Francesco Giuseppe I d'Austria

imperatore d'Austria e re d'Ungheria (1830-1916)

Francesco Giuseppe I d'Austria, in tedesco: Franz Joseph I von Österreich (1830 – 1916), Imperatore d'Austria e Re d'Ungheria.

Francesco Giuseppe I d'Austria

Citazioni di Francesco Giuseppe I d'Austria

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  • Avanti, o miei bravi, anch'io ho moglie e figlioli.[1]
  • [Al Marchese di S. Marzano] Bisogna che i Lombardi dimentichino di essere italiani; le mie province d'Italia non debbono essere unite fra loro che dal vincolo dell'ubbidienza all'imperatore.[2]
  • Fin tanto che vivo, nessuno deve immischiarsi nel governo.[1]
  • Il re d'Italia mi ha dichiarato la guerra. Un tradimento di cui la storia non conosce l'uguale, è stato commesso dall'Italia ai danni dei suoi alleati. (dal proclama imperiale del 23 maggio 1915)[3]
Der König von Italien hat mir den Krieg erklärt. Ein Treubruch, desgelichen die Weltgeschichte nicht kennt, ist von dem Königreich Italien an seinen beiden Verbündeten begangen worden.
  • Io ho tutto ponderato, tutto vagliato. Con tranquilla coscienza batto la via che il dovere mi addita.[1]
  • Meglio perdere una provincia e non rivedere più simili carneficine.[1]
  • [Ai deputati lombardi che chiedevano libertà e indipendenza] Non poter esser questione di indipendenza, né di governo costituzionale in un paese conquistato colle armi, senza tener conto degli antichi diritti che il conquistatore aveva su di esso.[2]
  • Per il momento il meglio che noi possiamo sperare dall'Italia è che conservi la sua neutralità: per il momento. Ma non appena la nostra fortuna volti, essa non esiterà a passare dalla parte dei nostri nemici.[1]

Citazioni su Francesco Giuseppe I d'Austria

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  • Cosa volete pretendere da Francesco Giuseppe? Non è altro che un furiere. (Elisabetta di Baviera)
  • Formalista del giure, amministratore meticoloso che per contare e catalogare gli alberi non vedeva la foresta, mancava completamente d'immaginazione, era freddo e indifferente. (Luigi Salvatorelli)
  • Forse mai come oggi emerge la verità di quel pensiero che Joseph Roth, nella Marcia di Radetzky, attribuisce a Francesco Giuseppe, il quale — egli scrive — non amava le guerre, «perché sapeva che si perdono». (Claudio Magris)
  • Francesco Giuseppe rifletteva poco su Dio e sul mondo. Sulla terra regnava l'ordine austriaco-imperiale con l'aiuto non trascurabile della Chiesa, e ci si poteva meritare l'aldilà grazie a un comportamento verso Dio corrispondente al rapporto del suddito nei confronti dell'Imperatore: decoro, ubbidienza, senso del dovere, rispetto delle leggi e degli ordini e anche osservanza dei riti della Chiesa: liturgia, processioni del Corpus Domini, messe al campo. Francesco Giuseppe non era sfiorato da dubbi sulla fede, come non ne aveva sul suo diritto divino a regnare. La Maestà Apostolica rappresentava la parte terrena di un solido ordine cosmico e ne rispettava la parte ultraterrena. (Franz Herre)
  • Il solo amico che mi è rimasto al mondo. (Guglielmo II di Germania)
  • Imperatore degli impiccati. (Giosuè Carducci)
  • Mai un'"impersonalità" più forte aveva lasciato il suo marchio su tutte le cose e le forme. (Karl Kraus)
  • Una volta imperatore, dieci volte re (e per araldica finzione pur di Gerusalemme e di Cipro), più e più volte granduca, arciduca, duca, principe, margravio e conte; già insignito della longobardica Corona di Ferro, ma disponendo ancora di quelle di San Venceslao e di San Casimiro (non possiede egli forse in Praga e in Cracovia le reggie e le tombe dei re boemi e poloni?); dominatore su 625.018 chilometri quadrati (senza i 51.027 chilometri delle «Provincie occupate»), di 46 milioni di sudditi (48 milioni con la Bosnia-Erzegovina, suddivisi in diciotto nazionalità e sette religioni diverse; duce supremo in guerra a tre milioni d'armati, Francesco Giuseppe non è, dunque, un felice. Vivo bersaglio alle avversità, vittima dei propri errori e degli altrui, sacro così al rancore come alla pietà, egli sembra attendere serenamente, tra due catarri bronchiali, il giudizio della posterità, la quale dovrà su lui sentenziare giusta l'arduo precetto tacitiano dell'inter abruptam contumaciam et obsequium deforme, tra' dispareri, cioè, dei suoi biografi opposti: Emmer e Weindel. (Arturo Colautti)
  • Unico conforto gli torna, nel tragico silenzio della sua Casa, la mattutina visita in un angolo verde della villa imperiale di Schoenbrunn. Ivi la signora Katty Schratt, sua morganatica consorte, dopo come innanzi l'ultima fugace malattia, lo attende con la tazza di latte e il pane abburrato, tra due di quegli arguti sorrisi che vent'anni addietro deliziavano il pubblico del Burgtheater, il teatro prediletto di Sua Maestà. (Arturo Colautti)
  • Di Francesco Giuseppe, di questo lugubre imperatore degli impiccati, abbiamo una lunga serie di antenati discendenti e collaterali degenerati, criminali e pazzi, a convalidare la insensibilità morale che gli ha fatto attraversare le più tremende catastrofi, che hanno fulminato il suo impero e la sua famiglia in una disvulnerabilità fisica che gli ha concesso di raggiungere quella tarda età per cui poté anche in questi ultimi anni dell'immane guerra aggiungere, con nuove impiccagioni di martiri, altre corde alla trama orrenda di sua vita longeva.
  • Intellettualmente men che mediocre, ebbe fronte depressa, capacità cranica di volume inferiore alla media, progenetismo, labbra cadente e mascellare sfuggente. Le ragioni di sicurezza dello Stato, il diritto di difesa delle istituzioni politiche e la necessità di mantenere l'occupazione in terra di conquista, si comprende, possano pur troppo determinare un regnante ad applicare la legge, anche nelle sue più gravi sanzioni penali, anche colla pena di morte; ma nell'Austria di Francesco Giuseppe l'istituzione della forca pei reati politici fu davvero istrumento di governo e di vendetta feroce.
  • Questo coronato assunto al trono nell'anno della riscossa dei popoli oppressi[4] che ha soffocato nel sangue, muore nella serenità incosciente che nemmeno l'inevitabile smembramento del multiforme Impero ha potuto turbare.
  1. a b c d e Citato in Francesco Giuseppe di Cesare Marchi, in Le ultime monarchie, p. 45, 1973, Istituto Geografico De Agostini.
  2. a b citato in Gesualdo Vannini, Introduzione a La Vita e le Opere di Raffaello Lambruschini, Tipografia Guainai, Eboli 1907
  3. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 683.
  4. Il 1848, anno della primavera dei popoli.

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