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Anna Franchi

scrittrice e giornalista italiana

Anna Franchi (1867 – 1954), scrittrice e giornalista italiana.

Indice

Arte e artisti toscani dal 1850 ad oggiModifica

IncipitModifica

Quando queste mie pagine andranno pel mondo, mi si accuserà forse di una accentuata simpatia per l'arte toscana. Avranno torto gli accusatori. Innamorata dell'arte, ammiro il bello ovunque sia, soltanto, le serene concezioni degli artisti, che in Toscana videro la luce, mi attirano notevolmente, mi danno un quieto godimento, come una gentile poesia del Pascoli.
Nelle Esposizioni, tra tanti quadri affastellati, qualche volta senz'ordine e senza artistico ragionamento; tra il luccichìo dell'oro; tra le aberrazioni di tanti mattoidi più o meno classificati dal Lumbroso[1]; tra i problemi inestricabili di alcuni fiacchi sognatori di simboli, i quali qualche volta – dico qualche volta – non saprebbero dare essi stessi la matematica spiegazione del loro quesito, e tra le grandi concezioni dei forti; un bisogno imperioso mi prende sempre, sempre; un bisogno impulsivo sul quale non ragiono, non discuto: vedere ciò che han fatto i toscani; e davanti ai loro quadri mi soffermo con compiacenza, e tanti versi gentili mi vengono spontaneamente alle labbra, poiché sempre una calma e squisita poesia si sprigiona da quelle tele.

CitazioniModifica

  • [...] non tutti i giovani macchiaioli seppero innalzare il loro nome fino alla luminosa notorietà. Né tutti erano pittori; fra i frequentatori del [Caffè] Michelangiolo[2] vi erano pittori e letterati, vi erano dei semplici copiatori di galleria, e degli artisti ai quali sorrideva più l'immediato guadagno della gloria futura. (I macchiaioli, parte 2, p. 35)
  • E ridendo si ricorda il Tricca. Questi, ritrattista fine, un po' ricercato ma accuratissimo, e più di tutto caricaturista sommo, era l'anima del Caffè [Michelangiolo di Firenze][2]. Inventava ogni giorno una burla, ogni ora un motto salace, ogni poco una nuova caricatura. Giunse a farla a sé stesso e così bella che, fra tutte quelle fatte nell'epoca del Caffè, è conservata come una delle migliori. La satira era parte della sua mente, del sangue suo, non parlava se non prendeva in giro qualcuno. Le debolezze del prossimo non gli sfuggivano mai, ed era tanto il bisogno di canzonar la gente, che perfino al canuccio spelacchiato che sempre lo seguiva, faceva prendere il cappello – così ricorda il Signorini[3]. Non uno sfuggiva alla sua satira; suo figlio, la sua domestica, suo fratello al quale fece una delle sue più belle caricature.
    Organizzava le burle con la pazienza del ragno allorché adocchia la mosca, e non retrocedeva nemmeno se sapeva di crearsi un nemico. (I macchiaioli, parte 2, p. 37)
  • [...], [tra gli artisti che, pur non essendo toscani, frequentavano il Caffè Michelangiolo] ricorderò Giovanni Boldini di Ferrara, ingegno vivace, forte ritrattista, oggi celebre a Parigi.
    Le sue figure risentono talvolta come di uno spirito comico, quasi avessero una leggera tendenza alla caricatura, e forse perché sempre sono evidentissimi i segni caratteristici del soggetto. Fu molto discusso appunto per questa sua verità di esecuzione, non facilmente allora ci si poteva adattare a vederci riprodotti con verità; l'adulazione nel ritratto era necessaria. Era realmente uno spirito parigino, e credo che egli sentisse come soltanto a Parigi si apprezzerebbe la sua pittura. Vi si recò infatti e vi si fece ammirare. (I macchiaioli, parte 2, pp. 40-41)
  • [...] il Signorini fu poeta quanto pittore, anzi direi che fu il pittore poeta od il poeta pittore, che in lui l'arte e la poesia eran fuse in un unico sentimento: rendere in un qualsiasi modo quel bisogno irresistibile dell'anima di raccontare al mondo le sensazioni buone o dolorose.
    Era figlio dell'arte, suo padre era pittore, un suo fratello, morto giovane, lo era pure; [...].
    Però Telemaco Signorini, non aveva per la pittura quella passione sfrenata che quasi come un obbligo, vogliamo ritrovare in tutti coloro che sono riusciti ad alzare la testa un po' al di sopra della moltitudine; egli fece il pittore per contentare il padre, che amava molto, ma forse la letteratura lo attirava, ed anche lo attirava il bisogno di correre pel mondo, vago di spaziare lo sguardo su nuovi orizzonti. (I macchiaioli, parte 2, pp. 43-44)
  • Però, il Signorini, non era il vero ribelle, che si lascia trascinare da un irresistibile entusiasmo; egli era logico e ragionava; infatti lo vediamo trasformarsi continuamente, e in tutti i suoi quadri si potrebbe ritrovare quell'acuto esame critico, che era un bisogno dell'anima sua e che qualche volta distruggeva l'efficacia dell'effetto. (I macchiaioli, parte 2, p. 45)
  • [...] il Fattori da solo, senza maestri, seppe formarsi, tanto da poter comprendere poi l'importanza del rinnovamento pittorico, anzi forse più facilmente lo comprese per questa assoluta mancanza di studi. Aveva l'intelletto vergine, nessuna regola opprimente aveva confuso la sua idealità, la sua spontaneità. Soltanto nel 1861 il Costa[4], venuto da Roma e frequentando il [Caffè] Michelangiolo, meravigliato della sua non comune disposizione, lo guidò per poco, lo mise su una buona via; e con quei pochi consigli, una grande attività, ed una naturale tendenza s'incamminò per la via che lo condusse alla gloria. (I macchiaioli, parte 2, p. 61)
  • Forte paesista, [Giovanni Fattori] ha delle freschezze rugiadose, dei riflessi vividi stupendi, ma pure, perché il suo ingegno robusto emerga altamente, egli ha bisogno di concetti più virili. La poesia di una vallata verdeggiante, oppure dorata da un pulviscolo luminoso, la sente, ma non vi si può attardare; invece intuisce e fa intuire le fatiche di una marcia forzata, le dolcezze di un riposo. (I macchiaioli, parte 2, p. 64)
  • Non molto noto alla gran massa del pubblico, molto stimato dagli artisti: Silvestro Lega ebbe una lunga vita di strazio, una breve, effimera vita di gloria. (I macchiaioli, parte 2, p. 69)
  • [Silvestro Lega] [...] se il suo nome è dalla moltitudine obliato, se i giovani non han tentato di rimetterlo in luce, oggi che le esumazioni sono quasi di moda, gli artisti tutti sanno l'arte sua, e certo meco converranno che questa arte sua era improntata a verità, la linea corretta e franca, efficace il colore. Quelle figure del Lega, così abbozzate, anche negli ultimi tempi, allorché non ci vedeva quasi più, s'impongono per quella convinzione – non so trovare altra parola – che diviene in queste: linea, costruzione, verità infine. (I macchiaioli, parte 2, p. 73)
  • Serafino De-Tivoli fu il papà della macchia[5].
    Le discussioni che Egli sosteneva con i retrogradi erano molto interessanti, cha a Lui coltissimo non mancavano parole, ed in special modo interessanti erano quelle sostenute con l'Ussi[6], il quale criticava acerbamente le sue prove di paese. Gli alberi fatti a massa, bucati con delle pennellate, per farvi entrare l'aria, erano oggetto di risate e di guerre senza fine, ed Egli sosteneva la battaglia impavido, tutto compreso della sua missione, e del proponimento di far prevalere la scuola del vero. (I macchiaioli, parte 2, p. 93)
  • In tutti i suoi lavori si nota questa precisa impressione del vero, ma anche una grande trascuratezza di disegno; infatti è quasi impossibile trovare dei disegni di Serafino De-Tivoli; Egli dipingeva; non disegnava. Forse nella foga di rendere ciò che vedeva, non trovava il tempo per la forma, macchiaiolo tra i macchiaioli, i bozzetti primi che di lui restano sono delle vere macchie, pieni di sentimento, giusti di colore, ma assai poco disegnati. (I macchiaioli, parte 2, pp. 93-94)
  • Fu uno dei primi ad unirsi al movimento di rinascenza[7], e non è tra i meno noti nel mondo; pure la sua non è la notorietà somma, e non è per deficienza di merito, ma per naturale disprezzo di quelle lodi, che a lui non davano intimo godimento. Esponeva poco, lavorava molto, ma per sé stesso. Il Signorini scriveva: «Il suo nome è tanto lontano dalla celebrità, quanto è lontano dalla mediocrità» e con queste parole ha definito il carattere di Cristiano Banti. (I macchiaioli, parte 2, p. 95)
  • [Cristiano Banti] Nonostante questa sua riserva ad esporre [i suoi quadri], alcune opere di lui sono note, e bastano a poterlo giudicare come artista di grande merito; l'intima ricerca del chiaroscuro, del rapporto, lo studio profondo per trovare il lato gentile di un soggetto, le intonazioni calde e vaporose, il disegno perfetto, la forma accurata, risultano nei suoi dipinti. (I macchiaioli, parte 2, p. 96)
  • I suoi disegni sono semplicemente meravigliosi. Non impeccabili di linea soltanto, ma sentiti, ma frementi, ma palpitanti. Dell'essere ritratto egli fa vedere le linee e fa sentire il pensiero. Non trovo migliore espressione per rendere il mio concetto. Certo che una faccia che ride, disegnata dal Cecioni, vi dà l'idea del vero sorriso, di quel sorriso che illumina una fisionomia, che accende lo sguardo, e che mette sulla fronte un raggio. (I macchiaioli, parte 2, pp. 113-114)
  • [Adriano Cecioni] Non amava la Francia, e si spiega; la nazione gentile, charmeuse, non poteva allettare quel carattere di fiero ribelle. Invece amò l'Inghilterra ove rimase un anno caricaturista.
    Questa qualità sua fu, direi quasi terribile, tanto era forte. Nella caricatura era feroce. La sua esagerata tendenza all'orrore del falso, faceva per contrasto inevitabile esagerare il vero della persona riprodotta. (I macchiaioli, parte 2, pp. 115-116)

NoteModifica

  1. Propriamente Cesare Lombroso.
  2. a b Tradizionale luogo di ritrovo degli artisti toscani, in particolare dei macchiaioli.
  3. Telemaco Signorini (1835-1901), pittore e incisore italiano. Fece parte del gruppo dei macchiaioli.
  4. Giovanni Costa, detto Nino (1826-1903), pittore, militare e politico italiano.
  5. Tecnica di pittura usata dai macchiaioli; gruppo di artisti attivo, soprattutto in Toscana, nella seconda metà dell'Ottocento.
  6. Stefano Ussi (1822-1901), pittore italiano.
  7. Al gruppo dei macchiaioli.

BibliografiaModifica

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