Ivo Andrić

scrittore e diplomatico jugoslavo

Ivo Andrić (1892 – 1975), scrittore e diplomatico jugoslavo.

Ivo Andrić
Medaglia del Premio Nobel
Medaglia del Premio Nobel
Per la letteratura (1961)

Il ponte sulla Drina

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Per la maggior parte del suo corso la Drina s'apre la strada attraverso anguste gole tra scoscese montagne o attraverso profondi cañon dai fianchi a picco. Soltanto in alcuni tratti le sponde si allargano in aperte pianure per formare, su una o su entrambe le rive, distese solatie, in parte piane, in parte ondulate, atte a essere lavorate e abitate. Un ampliamento di questo genere si trova anche qui, presso Višegrad, nel punto in cui la Drina scaturisce con un'improvvisa svolta dalla profonda e stretta gola formata dai Massi di Butko e dai monti di Uzavnica. La curva della Drina è oltremodo angusta e le montagne ai due lati sono talmente ripide e avvicinate che sembrano un massiccio compatto, dal quale il fiume scaturisce come da una cupa muraglia. Ma qui le montagne si allargano improvvisamente in un anfiteatro irregolare, il cui diametro, nel punto più ampio, non supera la quindicina di chilometri in linea d'aria. In questo luogo in cui la Drina sembra sgorgare con tutto il peso della sua massa d'acqua, verde e schiumosa, da una catena ininterrotta di nere e ripide alture, si scorge un grande ponte di pietra, d'armonica fattura, con undici arcate ad ampio raggio. Questo ponte somiglia a una base dalla quale si apre a ventaglio tutta una pianura ondulata, con la cittadina di Višegrad, i cui dintorni, e le borgate distese sulla fascia delle colline, una pianura coperta di campi, di pascolo, di piantagioni di prugni, intersecata da siepi e quasi spruzzata di boschi cedui e di rade macchie d'abeti. In tal modo, guardando dal fondo del panorama, sembra che dalle ampie arcate del candido ponte scorra e si spanda non soltanto la verde Drina, ma anche tutta questa estensione, solatia e coltivata, con tutto quello che vi si trova e il cielo meridionale sopra.

Citazioni

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  • L'oblio cura ogni male, e il canto è il modo migliore per dimenticare, poiché, quando canta, l'uomo ricorda solo quel che gli piace (cap.VI)
  • E così, tra il cielo il fiume e le montagne, una generazione dopo l'altra imparava a non compiangere troppo ciò che la torbida acqua si portava via; ché la vita è un miracolo impenetrabile perché si fa e disfà incessantemente, eppure dura e sta salda, come il Ponte sulla Drina. (cap VI)
  • Il mio defunto padre sentì una volta da šeh-Dedija e raccontò poi a me quand'ero bambino, da che cosa deriva il ponte e come venne eretto il primo ponte del mondo. Quando Allah il potente ebbe creato questo mondo, la terra era piana e liscia come una bellissima padella di smalto. Ciò dispiaceva al demonio, che invidiava all'uomo quel dono di Dio. E mentre essa era ancora quale era uscita dalle mani divine, umida e molle come una scodella non cotta, egli si avvicinò di soppiatto e con le unghie graffiò il volto della terra di Dio quanto più profondamente poté. Così, come narra la storia, nacquero profondi fiumi e abissi che separano una regione dall'altra. [...] Si dispiacque Allah quando vide che cosa aveva fatto quel maledetto; ma poiché non poteva tornare all'opera che il demonio con le sue mani aveva contaminato, inviò i suoi angeli affinché aiutassero e confortassero gli uomini. Quando gli angeli si accorsero che [...] al di sopra di quei punti spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse. Per questo, dopo la fontana, la più grande buona azione è costruire un ponte. (cap. XVI)
  • Coloro che detengono il potere, infatti, dovendo opprimere per governare, sono condannati ad agire sensatamente; e se, trascinati dalla passione o costretti dagli avversari, oltrepassano i limiti della ragionevolezza, scendono su una strada lubrica, e con ciò stesso, da soli segnano l'inizio della loro rovina. Coloro che sono oppressi e sfruttati, invece, si servono facilmente sia del senno che della stoltezza, poiché questi sono soltanto due diversi tipi della loro arma nella perenne lotta contro l'oppressore, che a volte è subdola, a volte aperta. (cap. V)
  • Ovunque nel mondo, in qualsiasi posto il mio pensiero vada o si arresti, trova fedeli e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell'uomo di collegare, pacificare e unire tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, affinché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi.[1]
  • E quando Šemsibeg, il venerdí successivo, tornava al mercato, lo aspettava nuovamente, nella gente o negli edifici, qualche innovazione che il venerdí precedente non c'era. Per non doverla vedere, abbassava gli occhi a terra, ma qui, nel fango della strada disseccato, scorgeva tracce di zoccoli di cavalli e notava che, accanto ai ferri di cavallo turchi, rotondi e pieni, apparivano sempre più spesso quelli degli austriaci, ritorti, con acute punte alle estremità. (cap. XI, p. 203)

La corte del diavolo

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Jolanda Marchiori

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È inverno e la neve ha tutto ricoperto fino all'uscio di casa: a tutto ha tolto l'aspetto reale, stendendo uguali il colore e la forma. Sotto la bianca distesa è sparito anche il piccolo cimitero, dove solo le croci più lunghe fanno capolino dalla neve alta. A mala pena, sul manto non calpestato, si scorgono le tracce dello stretto sentiero; è stato aperto ieri durante il funerale di fra' Pietro. Alla fine de bianco alveo, un piccolo cumulo di terra scavata nella neve si allarga in un cerchio irregolare, e la neve attorno ha il colore rosso cupo dell'argilla bagnata; sembra una ferita fresca in quel diffuso biancore, che si stende in lontananza e si perde a poco a poco nel grigio deserto del cielo plumbeo.
[Ivo Andrić, Il cortile maledetto (Prokleta Avlija), traduzione di Jolanda Marchiori, Bompiani, 1962.]

Lionello Costantini

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È inverno, la neve ha coperto tutto fino alla soglia dell'uscio, togliendo a ogni cosa il suo aspetto reale e tutto fondendo in un unico colore.
Sotto la bianca coltre, è sparito anche il piccolo cimitero e solo le croci più alte spuntano dalla massa nevosa. Sulla distesa intatta si scorgono appena le tracce dello stretto sentiero aperto ieri in occasione del funerale di fra Petar.
La sottile striscia alla fine si allarga in un cerchio irregolare e la neve attorno ha il colore vermiglio dell'argilla bagnata, come una ferita fresca nel biancore diffuso che si estende all'infinito, perdendosi impercettibilmente nel grigio deserto del cielo ancor gravido di neve.
[Ivo Andrić, La corte del diavolo (Prokleta Avlija), traduzione di Lionello Costantini, Adelphi, 1992.]

Citazioni

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  • Come sempre, in ogni sventura, i primi giorni nel Cortile Maledetto furono i peggiori e i più difficili. Sopra tutto le notti erano insopportabili. Per difendersi dalle baruffe, dai litigi e dalle turpi scene notturne, fra' Pietro scelse un angolo isolato di una ampia cella, dietro un grande camino rotto, e qui si rifugiò con quelle poche robe che aveva recato con sé; qui c'erano già due Bulgari, pure "di passaggio" e destinati all'esilio. Accolsero fra' Pietro senza molte parole, ma bene. Ad ogni modo furono contenti che quel posto venisse occupato da quell'uomo tranquillo della Bosnia, vestito come uno di città, del quale non sapevano né chiedevano nulla, ma intuivano che era "di passaggio" come loro, e che per lui come per loro era penoso vivere in mezzo a quel turpe e pericoloso assembramento. (1962, p. 45)
  • Ćamil è un uomo di "sangue misto", raccontava Haim, di padre turco e di madre greca. La madre fu una nota bellezza. Smirne, la città delle belle greche, non aveva mai visto un simile corpo, un tale portamento e degli occhi così azzurri. La sposarono a diciassette anni con un greco, ricchissimo. (Haim menzionò un lungo cognome greco, pronunciandolo nella stessa maniera come si pronuncia il nome di una dinastia assai nota.) Ebbero una sola figlioletta. Quando la bambina aveva otto anni, il ricco greco morì improvvisamente. I genitori di lui cercarono di imbrogliare la giovane vedova per toglierle il più possibile dell'eredità. La donna si difese e per questo fece un viaggio persino ad Atene, per salvare almeno i beni che aveva là. [...] Molti Greci chiesero in sposa la bella e infelice vedova, ma ella li respinse tutti uno dopo l'altro, disgustata dai suoi genitori e dai suoi connazionali. Solo dopo qualche anno, tra la comune meraviglia, sposò un Turco. (1962, pp. 59-61)
  • E fu il racconto, in forma nuova e solenne, dell'antica storia dei due fratelli. (Da quando esiste il mondo e il tempo, sempre si ripete sulla terra il caso di due fratelli rivali. Uno dei due, il più vecchio, è più saggio, più forte, più vicino al mondo e alla vita reale e a tutto ciò che unisce e muove la maggior parte della gente, un uomo cui tutto riesce facile, che sa in ogni momento cosa occorre o non occorre fare e cosa si può o non si può pretendere dagli altri e da se stesso. L'altro invece incarna proprio il tipo opposto: un uomo dalla vita breve, disgraziato, che sbaglia ad ogni passo, un uomo le cui aspirazioni vanno sempre oltre ciò che è lecito. Questi, in conflitto con il fratello maggiore – e il conflitto è inevitabile – perde già fin dal principio la partita.)
    I due fratelli si trovarono di fronte, quando nel 1481, un giorno di maggio, in una spedizione di guerra, improvvisamente morì il sultano Maometto II il Conquistatore: [...]. (1962, p. 81)

Racconti di Sarajevo

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Lettera del 1920
Mese di marzo del 1920. Stazione ferroviaria di Slavonski Brod. È passata la mezzanotte. Da un punto indefinito soffia il vento che alla gente assonnata e stanca del viaggio sembra più freddo e più forte di quanto sia realmente. In alto scorrono le stelle tra nuvole volteggianti. In lontananza, sui binari invisibili, si muovono, più o meno velocemente, luci gialle e rosse, accompagnate dal penetrante suono dei fischietti dei conduttori o dal sibilo lungo delle locomotive in cui noi viaggiatori portiamo la malinconia della nostra stanchezza e il peso di una lunga, sgradita attesa.

Citazioni

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  • In un posto insolito, in un'ora insolita, anche il discorso diventa insolito, come in un sogno. (p. 28)
  • Io so che l'odio come l'ira hanno la loro funzione nello sviluppo della società, perché l'odio dà la forza e l'ira sprona al mutamento. (p. 30)
  • I vizi dovunque generano l'odio, perché consumano e non creano, ma nei paesi come la Bosnia, anche le virtù spesso parlano e si esprimono attraverso l'odio. (p. 31)
  • Fra le diverse religioni le distanze sono talvolta così grandi che solo l'odio ogni tanto riesce a superarle. (p. 32)

Incipit di alcune opere

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La cronaca di Travnik

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In fondo al mercato di Travnik, sotto la sorgente fresca e gorgogliante del fiume Šumeć, è sempre esistito, da che mondo è mondo, il piccolo Caffè di Lutvo. Ormai neanche gli anziani ricordano Lutvo, il suo proprietario; da almeno cento anni egli riposa in uno dei cimiteri intorno alla città. Tuttavia si va sempre a "prendere un caffè da Lutvo", e così ancora oggi il suo nome ricorre spesso nelle conversazioni, mentre quello di tanti sultani, visir e bey è da tempo sepolto nell'oblio.

La signorina

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Uno degli ultimi giorni del febbraio 1935 tutti i giornali belgradesi riportarono la notizia che in via Stička, al numero 16/a, era stata trovata morta la proprietaria della casa.[2]

Citazioni su Ivo Andric

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  • Tutti dovrebbero leggere Ivo Andric. È un autore grandissimo, più grande di Thomas Mann, perché il suo narrare è dettato dalla pietas e dal ritmo artistico. Thomas Mann è solo ritmo artistico. (Peter Handke)
  1. Citato in Paolo Rumiz, È oriente, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 107. ISBN 88-07-01631-1
  2. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

Bibliografia

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  • Ivo Andrić, Il cortile maledetto (Prokleta Avlija), traduzione di Jolanda Marchiori, I delfini, Bompiani 1962.
  • Ivo Andrić, Il ponte sulla Drina (Na Drini Ćuprija), Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1960.
  • Ivo Andrić, La corte del diavolo (Prokleta Avlija), traduzione di Lionello Costantini, Adelphi, 1992.
  • Ivo Andrić, La cronaca di Travnik (Travnička hronica), traduzione di Dunja Badnjević Orazi, Oscar Mondadori, Milano 2007. ISBN 9788804569367
  • Ivo Andrić, Racconti di Sarajevo, a cura di Dunja Badnjević Orazi, TEN, 1993.

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