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Francesco Barbagallo

accademico e storico italiano

Francesco Barbagallo (1945), accademico e storico italiano.

Indice

La formazione dell'Italia democraticaModifica

  • Nella storia dell'Italia contemporanea l'8 settembre è stato, più volte, paragonato a Caporetto, sia per la dimensione della disfatta, militare e politica, che per l'aspro dibattito sulle responsabilità. Ma già nella prima ricostruzione delle vicende italiane tra i due dopoguerra novecenteschi, uno storico di grande respiro sottolineava anzitutto il significato di distacco tra regime e nazione segnalato dalla mancanza, per la prima volta dall'unificazione, dei volontari nella guerra del '40. E individuava una profonda diversità tra il 1917 e il 1943 proprio nella definitiva rottura consumata tra il fascismo e gli italiani, portati ormai a distinguere, nettamente quanto diffusamente, il regime dalla nazione e desiderosi soprattutto di chiudere comunque la disastrosa avventura di guerra[1]. (cap. 1, p. 10)
  • L'Italia, dopo l'8 settembre '43, sembra tornare a essere, certamente a essere considerata poco più di una espressione geografica[2]. Non è solo un paese vinto, è una potenza arresasi senza condizioni, interamente occupata da alleati-nemici in guerra. (cap. 1, p. 15)
  • La liberazione di Roma avveniva, il 4 giugno 1944, ad opera degli eserciti alleati, senza che si esprimessero forme di resistenza armata e di insurrezione popolare, considerate dannose sia dagli influenti partiti moderati sia dalla Santa Sede, che aveva svolto un ruolo centrale nel tentativo di sottrarre il centro del cattolicesimo allo scontro bellico e temeva fortemente l'espansione del comunismo e delle tendenze sovvertitrici degli equilibri costituiti. Il papa rappresentava un'autorità sempre più influente in un paese dove si erano dissolti i poteri fondamentali dello Stato nazionale: la monarchia, il governo, l'esercito. (cap. 1, p. 36)
  • Ma le elezioni del 18 aprile non sono solo un evento di primaria importanza sul piano internazionale. Rappresentano anche l'occasione per l'intervento più massiccio e meglio organizzato della Chiesa cattolica nella propaganda elettorale a favore della DC, come bastione contro l'avanzata del comunismo. I Comitati civici organizzati dall'Azione cattolica di Luigi Gedda scendono in campo con un intervento capillare che investe tutto il territorio nazionale in stretta connessione col diffuso tessuto delle parrocchie. La battaglia elettorale della Chiesa di Pio XII e della DC di De Gasperi si sviluppa nel segno della crociata anticomunista per una «nuova Lepanto»[3] – il 18 aprile, appunto – in uno scontro per la difesa della «civiltà italica cristiana». (cap. 2, p. 124)

BibliografiaModifica

  • Francesco Barbagallo, La formazione dell'Italia democratica, in AA.VV., Storia dell'Italia repubblicana, vol. 1, Giulio Einaudi editore, Torino, 1994. ISBN 88-06-13457-4

NoteModifica

  1. Cfr. F. Chabod, L'Italia contemporanea (1918-1948), Torino, 1961, pp. 103 e 113. [N.d.A]
  2. Questo termine viene adoperato da G. Diena e V. Foa in una memoria del 17 settembre '43 sulla necessità di rispondere con l'iniziativa delle forze antifasciste alla dissoluzione dello Stato nazionale. «Solo a questa condizione l'Italia, oggi passivo campo di battaglia, cesserà di essere una semplice espressione geografica» (C. Pavone, Tre governi e due occupazioni, in «Italia contemporanea», 1985, n. 160, p. 70). [N.d.A]
  3. Riferimento alla vittoria dei cristiani contro la flotta musulmana, nella battaglia di Lepanto del 1571.

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