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Dezső Kosztolányi

poeta, scrittore e giornalista ungherese
Dezső Kosztolányi

Dezső Kosztolányi (1885 – 1936), poeta, scrittore, giornalista e traduttore ungherese.

Citazioni di Dezső KosztolányiModifica

  • Bruno gonfalone giovanile dei miei capelli | come fatua bandiera sulle fortezze cinte d'assedio, | ahi, schioccavi verso le stelle, | superbo, raggiante. | Che n'è di te? Cosparso d'argento pendi | mollemente sulla mia gran fronte | e sotto sorride, accorta e saggia, | la mia bocca, simile a labbra amare | di soldati in fuga.[1][2]
  • Il Reviczky visse con tutta l'anima nel presente. Non aveva paura della prosa. Sapeva, da vero poeta, che in ogni epoca la poesia strappa un nuovo territorio alla prosa. Ciò che ieri era cosa da giorni feriali, oggi diventa già poesia e anzi questo è la conquista più sostanziale della poesia.[3]
  • Io amo il povero popolo di Pest: | la povera gente che nei pomeriggi | di domenica, con i vestiti stracciati, || stupita, attonita, ascolta | sbatter la porta dei caffè lussuosi e contempla, | sull'ingresso dei cinema, i quadri dei film. [...] || Essi, i poveri, passano su questi | marciapiedi, le scarpe | scalcagnate, e sbirciano | furtivamente là nei caffeucci. || Ragazze affamate, chi amano mai? | Orfani logori, stanchi, simili | a santi magri, si stagliano | neri sotto l'alone dei lampioni. || Chi ha mai visto che cosa nasconda | l'ombra della loro stanza? Chi ha spiato | se nel loro letto è un guanciale? Chi ha veduto | cos'è il malinconico popolo di Pest? || Io ho visto gli operai, i pallidi | volti che la febbre consuma: ne ho visto | il male la pena la fame: | ho visto il sanguinante | cuore di questa terra. (da Il povero popolo di Pest[4])

PoesieModifica

  • Che il cielo vi benedica, | alberi della via Üllői. | Rivesta le vostre chiome | un turbine di profumo: | mille candidi fiori. | Voi deste la lotta e la gioia, | voi foste la giovinezza, | alberi della via Üllői. || Anche per gli altri fiorite così, | alberi della via Üllői. | Che gustino il morbido aroma, | il balsamo ed il sopore | nelle ore della sera; | non vedano il cipresso del dolore, | credano che si è giovani in eterno, | alberi della via Üllői. (da Alberi della via Üllői, Tra quattro pareti (1907), p. 31)
  • Sono soltanto carne, sono soltanto ossa. | Macchina è la mia testa, e la mia mano. | Ma so quel che è passato. | Durante il mio cammino ho pianto, ho riso. | Io, uomo, proprio io. Me ne ricordo. (Sono soltanto carne, I lamenti dell'uomo triste (1924), p. 67)

A nudo

Meztelenül, 1928

  • Tu dammi | la forza di spogliarmi, di sentire | me stesso e il mondo, un questo breve tempo, | gran verità, tu amore, e tu, più vero ancora, | dolore. Da' le lacrime ai miei occhi | perché senza le lacrime non vedo, sono cieco. (da Metti insieme tutto, p. 75)
  • Custodiscono tutto ciò che è vita, | anche se solamente li ha sfiorati, | come la vecchia scatola di latta | dove altri han conservato sigarette. | I poveri scrutano, | badano a tutto, | anche per te, essi vivono | – e non dimenticano. (da Poveri, p. 77)
  • È morto oggi, | soltanto un'ora fa, | ed è per me così antico | come Alessandro o Serse e i suoi soldati. | Silenzio nel suo orecchio, | sulla sua bocca polvere e silenzio. | Se di lui si rammentano in stanze antiche antichi amici, | col capo greve come il piombo, cerco | di richiamarne la memoria. | Ma estraneo più non lo capisco. (da È morto oggi[5])

Rendiconto

Számadás, 1935

  • O vecchio continente! | Carica d'anni, scabra, santa, eccelsa | maestra dello spirito, che filtri | profumi e sensi, dotta taumaturga, | antica Europa dalla fronte ampia! (da Europa, p. 93)
  • Non ho più niente. Eppure è prodigioso: | Mi sento ricco come un usuraio | cencioso, che sogghigna, se è deriso, | poiché ogni suo avere, i suoi tesori | li ha seppelliti; e adesso sono tutti | nella profonda terra sconfinata | che è un'antica, inviolabile miniera. (da Coloro che sono scomparsi, p. 103)
  • M'occorre chi è forte, chi è fiero; | io amo chi sente la terra, | chi palpa deciso l'orrendo, nocchiuto | terrore di pietra della Medusa Realtà, | e dice: «questo c'è», «questo non c'è», | «questa è la verità», «questo è menzogna», | e infine getta il proprio corpo ai vermi. | Io voglio l'eroe che al sole battente | del mezzogiorno contempla lo spettro terribile; | rotola in piena luce la sua lacrima, | ed ha per corona | la disperazione cocente. (da Marco Aurelio, p. 121)
  • Dono d'autunno, su coppe di vetro, | frutta ora colta. Uva smeraldo, scura, | greve, pere pesanti coi riflessi | del diaspro: gemme ricche, rutilanti. | Una goccia si stacca – un brillante – | da una turgida bacca, precipita. | Sfarzo sereno, indifferente, | perfezione che ruota su se stessa. | Sarebbe bello vivere. Ma gli alberi | mi fanno segno con braccia dorate. (Colazione autunnale[6])

NoteModifica

  1. In Lirica ungherese del '900, introduzione e traduzione di Paolo Santarcangeli, Guanda, Parma, 1962, p. 56.
  2. Citato in Folco Tempesti, La letteratura ungherese, traduzione di Paolo Santarcangeli, Sansoni/Accademia, Firenze/Milano, 1969, p. 210.
  3. Citato in Paolo Ruzicska, Storia della letteratura ungherese, Nuova Accademia Editrice, Milano, 1963, capitolo LV, p. 676.
  4. In Lirici ungheresi, scelti e tradotti da Folco Tempesti, con introduzione e note, Vallecchi Editore, Firenze, 1950, pp. 249-250.
  5. In Poeti ungheresi del '900, a cura di Umberto Albini, ERI, Torino, 1976, p. 21.
  6. In Poeti ungheresi del '900, a cura di Umberto Albini, ERI, Torino, 1976, p. 31.

BibliografiaModifica

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