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Vincenzo Borghini (1515 – 1580), filologo e storico italiano.

Citato in Walter Binni e Riccardo Scrivano, Antologia della critica letterariaModifica

  • In [Dante] veggo essere grandissime e bellissime parti, e le principali tutte che si richieggon a un gran Poema. Che vi sia poi qualche difettuzzo o mancamento, io non lo niego: sia dell'uomo o dell'età, non rileva a questo punto di qual sia più perfetto e migliore, se ben serve o per iscusa o per qualche altra cosa: come non servirebbe a fare che una figura di Giotto fusse più bella d'una d'Andrea del Sarto, il dire che nell'età di colui l'arte della Pittura non era tanto inluminata, quanto ella fu poi; servirà bene a dire che Giotto in tante tenebre fece miracoli, e non ebbe pari; dove questo altro ebbe manco difficultà assai, e de' pari, e forse de' superiori qualcuno. Ma io non credo che il punto in Dante consista qui, se bene questa scusa ci bisognerà in alcune poche voci solamente quanto attiene alla comparazione del Petrarca. Ma il punto vero sarà qual sia di maggior lode degno o un Epico o Eroico poema grande, non interamente perfetto, o un piccolo e minuto che sia perfetto: perché può bene stare che si truovi una cosa piccola bellissima, pogniam caso una cappellina con bellissima proporzione d'architettura e ricchezza di cornici, che nondimeno non arà a fare con la fabrica d'un gran tempio con pochi ornamenti; e in simili comparazione sogliono dire i nostri uomini a tanto per tanto, o pur del tanto, come disse il Villani...[1] (p. 92)
  • Monsignor Bembo fu affezionatissimo alla delicatezza della lingua, e questa poesia dolce e minuta par che nella nostra lingua fusse tutto il fine e il diletto suo, e in questo io non lo biasimo punto ch'egli le concedesse assai, ma non arei già voluto il tutto... Egli presuppone che l'ammirazione di Dante sia tutta in noi per le molte scienzie che sono in quel Poema inchiuse; e io non vo' dire che io ne tenga poco conto, che sarebbe sciocchezza: ma io dico bene che io l'ho per serventi di quel Poema, e non per principali, e ammiro il Poeta come Poeta, e non come filosofo e come teologo: se bene mi pare una quasi divinità d'ingegno l'aver saputo e potuto innestarle di sorte che elle servano al bisogno del Poema con grazia e con leggiadria.[1] (pp. 92-93)
  • Delle similitudini e immagini [nella Divina Commedia] è me' tacere che dirne poco, perché in queste Dante non ha avuto mai pari; così nell'appropriarle maravigliosamente a proposito, come nell'esprimere felicemente, e secondo la propria natura loro, le imagini brevissimamente, quell'altre più largamente, e non però di soperchio.[1] (p. 93)

BibliografiaModifica

  • Walter Binni e Riccardo Scrivano, Antologia della critica letteraria, Principato Editore, Milano, 19813.

NoteModifica

  1. a b c Da Pensieri diversi, in Studi sulla Divina Commedia di G. Galilei, V. Borghini e altri, a cura di O. Gigli, Le Monnier, Firenze, 1855, pp. 306-310.

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