Gianni Biondillo

scrittore e architetto italiano

Gianni Biondillo (1966 – vivente), scrittore italiano.

Citazioni di Gianni BiondilloModifica

  • [Su Tommaso Labranca] Tommaso era di una intelligenza lucida e geniale. Era un intellettuale nella accezione più nobile che si possa dare a questa parola. Ci sono scrittori che usano le parole degli altri. E, rarissimi, ci sono scrittori che “inventano” parole e concetti che tutti poi usano (spesso senza citare la fonte). Tommaso era uno di questi. Era un inventore di pensieri collettivi.[1]

Per cosa si uccideModifica

  • Sul marciapiede era ormai un misto di schifo e lastre di ghiaccio. Erano ventiquattro ore che non nevicava più ma il cielo prometteva bufere scandinave.
    La città non riposava, comunque. Ubriachi di spirito controriformistico i milanesi sfidavano gli dei continuando ad andare al lavoro come fosse una qualsiasi giornata di primavera. (pag. 91)
  • Inutile andare avanti. Si sa come vanno a finire certe serate. Tu mi piaci perché sei un uomo sensibile, non cerco un'avventura ma qualcosa di serio da costruire insieme, esco da una brutta storia, non sono una di quelle, vieni a bere qualcosa da me, queste bollicine mi fanno ridere, Dio che caldo, scopami Mandingo! (pag. 179)

[Gianni Biondillo, Per cosa si uccide, Tea 2006]

Con la morte nel cuoreModifica

IncipitModifica

Lo scambio termico fra l'imboccatura metallica della pistola e la tempia sudata di Lanza aveva ormai raggiunto, per il noto principio termodinamico, un punto di equilibrio tale da permettere al malcapitato di evitare pensieri oziosi sull'argomento, offrendogli così l'opportunità di concentrarsi con più rigore sull'imminente stato entropico che avrebbe raggiunto da lì a poco.
In effetti il suo pensiero si era perduto su questioni risibili quali l'alta conducibilità termica del metallo, la composizione chimica delle polveri da sparo, il traffico illegale di armi nel bacino mediterraneo, proprio mentre l'assassino gli passava la canna della pistola sul volto per poi piazzargliela senza indugi sulla tempia che pulsava all'impazzata.

CitazioniModifica

  • Il suo probabile relatore di tesi lo odiava, Zeni lo aveva incastrato per benino, in commissariato ridevano di lui, De Matteis gli passava casi da neurodeliri, la sua ex moglie lo umiliava e lui stesso aveva una paura fottuta di non riuscire neppure a fare il primo degli esami necessari per raggiungere la laurea. Cosa mancava? Iniziò a piovere, grandine.

[Gianni Biondillo, Con la morte nel cuore, Ugo Guanda Editore]

Per sempre giovaneModifica

  • Un cantante e due gruppi vengono da Pordenone. Non so perché ma da Pordenone sono anni che esce della bella musica. Dev'essere la grappa. (pag. 42)
  • «Come dice Marisa? Cosa fanno quattro informatici se si ferma la macchina? Scendono e poi risalgono.»
    «E perché?»
    «E che ne so, non sono mica un'informatica.» (pag. 67)

[Gianni Biondillo, Per sempre giovane, Ugo Guanda Editore 2006]

TangenzialiModifica

Citazioni di Gianni Biondillo nel libro scritto con Michele Monina:

  • Ogni città è un palinsesto, un documento sul quale si continua a scrivere, giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, senza che nulla venga davvero perduto. Magari nel nome di una via, nella pietra angolare di un edificio, nei ricordi dei suoi abitanti; la memoria, nelle città, non si fa tempo, si fa spazio. Ogni città racchiude in sé il passato e il futuro, il suo talento e la sua vocazione. Le città sono la scommessa dell'umanità, il luogo dove tutto può finire o tutto può ricominciare daccapo. (p. 26)
  • Perché ogn[i città] ha la sua [anima nascosta] – in un crocevia, in un negozietto, in un museo, ai bordi di un parcheggio, di fronte ad una scuola, alla fermata di un autobus -, basta avere pazienza e la si trova. (p.27)
  • Storie di migranti. Quelle che ho visto con i miei occhi. Extracomunitari che alle cinque del mattino, arrivati chissà da che parte della città, attraversano il parcheggio – in un'alba che non vuole arrivare, in un buio che persiste, all'ora che era del risveglio dei nostri nonni contadini -, attraversano la rotaia, superano lo svincolo, scavalcano il guardrail, proprio come stiamo facendo noi ora, e aspettano i furgoni dei caporali che li porteranno nei cantieri meneghini, a fare più bella, più moderna, una città che di giorno non li vuole fra i piedi, ma di notte chiede loro di svegliarsi, di scendere dalla branda per venire qui al mercato delle braccia. Storie di lavoro nero, di lavoro occultato. (pp.74-75)
  • Ma come si può pensare che i manufatti edili che mutano il nostro panorama urbano possano essere concepiti con la logica dell'effimero? Architetture spesso così avulse dal contesto da stridere, fare a pugni con il territorio, umiliandolo, banalizzandolo per eccesso di originalità? L'architettura non ha il dovere di essere originale a tutti i costi, non sopporto questa assurda tirannia del bello. [...] Se non si costruisce pensando agli anni che si depositeranno sui muri dei nostri sogni architettonici, edificheremo case destinate ad essere continuamente "fuori moda" e maledettamente scomode. (pp. 76-77)
  • Le città fatte di soli capolavori sarebbero mostruose" diceva Giovanni Michelucci. Le città non sono musei congelati nell'azoto liquido. Le città sono organismi viventi. Mutano pelle, svuotano gli intestini, crescono, decrescono, amputano arti, producono scarti che diventano a loro volta materia prima di nuove idee dell'abitare. (p. 79)
  • Ecco dove mettiamo gli zingari a Milano (mi torna alla mente il campo di via Idro, dalle parti della Gobba). Come i cimiteri, le carceri, gli inceneritori... lontano dagli occhi, ché disturbano nella loro fastidiosa irriducibilità. I campi rom mi inquietano. Sono una contraddizione in termini: se sono nomadi perché dovrebbero vivere in un campo? E' il "paese dei campi", l'Italia, e la cosa mi disturba. La verità è che non sono più nomadi da almeno due generazioni. "Nomadi" è una nostra definizione, fra di loro non si chiamano così. Siamo noi (cos'è questo noi identitario? Con chi mi sto identificando? Anche con quelli che vorrebbero bruciarli, quei campi?) che nominandoli in quel modo è come se, magicamente, volessimo vederli via, prima o poi. Fuori dalle palle. Ma dove? La cosa davvero incredibile è che il popolo rom è il più odiato d'Europa, ed è anche l'unico che non ha mai fatto la guerra a nessuno. Bisogna uccidere, prevaricare, omologare, per essere amati e rispettati? (p.205)


[Gianni Biondillo e Michele Monina, Tangenziali, Ugo Guanda Editore, 2010]

NoteModifica

  1. Gianni Biondillo So long, Tommaso, Nazione Indiana, 29 agosto 2016

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