Ettore Croce

politico, agitatore politico e pubblicista italiano

Ettore Croce (1866 – 1956), politico, agitatore e pubblicista italiano.

Nel domicilio coattoModifica

  • Vi è dunque qualche cosa di guasto, di profondamente guasto nella nostra psiche collettiva, e questo guasto è un principio nocivo, acquisito, che si impadronisce dell'individuo da le fascie e lo mantiene tra i suoi artigli sino a la morte.
    Questo Minotauro del pensiero, non mai sazio di vittime, questo dio sanguinario, che, accoccolato, si pasce di visceri e di cervelli umani, questa tenebra nella luce, questa morte nella vita, questa macchia nel candore della fratellanza, questo tradimento nella libertà, questo insaziabile, crudele, carnivoro Minotauro è il principio di autorità. (cap. III, p. 28)
  • Questo vieto e rancido principio [di autorità], gonfio, malsano, putrido e flateoso come l'ignobile ventraja di Giovanni Falstaff, porta con sé i germi della infelicità umana.
    Questo mostruoso principio, come fantastica quercia gigantesca, à le sue radici in terra, la sua cima in cielo; è ad esso che si debbono le tirannie dei padroni e di dio.
    Proprietà individuale? schiavitù? religioni? sono rami diversi del tronco medesimo: se questo Sansone dei pregiudizii precipitasse, trascinerebbe con sé tutto il vecchio tempio, crollandone tutte le colonne. (cap. III, pp. 28-29)
  • Il generale Pelloux ha sciabola e spalline, ha una gamella per cranio ed una razione di rancio per sostanza cerebrale; i suoi orizzonti sono tanto vasti, che si potrebbero ripiegare in una branda da campo; eppure noi ci godiamo questo spettacolo da diciotto mesi. Poggiato su la sciabola od a la sciabola, quel piccolo uomo à fatto ciò, che non avrebbe tentato un gigante: à imbavagliato una nazione. (cap. IV, p. 31)
  • Ordunque il principio di autorità porta a queste ultime conseguenze: sotto questa maschera di ferro si riesce a sfigurare la fisionomia morale di una Nazione. Giacché esso è, nel mondo psichico, ciò che è, nel mondo economico, la proprietà individuale: la funesta genitrice di tutti i delitti[1]. (cap. IV, p. 36)
  • Di tali lagrime gronda e di tal sangue il domicilio coatto. Limitandoci, ora, a registrare le lagrime sparse, ci dedicheremo, in appresso, a segnare il sangue versato, augurandoci che il governo, mantenendoci, con soldatesca cocciutaggine e stupefacente illogicità, in queste bolgie per altri mesi e, se gli fa comodo, per altri anni, ci dia modo di richiamare continuamente la attenzione degli Italiani su ciò, che è, oggi, il domicilio coatto, perché possano intendere che cosa sarà, domani, la relegazione.
    Costretti a tale vita, i coatti peggiorano giornalmente: più che intristire, essi istupidiscono. Le sette colonie potrebbero fondersi in un solo manicomio e niun psichiatra vi troverebbe a ridire. (cap. XII, pp. 97-98)
  • Cinquantenne, [Cesare Agostinelli] è uno dei veterani, che appartennero a le prime sezioni italiane dell'Internazionale; rimane oscuro e modesto, uno dei fedeli, malgrado le traversie numerose, a cui à dovuto provare la sua fede costante nell'ideale, eterno bersaglio della polizia italiana. Da la quale ebbe le prime carezze una ventina di anni fa quando, tornando da la Svizzera a piedi con quattro soldi di tabacco, si vide processato, condannato per contrabbando e sottoposto a l'ammonizione. (cap. XXII, p. 168)
  • Buono e mite, [Cesare Agostinelli] vive patriarcalmente in una bicocca a le falde di S. Elmo, tra una nidiata di conigli. Intelligente e modesto, è la prova più eloquente che le persecuzioni dei birri, applicate a la repressione del pensiero sovversivo, lasciano... il tempo che trovano. (cap. XXII, pp. 170-171)
  • [Luigi Fabbri] È, indubbiamente, uno dei più attivi, più cari, più intelligenti e più colti giovini del partito anarchico.
    Inscritto a l'Università di Macerata, à trascurato un po' gli studii per l'anarchia, il che vuol dire che, per legge di compensazione, sarà costretto trascurare un po' l'anarchia per gli studii, se questa paurosa oligarchia affaristica, che ci governa e se questa stupidissima polizia politica, che ci delizia, si decideranno a non più perturbare l'ordine pubblico e le coscienze del paese. (cap. XXII, p. 173)
  • Questa plebaglia poliziesca, che, con le sue turpitudini, insozza l'Italia, va, giornalmente, scrivendo nuovi fasti, tra la indifferenza o la codardia universale.
    La polizia politica, com'è oggi costituita, rappresenta la piaga più purulenta e verminosa, che ulceri il corpo della Nazione.
    Ciò di cui è capace questa bieca polizia è inenarrabile, od, almeno, per scrivere i suoi fasti di un solo anno in una sola regione d'Italia, occorrerebbero centinaja di volumi.
    Stupida e feroce, selvaggia e degenerata, prepotente e corrotta, è un impasto di tigre istupidita e di oca velenosa. (cap. XXIV, pp. 185-186)
  • Il domicilio coatto, ossessione di gente impaurita, che à rinnegato il giure, la morale e la politica, resta un Quasimodo giuridico, un Ciacco morale, un Tersite politico e perciò sfugge ad ogni analisi ed ad ogni invettiva.
    Nella sintesi sua ignobile, non può che essere definito da la maledizione sintetica del popolo, che ne reclama l'abolizione.
    Perché trasformarlo non si può: esso pecca nella origine e nelle intenzioni. (cap. XXVIII, pp. 197-198)

NoteModifica

  1. La definizione sovversiva il fisco non deve imputarla a me: essa è del Prof Pietro Ellero e fu già data da tutti i padri della chiesa, da Ambrogio a Crisostomo, da Clemente a Gregorio, a Girolamo ecc. sì che, essendo la chiesa la madre nostra, ne deriva che essa definizione gira il mondo dal tempo dei nostri nonni. [N.d.A.]

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