Nguyễn Cao Kỳ

politico vietnamita
Nguyễn Cao Kỳ nel 1966

Nguyễn Cao Kỳ (1930 – 2011), generale e politico vietnamita.

Citazioni di Nguyễn Cao KỳModifica

  • Sono soltanto un pilota e come tale non amo la politica. Ma i generali mi hanno scelto perché hanno fiducia in me. Mi hanno scelto più per rischiare la mia vita che per farmi un onore. Spero tra qualche mese di poter restituire il potere ad un governo civile per poter tornare alla aviazione.[1]
  • La guerra continuerà in ogni caso e la soluzione potrà essere raggiunta facendo del Vietnam del Sud, un Paese altamente sviluppato, sia sul piano economico sia su quello della democrazia, al punto tale da costituire un centro di attrazione per i nordvietnamiti, i quali a lungo andare, sceglierebbero tutti di trasferirsi al Sud oppure di rovesciare il regime di Ho Chi-minh.[2]
  • Io non sono padrone neppure della mia automobile, e non possiedo un pollice di terra.[3]
  • Non chiederemo privilegi né vantaggi. Non chiederemo la resa dell'altra parte. Vogliamo semplicemente che ragione e giustizia trionfino. È giusto che l'aggressione dei comunisti del Nord contro il popolo del Sud finisca.[4]

Dalla 1ª intervista di Oriana Fallaci

in 1968. Dal Vietnam al Messico. Diario di un anno cruciale, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2017, ISBN 978-88-17-09672-0

  • Se qualcuno mi ucciderà non sarà un comunista. Sarà qualcuno dall'altra parte della barricata e per il quale sono più scomodo di quanto lo sia per i comunisti. Vede, non tutto il male sta fra i comunisti. La corruzione è fra noi. Fra i nostri leader su dieci, nove sono corrotti. E poiché io sono il solo a riconoscerlo, è ovvio che molta gente mi odi e abbia interesse a eliminarmi.
  • [Sulla guerra del Vietnam] Gli americani sostengono d'essere qui in osservanza dei loro princìpi di democrazia e di libertà. Non ci credo, o nel migliore dei casi ci credo al cinquanta per cento. Gli americani sono qui per difendere i loro interessi, che non sempre coincidono con gli interessi del Vietnam.
  • Guardi quel Robert Kennedy che chiacchiera sempre di democrazia e libertà. Ma cosa significano queste parole? Il suo concetto di democrazia per me è semplicemente ridicolo, come il suo concetto di libertà. Sono sempre questi grossi paesi che chiacchierano di democrazia e libertà a fare il colonialismo, incominciano col dare consigli dicendo: «Il nostro ideale è aiutarvi», e poi diventano padroni e poi diventano i colonialisti.
  • Ciò di cui ha bisogno il Vietnam del Sud è una grossa rivoluzione da contrapporre alla rivoluzione avvenuta nel Vietnam del Nord, una rivoluzione con cui dimostrare che non solo nel Vietnam del Nord si parla di giustizia sociale. Gli americani vogliono instaurare nel Vietnam del Sud il regime democratico che hanno loro: rispetto delle leggi, libertà di parola e via dicendo. Ma che diavolo significano certe cose quando si muore di fame?
  • Nella maggior parte dei casi la gente eletta qui nel Sud Vietnam non è la gente che il popolo vuole: non rappresenta il popolo. Il popolo ci ha votato per paura, per ignoranza, o semplicemente perché gli hanno detto di votare.
  • Io non ho paura della parola socialismo. Sono gli americani che pronunciano la parola socialismo come se fosse una parolaccia.
  • Chi se ne frega di Marx? Chi è Marx? Marx, Engels, questi tipi qua: non li conosco, non ho mai letto quello che hanno scritto e non mi interessa. Stanno al di là dell'oceano, in Europa, sono bianchi, io sono giallo, sono asiatico, sto in Vietnam, e ciò che va bene per loro non può andar bene per me, per il mio popolo. Sono teorici, io non ho tempo da perdere con le teorie.
  • Quanto a parlare con Ho Chi Minh... Sì, forse mi piacerebbe. Però con una rivoltella in mano: non lo conosco, non mi fido, e non posso dire nemmeno che mi interessi sinceramente. Appartiene a un'altra generazione. Senza dubbio è un buon capo, ma è vecchio. Ha più di settant'anni e io ne ho trentasette. Cosa potremmo dirci? Non è che io disprezzi i vecchi: appartengo a un paese che tiene in gran conto la venerabilità e si inchina sempre dinanzi ai padri e i nonni e gli zii. Ma quando si parla di rivoluzione, di giustizia sociale, del futuro di un paese, i vecchi non hanno più nulla da insegnarci. Quando si tratta di costruire una nazione, i vecchi non vanno ascoltati. Perché, se si ascoltano, si ripetono i loro stessi errori. I vecchi come Ho Chi Minh non appartengono più a questo secolo.
  • Quando un uomo sceglie un ideale, anzi una via per realizzare il suo ideale, deve percorrerla fino in fondo.
  • So benissimo che io e i comunisti abbiamo sogni in comune, obiettivi in comune, scopi in comune. So benissimo che c'è molto più sudicio fra noi che fra loro. Ma il loro sistema non è quello giusto, e io li combatto perché il loro sistema non è quello giusto, e che senso avrebbe abbandonare un sistema sbagliato per cadere in un altro sistema sbagliato? Sinceramente, farei meglio a uccidermi.
  • Non mi parli di Mao Tse-Tung, dei cinesi. Essi sono i nostri nemici: quattromila anni della nostra storia hanno provato che saranno sempre i nostri nemici, pronti ad assorbirci e a distruggerci. Li odiamo al Nord, al Sud. E quando qualcuno dice che Ho Chi Minh chiederà alla Cina di intervenire direttamente in questa guerra, rispondo: follia. Ho Chi Minh è un vietnamita e odia i cinesi come me, sa bene che chiamarli costituirebbe l'errore della sua vita. Per cacciare i cinesi ci riuniremmo tutti: nordisti e sudisti, comunisti e nazionalisti, e tutti i nostri problemi sarebbero risolti, e il Vietnam finalmente riunito.
  • Un fratello è un uomo che la pensa come me, e i vietcong non la pensano come me. Parlano la mia lingua, hanno il mio stesso sangue, e quando sono morti mi ispirano pietà. Però essi combattono dall'altra parte della barricata. So che un giorno non mi spareranno più e io non sparerò più a loro, perché un giorno il Vietnam sarà riunito e, se non mi ammazzano prima, il mio destino è appunto di riunirlo. Però, fino a quel giorno, non mi chieda di rispettarli o di piangere per loro. Lascio questo privilegio a voi europei: che siete così invaghiti dei vietcong.
  • [Sui Viet Cong] Chi nega che abbiano coraggio? Certo che lo hanno: sono vietnamiti. Ma anche i nostri soldati hanno coraggio: siete voi che li accusate di vigliaccheria, di diserzione. Basandovi su che cosa, non lo so: non andate mai a vedere i nostri soldati che combattono, andante sempre a vedere gli americani. Come se la guerra la facessero gli americani e basta: sì, la fanno anche gli americani, e la fanno bene, e perciò li ringrazio. Ma i nostri soldati non scappano come voi dite, e non sono da meno dei vietcong che vi piacciono tanto.
  • Se a guidare l'offensiva del Tet fossi stato io, glielo giuro, i vietcong ce l'avrebbero fatta. Perché io so che cosa ci vuole per scuotere la popolazione, io lo so che, quando il popolo si rivolta, non c'è bomba atomica che lo possa fermare.
  • [Sul perché i Viet Cong persero l'offensiva del Têt] Perché i loro capi sono vecchi e fanno le rivoluzioni da vecchi: fidandosi dei libri scritti cent'anni fa da quei bianchi chiamati Kant e Engels e Marx. Perché i loro capi fanno i calcoli sulle teorie anziché sul cuore della gente. Perché i loro capi credono al Partito e non agli individui. Perché i loro capi, in sostanza, ragionano come fanno gli americani quando interrogano i computer anziché il buonsenso. Perché non avevano me.
  • Sì, lo so, voi europei, voi bianchi credete che i vietnamiti siano stanchi della guerra: al Sud e al Nord. Non ne siamo affatto stanchi, e la ragione è che non sappiamo che cosa sia la pace, la morte per noi è una questione di abitudine e non ci fa orrore. Prenda il mio esempio: non ricordo nemmeno il mio incontro con la guerra: ero un bambino quando fummo occupati dai giapponesi. E dopo i giapponesi vennero i cosiddetti alleati, cioè i cinesi, e si misero a combattere fra comunisti e nazionalisti. Dopo i cinesi, ci fu la guerra coi francesi. Dopo i francesi, incominciammo con questa. Ogni giorno, per noi, è il giorno in cui potremmo morire. E, quando ci penso, io non batto ciglio.
  • Non ho mai pensato che la razza bianca fosse una razza superiore. Al contrario. [...] Perché il futuro è qui da noi, non da voi. L'Europa è vecchia, stanca, e quell'America che chiamano ancora il nuovo mondo dovrebbe già essere chiamata anche lei il vecchio mondo. Il vostro tempo è finito. E anche per questo le vostre critiche non mi interessano.
  • L'accusa che mi insegue con maggiore frequenza è che io miri alla dittatura e che sia un ammiratore di Hitler. Il tutto perché, quando divenni primo ministro, e a quel tempo c'era un colpo di Stato al giorno, esclamai esasperato: «Ciò di cui abbiamo bisogno è un tipo come Hitler». Volevo citare, naturalmente, l'esempio di un uomo forte: scelsi il nome di Hitler per rabbia, per paradosso. Ciò significa forse che Hitler è il mio eroe? Ridicolo.
  • Che in un secolo di rivoluzioni sociali esistano ancora re e regine, a me pare semplicemente grottesco.
  • Gli uomini di cultura sono raramente uomini di azione, e comunque non mi sono mai ritenuto meno intelligente perché non ero colto. Guardi i nostri contadini: sono più intelligenti dei nostri leader corrotti.
  • Per un uomo come me vi sono solo due soluzioni: o vincere o venire eliminato. Sono un uomo tragico. Ed è già così tragico essere un vietnamita. Perché essere vietnamiti significa trovarsi nel mezzo di una lotta fra due giganti, anzi tre giganti, che non si curano affatto di te e ti usano come pallottola per spararsi addosso. America e Russia. America e Cina. Noi siamo il pretesto per la loro vanità, che mira soltanto alla conquista del potere, della supremazia. E in questa lotta rischiamo d'essere schiacciati senza pietà. Lo sa anche Ho Chi Minh. Lo sanno tutti. Fuorché gli americani. Ma spiegarlo agli americani sarebbe come spiegar loro che la parola socialsmo non è una parolaccia, che la civiltà da loro proposta, anzi imposta, è una civiltà da robot.

Dalla 2ª intervista di Oriana Fallaci

in Saigon e così via, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 2014, ISBN 978-88-17-04993-1

  • Da un punto di vista militare, [...] niente gli impedisce di entrare in Saigon. Il fatto che siano lontani da Hanoi, per esempio, non ha alcuna importanza. Possono ricevere tutti i rifornimenti che vogliono, e alla svelta.
  • [Sui nordvietnamiti] Dopo gli accordi di Parigi non hanno perso tempo, come noi. Sono stati più seri di noi.
  • Intorno a Phnom Penh c'erano i Khmer rossi. Intorno a Saigon c'è un nemico con forze imponenti. La battaglia di Saigon non sarà lenta, no. Sarà veloce, molto veloce. E decisiva. Quando lanceranno l'attacco finale useranno tutte le loro divisioni. Tutti i loro reggimenti. Tutti i loro cannoni. Tutti i loro lanciarazzi. Battersi servirà solo a morire con dignità. Prenderanno Saigon in pochissimo tempo. La sbricioleranno, in un'ecatombe di morti.
  • Ciò che vogliono è l'unificazione del Vietnam sotto il loro controllo. Per questo hanno combattuto senza sosta, anni e anni. Quando penseranno d'esser vicini alla realizzazione del sogno, non esiteranno a entrare in una città di morti. Compresi i loro morti. O un milione di morti. Cos'è un milione di morti dinanzi al loro sogno di riunificare il paese?
  • I vietcong avevano e hanno piccole unità. I nordvietnamiti hanno sempre avuto un vero esercito: disciplinato, ben equipaggiato, ben guidato. Sono buoni soldati perché sono guidati da buoni ufficiali. Il contrario di noi. Giap le disse che i sudvietnamiti sono cattivi soldati, privi di qualsiasi spirito combattivo. Non è vero! Sono buoni soldati con cattivi ufficiali: la differenza sta qui. Cosa vuole aspettarsi da un esercito che ha Thieu come comandante supremo? Un esercito i cui generali sono stati scelti da Thieu?
  • Quando la guerra si avvicina, il primo impulso è quello di allontanarsi il più possibile. Ammenoché non ci si senta protetti dall'esercito. Dall'esercito di Thieu, invece, ci si sente abbandonati.
  • Per anni Thieu ha fatto ciò che voleva. Senza ascoltare nessuno fuorché se stesso. Prima non si curava dello squallore indecente in cui viveva il suo popolo. Ora non si cura nemmeno se il suo popolo vive o muore. Un vero dittatore.
  • [Su Nguyễn Văn Thiệu] Nessuno lo ha mai preso sul serio nelle sue minacce di voler restare presidente. Ha troppa paura di morire. Non è mai stato pronto a morire. E io lo conosco troppo bene per immaginarlo in città il giorno in cui arriveranno i nordvietnamiti.
  • A volte mi chiedo se Theiu non sia comunista: tutto ciò che fa è talmente a vantaggio dei comunisti. Mi chiedo anche perché i comunisti abbiano sempre insistito tanto per vederlo cacciare. Con lui dentro il palazzo presidenziale, tutto sarebbe più facile per Giap. Più veloce.
  • [Su Nguyễn Văn Thiệu] È un grande attore. Il più grande attore che le capiterà mai di conoscere.
  • [Su Nguyễn Văn Thiệu] Lui non si attribuisce mai nessuna colpa. Butta sempre la colpa sugli altri: sui generali, sui soldati, sui politici, sugli americani, sul popolo, sulla stampa straniera che lo diffama. Su tutti fuorché su Thieu.
  • Abbiamo perso la nostra identità nazionale. In ogni senso. Non sappiamo più chi siamo e cosa siamo. Nessuno ci riconosce più come una nazione indipendente. In nessuna parte del mondo. I comunisti ci definiscono americani e non vietnamiti. Gli anticomunisti altrettanto. Se tornassi al potere, e ammesso che ne avessi il tempo, la mia prima fatica sarebbe di restituire a questo popolo una cosa più importante del cibo: la fierezza nazionale. L'identità nazionale. I nordvietnamiti ce l'hanno. Anche armati dalla Russia e dalla Cina, sono rimasti vietnamiti. Non esiste una sola persona, neanche qui al Sud, che li giudichi schiavi dei russi o dei cinesi. E questo è il nostro problema. Il nostro dramma. La nostra tragedia.
  • A un povero contadino che soffre da sempre cosa importa se al potere ci sono i comunisti o noi? A lui importa soltanto che la guerra finisca e che la pace gli assicuri un po' di riso, un po' di sicurezza.
  • Negoziare significa far concessioni, piccole o grandi. Due anni fa eravamo in grado di fare piccole concessioni. Oggi dovremmo fare grandi concessioni. Domani, se non riusciamo a stabilire un fronte più solido e a risollevare il morale dell'esercito e della popolazione, dovremmo concedere tutto. In altre parole, una volta caduta Saigon, potremmo negoziare soltanto in termini della resa.
  • Lei non conosce i comunisti. O meglio: conosce i comunisti europei, non i comunisti di qui. Coloro che nel 1954 fuggirono da Hanoi per rifugiarsi al Sud li conoscono, invece. Nel 1954 l'odio reciproco non era profondo come oggi, eppure più di un milione scappò affermando di non poter vivere coi comunisti. Oggi, dopo dieci anni di massacro reciproco, l'odio è centuplicato. È diventato così profondo, da una parte e dall'altra, che entrando a Saigon i nordvietnamiti si troveranno praticamente costretti a eliminare molti di noi.
  • A volte due persone vogliono la stessa cosa ma il loro modo per ottenerla è diverso. Non basta trovarci d'accordo sul fatto che un contadino ha anzitutto diritto alla sua ciotola di riso. Io sono convinto che alle riforme sociali si possa arrivare senza la violenza e i comunisti, invece, ci arrivano con la violenza.
  • [Sui nordvietnamiti] Si metta in testa che essi non vengono qui per il comunismo. Vengono qui per le stesse ragioni per cui sono sempre venuti: il riso, la gomma, il tè, il caffè. Se qui esistesse una meravigliosa incorrotta società socialista, verrebbero lo stesso. Il Sud è una terra troppo grassa.

Citazioni su Nguyễn Cao KỳModifica

Oriana FallaciModifica

  • È l'uomo più famoso del Vietnam del Sud, e anche il più odiato. Lo odiano i reazionari perché è il più acerrimo nemico dei reazionari, lo odiano i liberali perché è il più acerrimo nemico dei liberali, lo odiano gli americani perché è il più acerrimo nemico degli americani. E sono in molti a pensare che non morirà vecchio, che qualcuno tenterà di eliminarlo assai presto.
  • Io credo che Ho Chi Minh l'ascolterebbe con molto interesse e con molta simpatia, generale Ky. È proprio sicuro di non trovarsi dalla parte sbagliata?
  • Per lui il rischio è normalità, la minaccia di morte è routine. Lo sostiene la cieca certezza di potervi passare attraverso come un dio invulnerabile. Forse è un visionario, forse è un tipo assai pratico: altri, ignoranti come lui, vi riuscirono, forse finirà come un Lumumba, forse trionferà come un piccolo Napoleone, oggi il cronista si limita, incerto e perplesso, a riportare ciò che gli disse, e a lasciarne il commento a chi legge.

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