterna copre il territorio nazionale in un vasto circuito di gestione municipale. I muri delle strade erano i palinsesti di oggi. Pubblico e merci crescono. Cresce la consapevolezza del mezzo.(p. 47)
  • Se, ad esempio, ricordiamo il manifesto di Giovanni Battista Carpanetto sull'Esposizione fotografica del 1900 a Torino, non può sfuggirci il riferimento ad una fonte di luce che non è più quella solare, che non ha più la sua «oggettività», il suo «tempo naturale». Così come il «pittore» di una civiltà elettrica, anche lo spettatore entra in possesso di quel «fascio di luce» che può giocare tra la nera immensità del buio e l'apparenza del prodotto, della merce, degli attori del consumo. (p. 45)
  • Sino ai primi anni venti, tuttavia, sia la guerra sia l'inizio del regime non sembrano intervenire sulla continuità dello stile liberty in una cartellonistica che esibisce gli stessi autori o autori a essi ispirati e gli stessi temi iconografici, la medesima fascinazione belle époque. E tuttavia risultano rafforzati alcuni archetepi letterari, come ad esempio quello della «tigre reale» in Avoriolina Bertelli (1921) di Mauzan. (p. 47)
  • [...] vera e propria ossessione di Mauzan per la bocca che «grida», «reclama», come ad esempio in La nuova Osram (1926). (p. 43)
  1. Da Lo splendore della TV: origini e destino del linguaggio audiovisivo, Genova, Costa & Nolan, 1995, p. 137.
  2. Da L'Espresso, 20 marzo 1997, 103.
  3. Da Lo splendore della TV: origini e destino del linguaggio audiovisivo, Genova, Costa & Nolan, 1995, p. 54.
  4. In Il Manifesto, 16 marzo 1986], 6.

Bibliografia

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  • Alberto Abruzzese, I persuasori della metropoli, in "L'Italia che cambia attraverso i manifesti della Raccolta Salce", Edizioni Artificio, Firenze, 1989.
  • Alberto Abruzzese, Lo splendore della TV: origini e destino del linguaggio audiovisivo, Genova, Costa & Nolan, 1995.

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