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Pupi Avati (2008)

Pupi Avati, all'anagrafe Giuseppe Avati (1938 – vivente), regista, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano.

Indice

Citazioni di Pupi AvatiModifica

  • [Su Marisa Merlini] Amava il mio cinema e mi chiedeva da tempo di lavorare insieme, ed è stato bellissimo. Con la sua straordinaria esperienza che ha attraversato quasi un secolo di cinema, sapeva stare sul set con una competenza ed un rispetto dei ruoli che oggi purtroppo sembrano quasi anacronistici.[1]
  • [Sull'assegnazione al premio alla carriera al Festival Cinevasioni] Carlo Delle Piane è stato il filo rosso di tutto il cinema italiano dal dopoguerra ad oggi [...] è una persona di una sensibilità estrema che merita il premio che oggi gli viene riconosciuto, ne avrebbe meritati molti di più, ma soprattutto avrebbe meritato quell'attenzione da parte dei miei colleghi che non ha ricevuto. Questo è un mio grandissimo rammarico perché ad esempio in America o in Francia avrebbe ottenuto più considerazione.[2]
  • Credo di aver fatto, in quel mondo, [scout] esperienze che né la famiglia né la scuola ti possono offrire. Come i «fuochi di bivacco» prima di andare a dormire. Erano anche quelli momenti di socializzazione. Che potevano essere scherzosi, allegri, con scenette e barzellette. Ma anche molto seri: momenti in cui ci si confrontava, ci si raccontava, ci si confidava, sapendo che nessuno avrebbe mai fatto uso di dileggio di quel che sentiva. Se sono una persona che ha una certa facilità a raccontare se stesso senza nascondere le proprie debolezze e i propri errori, lo devo a quei momenti lì, ai «fuochi di bivacco».[3]
  • Ho letto con crescente interesse la corposa antologia sull’amore e sulla caducità dei sentimenti di Paolo Ruffilli. Sembrano tutte storie "sbagliate" queste di Un'altra vita (Fazi Editore), incontri fugaci fra anime in pena che, nell’insensata baraonda dell’esistenza, si regalano un attimo, uno e uno solo, di intensa umanità. L’autore è riuscito a raccontare l'amore (tema di cui si è fatto e si fa abuso smodato) attraverso una serie di incontri tutti verosimili e tuttavia tutti singolari. Lasciando il lettore nella certezza di non aver esaurito il "catalogo" delle possibili combinazioni. Dei possibili intrecci. Come se questa sua profonda conoscenza del tema lo legittimi a continuare a narrarlo ancora all’infinito. E sempre in modo nuovo. Tenendo ben desta la nostra curiosità. Ho anche molto apprezzato l’aver dedicato ogni racconto ad un suo (nostro!) Nume Tutelare. Non per vezzo letterario (la sua voce è così sua, è così poetica, da non potersi piegare all’emulazione o al ricalco) né per una dannosa foga citazionista. È – così l’ho interpretato – un ricambiare un dono ricevuto con un suo dono. Un gesto di profonda sentita riconoscenza. E in quelle ore di lavoro, ne sono certo, sia Emily Dickinson che Hermann Hesse (e così tutti gli altri) si sono fermati, soddisfatti, al suo fianco.[4]
  • Nel 1986 stavo realizzando al Bandiera Gialla di Rimini un programma per la televisione e ad un certo punto ho sentito, dall'altra parte dello studio, qualcuno cantare con un timbro, una voce, una grinta e una ruvidezza che mi ricordavano molto un modo di cantare che mi era caro perché era quello dei cantanti di colore. Allora chiesi chi fosse questo cantante americano e mi risposero "si chiama Zucchero". Zucchero? Ma che nome è? Poi ho scoperto che invece si chiamava Adelmo che è un nome delle nostre terre, della campagna. Nessun nobile aristocratico emiliano si chiamerebbe mai Adelmo![5]
  • Nella mia mente [...] rimangono i suoni che anticipano l'arrivo del gruppo. Ecco, quel mix di sirene, clacson, pale di elicottero e urla degli spettatori è la cosa che più mi ha colpito del Giro d'Italia. Rumori sovrapposti che diventano una sola, caratteristica sonorità. Un momento unico![6]
  • Nella mia vita, subito dopo i miei genitori metto gli scout. Mi hanno insegnato soprattutto due cose. La prima è che bisogna dare un senso a ogni nostra giornata. La seconda è la sacralità della vita, in un tutt'uno con la sacralità della natura.[3]

Da "Io, Pupi Avati, vi racconto la famiglia"

Intervista di Andrea Zambrano, Lanuovabq.it, 18 luglio 2016.

  • Siamo assuefatti alla solitudine, la famiglia è l'unico rimedio.
  • Noi abbiamo il dovere di lasciare delle tracce di noi stessi nei figli.
  • I figli hanno un unico diritto. Un padre, una madre e dei fratelli. I fratelli sono delle garanzie. I figli devono sentirsi garantiti dai fratelli.
  • [Riferito al matrimonio] [...] vedo la tentazione di disfarsi di questo istituto, che è l'istituto principe con il quale si richiama l'essere umano alla responsabilità. Oggi si cerca la solitudine, il solitario oggi rappresenta il massimo della tentazione perché abbiamo tutti l'illusione di vivere un'eterna giovinezza, provvediamo con artifizi chirurgici o chimici perché la stagione dell'adolescenza si protragga di stagione in stagione.
  • Tutti arrivano a fare un figlio dopo aver sistemato il mutuo, poi la macchina, poi il lavoro. Il bambino diventa un optional. Tutto ciò è una forma sotterranea di egoismo.
  • Non frequento l'ambiente del cinema, lo vivo tenendomene alla larga. Diciamo che sono più compatito che apprezzato. Però non è vero che sia così malvagio. È un luogo comune che sia un coacervo di nequizie. Se vai nel mondo dei bancari è peggio. Tra i politici è peggio ancora, ovunque l'egoismo ti spinga a cogliere il massimo arraffando con voracità. Ma vedo che l'importante oggi è rassicurare. I nostri politici di mestiere fanno i rassicuratori.
  • La mia fede è condizionata dal dubbio, credo che sia la bellezza della fede. Ogni giorno devi perderla e ritrovarla. Se hai capito cos'è la fede, dopo un po' lo fai di mestiere.
  • Nella mia ingenuità provocatoriamente vado a messa tutti i giorni a cercare Dio e a convincere Dio di esistere, lo ritengo necessario perché solo un Dio ci può salvare.
  • Recitare è ascoltare.[7]
  • L'ascolto è la dinamica che muove una società. La nostra società non ascolta.
  • Il corteggiamento una volta aveva delle regole rituali, che preparavano ad un bene superiore. Oggi ci siamo giocati tutte queste relazioni umane per cui la nostra vita si risolve all'essenza: arrivi già a quello che è il risultato, ti guardi attorno e sei privo di desideri.

Incipit di alcune opereModifica

Gli amici del Bar MargheritaModifica

Una volta c'era una città grande e lunga, soleggiata o piovosa nei giorni giusti, che noi chiamavamo Bologna e ancora oggi, se desideri ricordare un posto che non c'è più, c'è chi dice quel nome e ti torna in mente una città grande e lunga, soleggiata o piovosa.
Lì c'erano tutte le persone che ti servivano, nel centro o nella periferia, qualunque genere di persona cerassi, avessi voglia di vedere o di salutare, lì sapevi che c'era e prima o poi l'avresti trovata. Non ne mancava nessuna.[8]

Una sconfinata giovinezzaModifica

A vent'anni nei ragazzi cercavo l'impegno, la sensibilità, addirittura il senso del sacro. E se erano belli tanto meglio...
Insomma, cercavo una specie di angelo e mi ritrovo questo qui che vince una caccia al tesoro organizzata dai miei cugini di Bologna... Lo conoscevano tutti e si capiva come gli piacesse salutare e farsi salutare, insomma, si atteggiava un po'. Dopo la premiazione lo invitarono al nostro tavolo per chiedergli della squadra di calcio di lì. Mi piacque che rispondesse alle loro domande senza smettere di guardarmi. Il giorno dopo ci ha portati all'allenamento del Bologna, anche lì lo conoscevano tutti.

NoteModifica

  1. Citato in Cinema, è morta Marisa Merlini, Corriere.it, 28 luglio 2008.
  2. Citato in Fulvio Fulvi, Carlo Delle Piane: "In 70 anni di carriera Pupi Avati il regalo più bello", Avvenire.it, 12 ottobre 2017.
  3. a b Da Così gli scout mi hanno insegnato a vivere, Lastampa.it, 5 agosto 2014.
  4. Citato in Literary.it http://www.literary.it/dati/literary/avati_pupi/unaltra_vita.html
  5. Dal programma televisivo Un soffio caldo – Natale con Zucchero, Rai 2, 21 dicembre 2010.
  6. Citato in Pier Bergonzi, Che emozione il suono del Giro, SportWeek, nº 19 (936), 11 maggio 2019, pp. 59-60.
  7. Frase detta a Katia Ricciarelli.
  8. Prima dell'inizio del libro ci sono due pagine con le dodici "regole del Bar Margherita", la prima delle quali è:
    «1. Al bar non si portano mogli, sorelle, figli, nipoti.»

BibliografiaModifica

FilmografiaModifica

Altri progettiModifica