Pietro Toldo

critico letterario e docente italiano

Pietro Toldo (1860 – 1926), critico letterario e docente italiano.

Il sentimento nazionale nel teatro francese

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  • La leggenda ci rappresenta Molière, che desina familiarmente con Luigi XIV; i grandi già sdegnosi di avere a commensale l'oscuro commediante, ora fremono e invidiano. Se la leggenda non è in tutto vera, pure qualcosa di vero racchiude in sé; essa è analoga a quella di Carlo V che raccoglie il pennello di Tiziano e significa il rispetto che l'aristocrazia della nascita tributa a quella dell'ingegno. Ma in Luigi XIV v'era pure un'altra causa di simpatia; Molière l'aiutava a debellare i nobili altezzosi, in cui qua e là qualchevolta guizzava ancora la fiamma della ribellione e le scene dell'illustre poeta si popolavano di marchesi pretensiosi e ridicoli.(p. 17)
  • Il Don Giovanni del Molière, con la sua gloriosa discendenza, simboleggia la razza latina e s'oppone alla tetra concezione di Faust, personificazione dei popoli nordici. All'uno sorride la primavera gioconda delle rive incantevoli del Mediterraneo, la vita per la vita e il piacere dell'ora che fugge; all'altro, rinchiuso fra volumi e alambicchi, l'affannosa ricerca del bello amareggia ogni istante e invano Mefistofele ridona la gioventù. (p. 19)
  • [...] si osservi che Tartufo [di Molière] non è una di quelle personificazioni astratte, care tanto al medio evo e che possono convenire ad ogni tempo. Tartufo è lo stesso gesuita contro cui insorgeva Pascal, nelle sue lettere provinciali, ed in abiti ecclesiastici egli osò presentarsi prima volta alla ribalta. Tartufo è quindi l'infausto personaggio che governa il popolo col pulpito, le dame col confessionale ed il re cogli amori; la sua apparizione sulle scene apparve scandalo enorme; sospesa varie volte l'autore dovette giovarsi di tutto il favore, di cui godeva presso il sovrano, perché il veto della censura venisse tolto per sempre. La censura volle però che Tartufo si spogliasse dell'abito ecclesiastico, piccola rappresaglia gesuitica che non riuscì ad ingannare alcuno, anzi il veto giovò ad eccitare la curiosità degli spettatori, essendo ormai provato dall'esperienza che le commedie sospese dalla censura e i giornali sequestrati sono quelli che tutti ascoltano o leggono più volentieri. (p. 20)
  • Luigi Laya, durante il processo di Luigi XVI, osò di far rappresentare, il due gennaio 1793, l'Amico delle leggi, in cui mette in iscena degli onesti girondini e stigmatizza i sobillatori del popolo. A questo dramma poco mancò che non si spargesse del sangue. La Convenzione fu messa a rumore, la Commune fece appuntare i cannoni contro il teatro, girondini e giacobini si trovarono di fronte, pronti alle offese. Ma la sentenza di morte, pronunciata contro il Re, fece capire al Laya ed ai suoi seguaci che il buon senso era ormai soffocato dal senso comune. (p. 26)

La letteratura francese

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  • Aveva lo Chateaubriand celebrato il cristianesimo, ispiratore dell'arte, in una prosa risonante, eloquente; ma il suo cristianesimo che, a buon diritto, non appagava il Manzoni, era cosa esteriore rivestita della porpora del nuovo Cesare. Non da esso poteva nascere la fede che persuade, tranquillizza, dominatrice dell'orgoglio e delle passioni. (p. 70)
  • [...] il romanticismo [francese] presentava contrasti profondi. Da una parte il Lamartine melanconico, meditativo, credente. Dall'altra il Vigny pessimista, cui la natura pareva insensibile al dolore umano non già con esso simpatizzante come credeva il cantore d'Elvira. L'uomo secondo il Vigny, vive nell'isolamento; nulla lo conforta, perché l'amore segue il disinganno, perché la divinità stessa ci volge le spalle. La morte dapprima ci minaccia, poi s'allontana, poi ritorna all'assalto, c'investe, ci atterra; rassegnamoci all'iniquo destino, come il lupo ferito dai cacciatori, azzannato dai cani, e che resiste e morde sino all'estremo respiro. (p. 72)
  • [...] il Thiers è talvolta freddo, troppo minuto in taluni particolari, specie nell'esame delle questioni economiche e diplomatiche; mai si dimentica d'esser uomo di stato. (p. 73)
  • Eppure, non ostante lo disperazioni deliranti, la mania del nuovo e dello strano, il romanticismo ancora seduce per l'entusiasmo giovanile, pei nobili impulsi, pel culto alla bellezza ed alla vita, per l'aspirazione, sempre insita nel cuore umano, in ogni età, all'alto, verso l'azzurro e l'infinito. (p. 74)
  • Il naturalismo, come già il romanticismo, cade in eccessi; crea teorie cui impone il nome di dogmi.
    Pare che intento letterario [che] sovrasta anche sugli altri sia ormai quello di ritrarre l'umana bestialità, la degradazione nostra, anatomizzando i deliri del sensualismo. La "bête humaine" trionfa nel romanzo, nel teatro. Tale svalutazione del nostro essere chiamasi scientifica, ed è invece aspra, rabbiosa; persino il genio energetico del male è negato. Siamo abulici, erranti in balia del caso, vibranti solo pei sensi. Amara disillusione recano nel cuore i personaggi flaubertiani. I giovani sognano, è vero, come Moreau[1], ma, divenuti uomini, si corrompono sino al midollo. (p. 74)
  • Il malessere fisico che proviamo quando, oppressi da un incubo, crediamo, nel sonno, di precipitare da spaventosa altezza – con gli occhi scrutiamo l'abisso, con le mani ci afferriamo a una sporgenza, e un grido di spavento esce da petto e ci risveglia – tutto ciò Hugo ha trasformato in concezione artistica. (p. 86)
  • Tutti i drammi del poeta francese [Victor Hugo] hanno pretese storiche dal "Cromwell" ai "Burgravi". Ma in nessuno la storia e neppur quello che chiamasi ambiente storico appaiono rispettati. (p. 91)
  • Elemento perturbatore del teatro di Hugo è l'allusione politica. L'autore, vuole che i personaggi da lui creati, esprimano non già i concetti, le aspirazioni del tempo in cui vivono, bensì le sue, e quelle del XIX sec., sicché il pubblico applaude ad allusioni, a "tirate", umanitarie e democratiche assolutamente fuori di posto. (pp. 93-94)
  • Dall'arsenale romantico Hugo trae quanto può impressionare l'uditorio, produrre effetto. Tutto a questo deve concorrere; tempestoso deve essere il cielo, quando l'anima umana mostrasi agitata e sconvolta. (p. 94)
  1. Frédéric Moreau, protagonista del romanzo di Flaubert L'educazione sentimentale.

Bibliografia

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