Federigo Enriques

matematico e filosofo della scienza italiano (1871-1946)

Federigo Enriques (1871 – 1946), matematico, storico della scienza e filosofo italiano.

Federigo Enriques

Citazioni di Federigo EnriquesModifica

  • Così la teoria di Einstein non significa la morte della teoria di Newton, anzi la conquista di una verità più vera, di fronte a cui la precedente figurerà sempre come un grado di approssimazione.
    Aver superato questo grado, fino a spiegare le minime perturbazioni or ora accennate, scoprire dunque la legge correttrice di errori appena sensibili, costituisce il più splendido trionfo della ragione umana! Nonostante tutti i sofismi con cui si è tentato di travisarne il significato, questo è anche il vero motivo della commozione suscitata da Alberto Einstein. Egli ci ridà la fiducia nella ragione, proprio in quest'ora tenebrosa in cui essa sembra sommergersi nel cozzo delle passioni oscure [...]. (da Per la scienza, a cura di R. Simili, Bibliopolis, Napoli 2000, pp. 329-332)

Scienza e razionalismoModifica

  • Nonostante tutti gli appunti che si possono muovere [alla critica di Kant], si deve riconoscervi un'idea originale di alto valore: la scienza non è una copia passiva della natura esteriore, ma è costruzione che lo spirito umano fa secondo le sue proprie leggi; pertanto la critica della scienza deve scoprire ed illuminare questo elemento subiettivo più profondo che è la razionalità del sapere. (III Razionalismo e empirismo, p. 108)
  • Per chi non abbia mai letto alcuna cosa di Hegel (sono in questo caso anche dei filosofi ed avrebbero torto di considerare ingiuriosa questa affermazione) è indispensabile dir subito dello stile di lui e della psicologia che vi si connette.
    Gli hegeliani affermano che Hegel è difficile a comprendere perché è profondo e perché adopera uno speciale linguaggio tecnico. Ma tali caratteri appartengono pure a Newton, che non solleva nel pubblico scientifico l'accusa di essere incomprensibile. In verità il linguaggio di Hegel è tutto l'opposto di un linguaggio tecnico, se con questa parola si designa un linguaggio convenzionale atto a precisare l'espressione comune. È una lingua che sforza la forma volgare soltanto per promuovere associazioni indeterminate, a base di assonanze verbali o di vaghe analogie o d'immagini aventi un contenuto affettivo. (III Razionalismo e storicismo, p. 147)
  • Questo stile [di Hegel] ci rivela già un aspetto fondamentale della psiche hegeliana, avversa al pensiero scientifico; l'incapacità ad inibire le associazioni, a determinare i concetti colla rigida astrazione. Insomma – a prescindere dalla straordinaria fantasia o genialità poetica e dalla coerenza delle ispirazioni sentimentali – Hegel si manifesta come un povero intelletto (intelletto è appunto la parola dispregiativa con cui egli designa la ragione del pensatore esatto!); e proprio in questa povertà, nel non senso di certe argomentazioni che si dànno per difficili, risiede spesso la pretesa profondità del mistero che si discopre soltanto agli iniziati, cui Dio ha largito in dono un particolar lume speculativo; i quali pur troppo non riescono a spiegare agli altri l'altissima verità di cui vantano il possesso, ma si fanno forti della riverenza verso un nome illustre per imporre alle anime deboli una prudente riserva. (III Razionalismo e storicismo, pp. 147-148)
  • Alla deficienza delle facoltà astratte e determinatrici dell'intelletto, fa riscontro in Hegel uno sviluppo immenso della facoltà associativa, che dà risalto e colorisce la sua grande fantasia; egli possiede in alto grado, ad esclusione dell'altro, uno dei due caratteri che formano lo spirito logico: lo spirito che tende ad unificare e coordinare le immagini, per contrapposto a quello che riesce a fissarle inibendo il corso delle associazioni. Ma questa fantasia è dominata da un'ispirazione affettiva, che si traduce di quando in quando nella prosa hegeliana e le conferisce una severa bellezza. (III Razionalismo e storicismo, p. 149)
  • Scienza e religione richiamano alla mente un conflitto, che è in gran parte la storia dell'umano pensiero, ed assume un particolare aspetto nella cultura moderna.
    Il tentativo di comporre il dissidio, che accompagna ovunque il nascer di questo, parve finalmente riuscito ad una conclusione durevole, quando tutte le vie della speculazione mettevano capo al trionfo della filosofia agnostica. La parola di pace annunziò agli uomini che le religioni positive avevano esorbitato il loro compito, toccando di cose cadenti nel dominio della ricerca sperimentale, e che d'altra parte la scienza aveva fatto opera antiscientifica oltrepassando i propri limiti; la critica metteva in luce le ipotesi trascendentali contenute nella metafisica materialistica, e approfondendo il fatto etico denunziava la vana pretesa che il sapere detti norma al volere. (VI Scienza e religione: il problema della realtà, pp. 275-276)

Incipit di alcune opereModifica

Le matematiche nella storia e nella culturaModifica

Le matematiche sono antiche, si può dire, come la civiltà: gli studi più recenti degli storici intorno alla cultura degli Egiziani e dei Caldei hanno messo in luce che quei popoli dovevano possedere già importanti conoscenze matematiche in un'epoca precedente forse di due millenni gl'inizi della scienza greca. L'impulso a tali conoscenze sembra essere venuto da tre ordini di questioni:
1º) Gli scambi commerciali portano naturalmente a sviluppare l'Aritmetica come «arte dei calcoli» o «logistica»: arte che – secondo Erodoto – I Greci avrebbero appresa dai Fenici.
2º) L'agrimensura catastale pone il problema delle aree delle figure piane, che risponde al senso etimologico della parola «geometria»; e di qui appunto lo stesso Erodoto fa nascere la scienza geometrica presso gli Egiziani, che sarebbero stati maestri dei Greci.
3º) Un'altra sorgente di ricerche geometriche (misure di angoli e relativi calcoli) sembra riattaccarsi particolarmente all'Astrologia coltivata fin dai tempi remotissimi presso i Caldei.

Per la storia della logicaModifica

Coloro che s'immergono nella dialettica, dice Aristone di Chio, fanno come i mangiatori di gamberi: per un boccone di polpa perdono il loro tempo sopra un mucchio di scaglie. Ma W. Hamilton[1], riportando il motto[2], vi aggiunge un'osservazione che non sembra aver perduto valore ai nostri giorni: da noi, dice, lo studente di logica perde il tempo senza nemmeno gustare un boccone di polpa.

NoteModifica

  1. Sir William Sterling Hamilton (1788 – 1856), filosofo scozzese.
  2. Rivista d'Edimburgo, 1833. [N.d.A.]

BibliografiaModifica

Altri progettiModifica