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Spandakārikā, testo dello shivaismo, opera attribuita a Vasugupta o a Bhaṭṭa Kallaṭa.

IncipitModifica

  • Sia lode al dio al cui aprirsi e chiudersi di ciglia l'universo sorge e si dissolve. (I.1)[1]

CitazioniModifica

  • Ciò in cui non è né piacere né dolore né oggetto percepibile né soggetto percipiente, né beninteso insezienza, quello esiste in senso assoluto. (I.5)[1]
  • Chi sta come immerso nello stupore, contemplando la vera natura propria come quella che a tutto presiede, come può ancora essere soggetto a questa dolorosa trasmigrazione? (I.11)[1]
  • Colui che è costantemente inteso a investigare la realtà dell'energia vibrante anche in stato di veglia realizza in breve la propria vera natura.[2] (I.21)[1]
  • Chi è fortemente adirato o gioioso, o chi pensa 'che mai devo fare?', o chi è tutto preso in una corsa disperata: nel piano a cui essi approdano, ivi risiede l'Energia Vibrante (spanda). (I.22)[1]
  • L'anima individuale è sostanziata dal tutto, poiché è da essa che sorge ogni cosa, tale identità con il tutto essendo mostrata dalla natura del suo percepire la realtà; ne consegue che non v'è stato – nelle parole, negli oggetti significati, nel pensare – che non sia Śiva. A presentarsi come realtà fruibile è sempre e comunque il fruitore, e il fruitore soltanto. (II.3-4)[1]
  • Colui che ha conseguito questo stato di coscienza, vedendo il mondo intero come gioco, ininterrottamente compenetrato con la suprema realtà, è senza dubbio un liberato in vita. (II.5)[1]

NoteModifica

  1. a b c d e f g Citato in Vasugupta, Gli aforismi di Śiva, con il commento di Kṣemarāja, a cura e traduzione di Raffaele Torella, Mimesis, 1999.
  2. Spanda è generalmente tradotto con "energia vibrante".

Voci correlateModifica

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