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Kader Abdolah

scrittore iraniano
Kader Abdolah

Kader Abdolah (1954 – vivente), scrittore iraniano naturalizzato olandese.

Citazioni di Kader AbdolahModifica

  • Sono caduto improvvisamente dalle alte montagne della Persia sulla fredda, umida terra d'Olanda, a imparare una lingua fredda e umida. Non aveva ritmo, non aveva musica, era piatta come il Paese. Ma dovevo conquistarla, altrimenti non sarei sopravvissuto: e allora divenne bella, divenne la mia casa. Ora vivo in questa lingua.[1]
  • Il regime degli ayatollah è terribile perché vuole cambiare la tua mente, il tuo sangue e il contenuto del tuo cuore. Gli ayatollah ti fanno ammalare spiritualmente, ti paralizzano dentro: ma lo Scià era un burattino degli Usa. Era estraneo, aveva un contatto superficiale con noi.[1]
  • Kathami significava speranza, ma era una speranza che, come tale, non poteva resistere a lungo. Aveva paura. Non aveva coraggio e neanche tanto potere. Non è riuscito a usare i milioni di consensi ricevuti, e il popolo lo ha superato, è più avanti di lui. Ora appartiene al passato: cerchiamo un nuovo presidente.[1]
  • Non sono un olandese normale. Sono qualcosa di più: un persiano che ha assorbito la cultura olandese. Quindi più ricco.[1]
  • Fino a quando mi trovavo in Iran, la mia conoscenza del Profeta si limitava era superficiale, ne avevo sentito parlare, conoscevo la sua storia dalle fonti popolari, fonti che non sempre sono ingenue e attendibili. Circa un miliardo di persone, al mondo, ha una conoscenza del genere, relativamente alla storia di Maometto: conoscenza superficiale, basata sul passaparola, quando non su luoghi comuni.[2]
  • Ho sempre pensato che il Corano fosse il libro di mio padre, un libro di precetti, un libro pericoloso. Anche per questa ragione, quando abitavo in Iran non l'ho mai letto. Poi, una volta giunto in Italia, ho iniziato a sentirmi dire "Kader, hai mai letto il tuo libro?" e io sempre, a mia volta, domandavo: "quale libro?". La risposta era ogni volta la stessa: "ma tuo libro, il Corano, leggilo!" Così ho deciso di leggerlo, e poi ancora e poi ancora. Non per me stesso, forse, ma per gli olandesi e per gli europei che mi chiedevano di condurli per mano nei giardini del Corano.[2]
  • Il Corano è un libro che va letto senza pensare ai precetti, magari con in mano un bicchiere di buonissimo vino rosso, lasciandosi trasportare.[2]
  • Condanno con tutte le mie forze il regime degli Ayatollah. Hanno riportato la mia terra indietro di secoli, a un livello di inciviltà e intolleranza simili a quelli dei tempi di Maometto. Inciviltà contro cui Maometto si ribellava![2]
  • Ci sono milioni di persone che arrivano in Europa per cercare un'altra vita, non si può pensare di mandarle indietro, è un dato di fatto, che piaccia o meno.[2]
  • Non sono religioso, non sono ateo, amo il buon cibo e il buon vino, ma rispetto l'altro e ho fede nell'uomo.[2]
  • I miliziani dell'Isis operano come i cristiani che distruggevano l'arte pagana.[3]
  • Io penso che ci sia un fondo di violenza in ogni religione. Questo è accaduto anche in Iran con la teocrazia degli ayatollah, ma la grande tradizione letteraria e poetica persiana, i grandi maestri del passato hanno sempre cercato di opporsi alla violenza religiosa trasformandone gli aspetti negativi. Cercavano la bellezza attraverso la poesia. È la specificità della letteratura far nascere il bello anche dal dolore e dalle macerie.[3]
  • Il popolo curdo ha una lunga storia, una straordinaria lingua e letteratura, ma per ragioni politiche è stato frammentato e diviso fra curdi iraniani, curdi che vivono in Turchia, in Siria, in Russia. Ma io penso che sia un diritto umano inalienabile poter parlare la propria lingua, coltivare la propria letteratura, avere i propri rappresentanti politici. È giunta l'ora che i diritti curdi siano pienamente riconosciuti.[3]
  • I curdi sono belle persone, gentili, non vogliono usare la violenza, ma i regimi iraniani, turchi siriani li hanno spinti a imbracciare le armi per difendersi.[3]
  • La cultura, la lingua e la religione italiana li cambieranno donando loro una nuova identità. Sì, arrivano con la loro religione islamica ma, tra 50 o 100 anni, ci sarà un Islam italiano, che è completamente diverso. Loro diventeranno italiani con un background islamico.[4]
  • L'immigrazione vuol dire perdere parte della tua identità e riceverne una nuova.[4]
  • Tra qualche anno i fondamentalisti non saranno in grado di armarsi e attaccare la civiltà europea. Dobbiamo trovare un modo per fermarli, arrestarli e metterli in prigione. Credo che, fra 5 o 10 anni, non sentiremo più parlare di loro.[4]
  • Quando ho lasciato l'Iran non sapevo cosa fosse la migrazione, non avevo mai abitato all'estero, ho assaggiato per la prima volta una nuova cultura: mi ci sono voluti 25 anni per farne letteratura.[5]
  • Non è la prima volta che gli esseri umani si spostano, è sempre accaduto. Solo che oggi gli europei non vedono i migranti come persone, ma come musulmani: è questo il problema, non la migrazione. Chi arriva in Europa, però, impara un nuovo modo di vivere. All'inizio è difficile, ma le prossime generazioni saranno europee.[5]
  • L'11 settembre è stato un momento di passaggio, a partire dal quale l'Europa ha iniziato ad avere una nuova religione. Il che fa paura, perché è una novità. In più negli ultimi anni abbiamo visto il terrorismo, il lato cattivo dell'islam: un aspetto reale, che però non durerà per sempre.[5]
  • La cultura e la lingua italiane entrano nell'anima di chi arriva e si fondono con le sue credenze religiose: ciò che ne deriverà sarà un islam italiano, necessariamente diverso da quello saudita o iraniano.[5]
  • Io vedo i migranti come ondate di oro che giungono in Europa. Sono persone che arrivano per cambiare innanzitutto se stesse e poi, con il passare degli anni, la società. Ognuna ha un tesoro, ma non sa quale sia. Individuarlo è dovere loro, ma anche degli europei.[5]
  • È importante che gli immigrati imparino la nuova lingua non in 5 anni ma in tre mesi: è il modo migliore per ridurre la paura. Se io posso dire chi sono, se posso creare una connessione con l'altro, i timori si sconfiggono più facilmente.[5]
  • Nel mio Paese di origine c'è una cultura molto ricca, quella persiana, ma c'è anche una dittatura. E la lingua, quando c'è un regime, non è libera. Non puoi scrivere se hai limitazioni da parte della religione, della famiglia, della politica, della cultura.[5]
  • Chi, arrivando in un nuovo Paese, pretende di mantenere le proprie tradizioni, rischia di perdere tutto. È importante essere permeabili alla nuova società, spalancare le finestre alla lingua.[5]

La casa della moscheaModifica

IncipitModifica

Alef Lam Mim. C'era una volta una casa, una casa antica, che si chiamava "la casa della moschea".
Era una grande casa, con trentacinque stanze. Lì, per secoli, famiglie dello stesso sangue avevano vissuto al servizio della moschea.
Ogni stanza aveva una funzione e un nome corrispondente a quella funzione, come la stanza della cupola, la stanza dell'oppio, la stanza dei racconti, la stanza dei tappeti, la stanza dei malati, la stanza delle nonne, la biblioteca e la stanza del corvo.
La casa sorgeva dietro la moschea, addossata al suo muro. In un angolo del cortile una scala di pietra portava al tetto piatto, dal quale si poteva raggiungere la moschea.
E al centro del cortile c'era una howz, una vasca esagonale dove gli abitanti della casa si lavavano le mani e il viso prima della preghiera.
Adesso la casa ospitava le famiglie di tre cugini: Aga Jan, il mercante a capo del bazar tradizionale della città, Alsaberi, l'imam della casa e guida della moschea, e Aga Shoja, il muezzin.

CitazioniModifica

  • Il bazar è una città nella città; un'area chiusa cui si può accedere da diverse porte. Un dedalo di strade coperte da tetti a forma di cupola. Centinaia di piccoli negozi addossati l'un all'altro. (p. 22)
  • Il volto del paese era profondamente cambiato, Aga Jan lo notava sempre più spesso quando viaggiava in treno. Gli abitanti del Sud erano più liberi e molto diversi da quelli di Senjan. In treno si incontravano donne senza chador e a volte perfino donne con le braccia nude. Donne con il cappello, donne con la borsetta, donne che ridevano, che fumavano. Aga Jan sapeva che era stato lo scià a introdurre tutti quei cambiamenti, lo scià servo degli americani. L'America stava minando la fede della nazione e nessuno poteva farci niente. (p. 54)
  • Ghalghal era al corrente di tutto. Quando parlava dell'America pareva la conoscesse come le sue tasche, gli spiegava come gli americani erano riusciti a impadronirsi del loro paese e lo governavano da dietro le quinte. Gli raccontava come si erano introdotti in Iran: "È andata così, l'America stava diventando una superpotenza e voleva usare il nostro paese come base militare contro l'Unione Sovietica. Ma Mossadeq, il primo ministro eletto, era un liberale, un premier nazionalista, e si rifiutò di concedere loro quello spazio. Gli Stati Uniti non potevano più aspettare, avevano paura che l'Unione Sovietica invitasse Mossadeq a Mosca e rafforzasse la sua posizione anti-americana. Così la CIA architettò un colpo di stato e lo scià lo approvò. Decisero di assassinare Mossadeq, ma l'Unione Sovietica scoprì il loro piano e lo informò subito. Mossadeq fece arrestare il gruppo di ufficiali filo-americani che stavano per compiere l'attentato e ordinò di occupare il palazzo dello scià appena in tempo in elicottero. Lo scià fuggì poi con un caccia in America."
    "Interessante", ripose Shahbal, "non avevo mai sentito parlare di questi avvenimenti.
    "Queste cose non le scrivono nei libri di scuola", disse Ghalghal. "Vi insegnano una storia falsa."
    "E poi cosa accadde?"
    "Per diventare una grande potenza l'America aveva bisogno dell'Iran. L'Iran occupava una posizione strategica in Medio Oriente e aveva oltre duemila chilometri di confine con l'URSS. Così architettarono un secondo colpo di stato. La CIA prese contatto con alcuni generali dell'esercito iraniano. Due giorni dopo, quando la gente pensava che fosse tutto finito, arrestarono Mossadeq. C'erano carri armati americani agli incroci di tutte le principali vie di Teheran e il parlamento fu occupato. Poi gli americani mandarono per le strade centinaia di banditi e di puttane, che agitavano sopra la testa il ritratto dello scià. Il giorno dopo, circondato da alcuni agenti della CIA, lo scià tornò nel suo palazzo. Lo scià è una marionetta, deve andarsene e con lui devono andarsi gli americani." (pp. 71-72)

NoteModifica

  1. a b c d Dall'intervista a La stampa, 21 ottobre 2003; citato in Zam.it.
  2. a b c d e f Citato in Il Profeta e l'Islam per chi non ha paura. Intervista con Kader Abdollah, Vita.it, 7 ottobre 2015.
  3. a b c d Citato in Kader Abdolah, scrivere nella lingua della libertà, Left.it, 14 settembre 2016.
  4. a b c Citato in Lo scrittore Kader Abdolah: "Nascerà un Islam italiano", Adnkronos.com, 3 novembre 2016.
  5. a b c d e f g h Citato in L'anima mista di Kader Abdolah, Qcodemag.com, 12 dicembre 2016.

BibliografiaModifica

  • Kader Abdolah, La casa della moschea, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, Iperborea, 2008, ISBN 978-88-7091-163-3.

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