Diodoro Siculo

storico siceliota

Diodoro Siculo (90 a.C. circa – 27 a.C. circa), storico greco antico.

Una raffigurazione di Diodoro Siculo

Biblioteca storica

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  • Più oltre era la biblioteca sacra [biblioteca di Alessandria], colla iscrizione, Spezieria dell'anima[1]; [...]. (I, 3; vol. I, p. 93)
  • A' lupi gli Egizi prestano onore, per quanto dicono, a cagione dell'affinità, che questi animali hanno coi cani, variando poco di natura, e vicendevolmente unendosi, ed avendo prole dalle loro unioni. Si adduce eziandio di ciò un'altra ragione, ma favolosa. Dicono, che stando Iside per attaccar battaglia in compagnia di Oro suo figlio contro Tifone, Osiride dagli inferi era venuto ad aiutarla sotto forma di lupo: onde vinto poi, ed ucciso Tifone, i vincitori ordinarono, che si avesse in venerazione quella bestia, al cui cospetto la vittoria s'era dichiarata per essi. Alcuni raccontano, che nella irruzione, che gli Etiopi fecero nell'Egitto, vennero fuori grosse torme di lupi, i quali misero in fuga sin' oltre la città di Elefantina l'esercito degli'invasori: pel qual motivo la prefettura di quel paese vuolsi chiamata Licopolitana. (vol. I, pp. 172-173)
  • Eravi ancora presso la rocca un giardino, come chiamasi, pensile, il quale però fu costrutto non da Semiramide, ma da certo re assirio ne' tempi susseguenti, in grazia di una stia donna, la quale essendo, come dicono, originaria di Persia, e cercando tra montagne de' prati, chiese al re, che con piantamento artifiziale imitasse la natura del paese persiano. Perciò l'ameno giardino, ch'egli le costrusse, ebbe quattro plettri di lunghezza per ogni verso, e l'adito montano, ed ogni parte variati a forma di un teatro. Presso alla gradinata, espressamente fabbricata per ascendervi, incominciavano i volti sopra pilastri, che tutto sostenevano il piano del giardino; e questi volti ivano alzandosi gradatamente alcun poco, a tanto infine, che l'ultimo, alto cinquanta cubiti, corrispondeva all'ultima e più alta parte del giardino medesimo, che veniva ad essere a livello col circuito de' pìnacoli. Le muraglie con molta cura, rendute forti, erano grosse ventidue piedi, ed ogni sfogo aveva una larghezza di dieci. Sopra esse poi eransi tratti certi macigni a modo di travi, lunghi ognuno sedici piedi, compresa la parte ch'era incastrata nella muraglia, e grossi quattro. Sopra questi, che formavano il tetto riguardo agli archi sottostanti, e il pavimento riguardo al piano del giardino, primieramente si erano stese delle canne impiastrate di molto bitume; poi a doppia mano de' mattoni misti con gesso; poi infine uno strato di lamine di piombo; e tutto ciò perché l'umidità propria della terra, e l'acqua stessa non avesse a penetrare al fondo. Or sopra questo strato fa poscia messa terra a tanta profondità, che potesse bastare alle radici de'grandi alberi, che s'avea a piantarvi. E di fatti tutto il suolo fu riempiuto di piante d'ogni specie, le quali e per la grandezza, e per l'amenità meravigliosamente dilettassero chiunque le rimirava. Intanto i volti, di cui si è fatta menzione, siccome ricevevano luce per mezzo delle arcate che gradatamente s'alzavano, contenevano molte e diverse stanze reali; una delle quali in ispecie, corrispondente all'ultimo piano, aveva certe aperture o fori, ed istrumenti idraulici, con cui, senza che al di fuori alcuno veder potesse cosa facevasi, tiravasi su dal fiume quant'acqua sì volea. (II, 4; vol. I, pp. 245-247)
  • Minosse intanto, re de' Cretesi, che allora teneva l'imperio del mare, avendo inteso, che Dedalo era fuggito in Sicilia, prese a far guerra a quest'isola; e messa insieme una grande armata navale, provveduta di ogni occorrente cosa, andò ad approdare alla plaga del territorio agrigentino, che da esso lui poi chiamossi Minoa; e messe in ordine le truppe mandò a Cocalo, chiedendo che gli fosse consegnato Dedalo per essere fatto morire. Cocalo venuto a colloquio con Minosse si proferì pronto a fare quanto questi chiedeva, e con molta cortesia il blandi, sicché avendolo condotto al bagno, tanto il ritenne nella terma, che dal calor soverchio restasse soffocato; e ne diede poi il cadavere a Cretesi, dicendo lui esser morto per essere accidentalmente sdrucciolando caduto nell'acqua bollente. [...] I Cretesi intanto, che da Minosse erano stati condotti in Sicilia, non avendo più re, vennero in discordia tra loro; e siccome le loro navi erano state incendiate dai Sicani sudditi di Cocalo, disperando di ritornare alla patria, stabilirono di abitare in Sicilia. (IV, 79; vol. II, pp. 285-286)
  • [Sul santuario di Venere ad Erice] Ne' susseguenti tempi poi i Cartaginesi, che tennero in loro dominio una parte dell'isola [Sicilia], non omisero di tributare spezial culto alla Dea [Venere]; [...]. (IV, 83,4; vol. II, p. 292)
  • Avendo io pertanto intitolato questo libro insulare, primieramente parlerò della Sicilia; perciocché essa è la più eccellente tra le isole, e tiene facilmente il primato per l'antichità delle cose degne d'essere rammentate. Anticamente chiamossi Trinacria per la sua figura triangolare. Di poi fu detta Sicania dai Sicani, che la coltivarono: indi Sicilia dai Siculi, i quali in essa passarono dalla Italia in gran numero. (V, 2,1; vol. II, p. 300)
  • I Fenicii fino da remotissimi tempi a cagione di commercio intrapresero frequenti navigazioni; e perciò stabilirono molte colonie tanto in Africa, quanto in quelle parti d'Europa, che guardano all'occidente; e proseguendo in tale loro proposito, fatti già ricchi, presero a battere anche oltre le colonne d'Ercole le acque del mare che chiamasi oceano. (V, 35,4; vol. II, p. 328)
  • [Su Amilcare] Giunto poi a Panormo, contò di aver già finita la guerra, poiché fino allora aveva temuto, che i Siculi giovandosi del mare gli scappasser di mano. Ivi per tre giorni rinfrescato l'esercito, e riparati i danni del naufragio, marciò verso Imera, facendosi fiancheggiare dalle navi; [...]. (XI, 20,2-3; vol. III, p. 150)
  • Jerone circa il medesimo tempo cacciati avendo delle loro città i Catanesi, e i Nassj, mandò ad abitare in esse cinque mila uomini raccolti dal Peloponneso, ed altrettanti Siracusani; e a Catania mutò nome, dicendola Etna: a' nuovi abitanti della quale divise a sorte non il solo natural territorio, ma anche vasti tratti di campagne vicine, e ne portò gli abitanti al compiuto numero di dieci mila. Il che egli fece tanto per avere sempre in pronto contro ogni necessità che sopravvenisse, un buon soccorso, tanto perché ove fosse morto, potesse da città sì popolosa, che contava CCIↃↃ abitanti, avere gli onori conceduti agli eroi. Quelli poi, che cacciati avea da Nasso, e da Catania, mandò nella città de' Leontini; e fece comuni ad essi i diritti degli altri abitanti. (XI, 49; vol. III, pp. 194-195)
  • Dionigi [...] ordinò a tutti quelli, che erano atti alle armi, e non usciti oltre il quarantesimo anno, che provveduti di viveri per trenta giorni avessero da recarsi armati alla città de' Leontini, la quale allora stava in luogo di rocca forte per Siracusa, ed era piena di esuli, e di forestieri d'ogni maniera. Sperava egli, che tutti costoro, come inclinati a novità, gli sarebbero stati di comodo appoggio, massimamente che prevedeva che la massima parte de' Siracusani non sarebbe andata al luogo prefisso. Intanto essendosi la notte attendato alla campagna, finge macchinarsegli insidie; ed eccitatosi da' suoi famigliari tumulto con grande forza di clamore e di strida, va a ripararsi nella rocca, ove accesi molti fuochi, e chiamati i più valorosi tra soldati, passò quella notte. Venuto poi giorno, e congregatasi moltitudine di gente nella città de' Leontini, ragionando con molti argomenti sull'accaduto, indusse la turba ad accordargli la facoltà di scegliersi seicento guardie a piacimento suo. (XIII, 95; vol. IV, pp. 143-144)
  • [...] perché la testa della vittima de' Lacedemoni, stata posta sul lido, all'improvviso disparve, strascinata nel mare dall'impeto delle onde, l'aruspice predisse che morto sarebbe il comandante dell'armata: al che però dicesi, che Callicratide rispondesse, che morendo non avrebb'egli oscurata la gloria degli Spartani. (XIII, 97, vol. IV, p. 148)
  • È natural cosa, che tutti si risentano di quanto a loro vituperio venga detto: imperciocchè coloro medesimi i cui enormi peccati sono manifestissimi, se accada che tu ne li riprenda, fortemente si sdegnano, e cercano di sminuire con parole le colpe rinfacciate. (XIV, 1; vol. IV, p. 175)
  • [Dionisio I di Siracusa] [...] fece fabbricare armi d'ogni specie. e triremi, e quinqueremi, del qual genere di navi non era ancora a quel tempo invalso l'uso. [...] Egli poi ogni giorno andava a visitare uomini e lavori, e con belle parole gli uni adescava, e gli altri animava con distinzioni onorifiche, e qualche volta e questi e quelli invitava a pranzo. Con che gareggiando fra loro in ogni maniera, venivano a mettere insieme una quantità immensa e di armi e di macchine peregrine a sussidio massimo della guerra. (XIV, 41; vol. IV, pp. 236-238)
  • Ma desiderando Dionigi di vendere la turba degli oppidani onde trar pecunia, prese a contenere il soldato dalla strage de' cattivi; e veduto, che niuno ubbidiva a suoi comandi, e che i Siculi lasciavansi trasportare dalla sfrenata sete del sangue, non altro ripiego egli ebbe più che di far gridare per la voce di banditore, che i Moziani avessero a rifuggirsi ne' templi dei Greci. (XIV, 53,2; vol. IV, pp. 253-254)
  • Fu veduto Dionigi preso un bastone percuotere il colle; e contare ad uno per uno i prigionieri, che ne discendevano, i quali furono più di diecimila. E tutti aspettavansi di essere crudelmente trattati; ma egli in quella occasione mostrossi umanissimo, perciocché li rimandò tutti liberi senza taglia; e fatta pace permise che le città vivessero secondo le proprie loro leggi. Del che somme lodi riportò da quelli, che sì benignamente avea trattati, a modo che lo rimunerarono con corone d'oro. (XIV, 105; vol. IV, p. 319)
  • Intanto appressandosi la celebrazione de' giuochi olimpici Dionigi mandò al concorso di quella solennità parecchie quadrighe sopra le altre velocissime, e fece fare magnificentissimi addobbi, le scene adornando con oro, e con drappi di mirabile e vago lavoro d'ogni maniera; ed aggiunse rapsodi eccellenti, i quali recitando in pubblico poemi composti da esso lui, giacché avea la follia di far versi, venissero a magnificarne la gloria. (XIV, 109; vol. IV, pp. 322-323)
  • E l'orator Lisia, che allora trovavasi in Olimpia, si pose a predicare alla moltitudine, onde non fossero ammessi a prendere parte nella solennità de' giuochi sacri i teori mandati da un tiranno [Dionisio I di Siracusa] sì detestato per la sua empietà: nella quale occasione egli recitò in quella pubblica assemblea l'orazione, che intitolò olimpica. (XIV, 109; vol. IV, p. 323)
  • [Dionisio I di Siracusa] Fatto sta, che essendo egli cattivo poeta, per giudizio degli Ateniesi superò i più valenti verseggiatori in quel genere; [...]. (XV, 74; vol. V, p. 105)
  • La Sicilia è la più bella di quante isole si conoscano; e molto atta a primeggiare. Annone, figliuolo di Annibale, venuto in Sicilia, radunato ch'egli ebbe l'esercito a Lilibeo, mosse fino a Selinunte; e presso quella città posto avendo gli alloggiamenti, vi lasciò le sue truppe di terra; ed egli intanto andò ad Agrigento, e ne fortificò la rocca, nel tempo stesso il popolo agrigentino traendo all'amicizia de' Cartaginesi, e ad ajutarli colle sue armi. (XXIII, 1-2; vol. VII, p. 238)
  1. In greco antico: «Ψυχῆς ἰατρεῖον».

Bibliografia

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  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, vol. I (libri I-II), tradotto da Giuseppe Compagnoni, Sonzogno, Milano, 1820.
  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, vol. II (libri III-V), tradotto da Giuseppe Compagnoni, Sonzogno, Milano, 1820.
  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, vol. III (libri VI-XII), tradotto da Giuseppe Compagnoni, Sonzogno, Milano, 1820.
  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, vol. IV (libri XIII-XIV), tradotto da Giuseppe Compagnoni, Sonzogno, Milano, 1820.
  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, vol. V (libri XV-XVI), tradotto da Giuseppe Compagnoni, Sonzogno, Milano, 1821.
  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, vol. VI (libri XVII-XIX), tradotto da Giuseppe Compagnoni, Sonzogno, Milano, 1822.
  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, vol. VII (libri XX-XXXVIII), tradotto da Giuseppe Compagnoni, Sonzogno, Milano, 1822.

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