Claude Lévi-Strauss

antropologo ed etnologo francese

Claude Lévi-Strauss (1908 – 2009), antropologo, psicologo e filosofo francese.

Claude Lévi-Strauss nel 2005

Citazioni di Claude Lévi-Strauss

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  • A parte questa differenza, il grande formichiere e il giaguaro potrebbero essere definiti intercambiabili. Il folklore brasiliano è ricco di racconti che pongono sullo stesso piano i due più potenti animali del «sertào»: uno per il morso delle sue zanne, l'altro per la stretta delle sue zampe anteriori. Cosi, si racconta che nella savana il giaguaro sconfigga sempre il formichiere, mentre nella foresta accade il contrario: il formichiere si rizza appoggiandosi a un tronco con la coda, e soffoca il giaguaro fra le sue zampe.[1]
  • Di conseguenza in etnologia, come in linguistica, non è la comparazione a fondare la generalizzazione, ma il contrario. Se, come crediamo, l'attività inconscia dello spirito consiste nell'imporre forme a un contenuto, e se queste forme sono fondamentalmente le stesse per tutti gli individui, antichi e moderni, primitivi e civili – come dimostra, in modo folgorante, lo studio della funzione simbolica, così come si esprime nel linguaggio – è necessario e sufficiente raggiungere la struttura inconscia, soggiacente a ogni istituzione o a ogni usanza per ottenere un principio d'interpretazione valido per altre istituzioni e altre usanze, purché, beninteso, si spinga l'analisi abbastanza lontano.[2]
  • In questo secolo in cui l'uomo si accanisce nel distruggere innumerevoli forme di vita, dopo aver distrutto molte società la cui ricchezza e diversità costituiscono da tempo immemorabile il suo più splendido patrimonio, è più che mai necessario dire, come fanno i miti, che un umanesimo ben orientato non comincia da se stessi, ma pone il mondo prima della vita, la vita prima dell'uomo e il rispetto degli altri esseri prima dell'amor proprio. Né va dimenticato che, essendo comunque destinato a terminare, nemmeno un soggiorno di uno o due milioni di anni su questa terra può servire per appropriarsi del nostro pianeta come se fosse una cosa e per comportarsi senza pudore e senza discrezione.[3]
  • L'uomo che muore si tramuta in giaguaro, la donna che muore con la tempesta se ne va con la tempesta scompare.[4]
  • La diversità delle culture umane non deve invitarci ad un'osservazione spezzettante o spezzettata. Essa è funzionale non tanto all'isolamento dei gruppi quanto delle relazioni che le uniscono.[5]
  • La proibizione dell'incesto non è né di origine puramente culturale, né di origine puramente naturale; non è neppure una combinazione di elementi compositi, attinti in parte alla natura e in parte alla cultura. Essa costitutisce il passo fondamentale grazie al quale, per il quale, e soprattutto nel quale, si compie il passaggio dalla natura alla cultura. [...] la proibizione dell'incesto costituisce proprio il legame che unisce l'una sfera all'altra. [...] In realtà, più che di una unione, si tratta di una trasformazione o di un passaggio: prima che si verifichi, la cultura non è ancora data; con il suo verificarsi, la natura cessa di esistere nell'uomo come regno sovrano. La proibizione dell'incesto è il processo attraverso il quale la natura supera se stessa: accende la scintilla sotto la cui azione si forma una struttura di tipo nuovo, e più complesso, che si sovrappone, integrandole, alle strutture più semplici della vita psichica, così come queste ultime si sovrappongono, integrandole, alle strutture più semplici della vita animale. Essa opera, e di per se stessa costituisce, l'avvento di un nuovo ordine.[6]
  • Lo scienziato non è l'uomo che fornisce le vere risposte; è quello che pone le vere domande.[7]
  • Nel modo più inatteso, è proprio il dialogo con la scienza ciò che rende nuovamente attuale il pensiero mitico.[8]
  • Nulla, allo stato attuale della scienza, permette di affermare la superiorità o l'inferiorità intellettuale di una razza rispetto all'altra.[5]
  • Solo trattando il mito alla stregua di uno spartito orchestrale, scritto strofa per strofa, possiamo comprenderlo come totalità ed estrarne il significato.[9]
  • [...] tutto avviene come se la musica e la mitologia non avessero bisogno del tempo se non per infliggergli una smentita. Esse sono entrambe macchine per sopprimere il tempo. Al di sotto dei suoni e dei ritmi, la musica opera su un terreno grezzo, che è il tempo fisiologico dell'uditore; tempo irrimediabilmente diacronico in quanto irreversibile, e di cui la musica stessa tramuta però il segmento che fu dedicato ad ascoltarla in una totalità sincronica e in sé conchiusa.[10]
  • Verrà un giorno in cui l'idea che per nutrirsi gli uomini del passato allevavano e massacravano degli esseri viventi, mettendo in mostra nelle vetrine le loro carni dilaniate, ispirerà senza dubbio la stessa repulsione provata dai viaggiatori del XVII e XVIII secolo nei confronti dei pasti cannibalici dei selvaggi americani, africani, o dell'Oceania.[11]

Antropologia strutturale due

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  • Mai meglio che al termine degli ultimi quattro secoli della sua storia, l'uomo occidentale è in grado di capire che, arrogandosi il diritto di separare radicalmente l'umanità dall'animalità, accordando all'una tutto ciò che toglieva all'altra, apriva un circolo vizioso, e che la stessa frontiera, costantemente spostata indietro, sarebbe servita a escludere dagli uomini altri uomini, e a rivendicare, a beneficio di minoranze sempre più ristrette, il privilegio di un umanismo nato corrotto per avere desunto dall'amor proprio il suo principio e la sua nozione. (p. 77)
  • [...] il rispetto altrui conosce un solo fondamento naturale [...] che Rousseau scorge, nell'uomo, in «una ripugnanza innata a veder soffrire il suo simile» [...]. Infatti l'unica speranza, per ognuno di noi, di non essere trattato da bestia dai suoi simili, sta nel fatto che tutti i suoi simili, e lui per primo, si colgano immediatamente come esseri sofferenti, e coltivino nell'intimo quella attitudine alla pietà che, nello stato di natura, tiene luogo «di legge, di costumi, e di virtù», e senza il cui esercizio cominciamo a capire che, nello stato di società, non può esserci né legge, né costumi, né virtù.
    Lungi dall'offrirsi all'uomo come un nostalgico rifugio, l'identificazione a tutte le forme della vita, a cominciare dalle più umili, propone dunque all'umanità d'oggi, per bocca di Rousseau, il principio di ogni saggezza e di ogni azione collettiva [...]. (pp. 77-78)
  • «Provo una violenta avversione, – scrive [Rousseau] nella quarta lettera a Malesherbes, – per gli stati che dominano gli altri. Odio i Grandi, odio il loro stato». È inevitabile riferire questa dichiarazione anzitutto all'uomo, che ha preteso di dominare gli altri esseri [animali] e di godere di una condizione a parte, lasciando così campo libero ai meno degni fra gli uomini di valersi dello stesso privilegio nei confronti di altri uomini [...]. (p. 78)

Da vicino e da lontano

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  • [...] sono pervaso sempre di più dal sentimento che il cosmo e il posto dell'uomo nell'universo oltrepassino, e sempre oltrepasseranno, la nostra comprensione. Mi capita di intendermi meglio con certi credenti che con certi razionalisti a oltranza: perlomeno i primi hanno il senso del mistero. (p. 16)
  • [Su Simone Weil] Chiacchieravamo nei corridoi della Sorbona. I suoi giudizi senza appello mi disorientavano. Con lei era sempre tutto o niente. La rividi in seguito negli Stati Uniti, dov'era venuta per un breve soggiorno, prima di andare in Inghilterra e morirvi. Si mise lei in contatto con me, mi diede appuntamento sotto il colonnato di un grande edificio – la biblioteca della Columbia o la Public Library, non ricordo. Discorremmo familiarmente seduti sugli scalini. Le intellettuali della nostra generazione erano spesso eccessive: lei non faceva eccezione, ma ha spinto questo rigorismo fino a farsi distruggere. (pp. 23-24)
  • Una volta passato il primo momento di curiosità, una volta stufo delle buffonate, il maggio '68 mi ha disgustato. Perché non ammetto che si taglino degli alberi per fare delle barricate (alberi, cioè vita; una cosa che va rispettata), che si trasformino in pattumiere luoghi pubblici che sono un bene e una responsabilità per tutti, che si coprano di graffiti degli edifici, universitari o meno; né che il lavoro intellettuale e la gestione delle istituzioni vengano paralizzate dalla logomachia. (p. 119)

Dal miele alle ceneri

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  • Le metafore che si ispirano al miele sono fra le più antiche della nostra lingua e di altre che l'hanno preceduta nel tempo. Gli inni vedici associano spesso il latte e il miele che, secondo la Bibbia, scorreranno nella Terra Promessa. «Più dolci del miele» sono le parole del Signore. I babilonesi facevano del miele l'offerta agli dei per eccellenza, giacché questi dei esigevano un cibo che non fosse toccato dal fuoco. Nell'Iliade alcune giare di miele servono da offerta ai morti. Altrove essere furono utilizzate per raccogliere le loro spoglie. (p. 13)
  • Il miele e il tabacco sono commestibili, ma nessuno dei due appartiene, propriamente parlando, alla cucina. Il miele è infatti elaborato da esseri non umani, le api, che lo offrono già pronto per il consumo; mentre il modo più comune di consumare il tabacco pone quest'ultimo, a differenza del miele, non al di qua, ma al di là della cucina. Non lo si consuma allo stato crudo, come il miele, o dopo averlo esposto al fuoco per cuocerlo, come la carne. Lo incenerisce per aspirarne il fumo. (pp. 13-14)
  • Finora abbiamo incontrato una opposizione maggiore, nel registro degli uccelli, fra psittacidi e aquilinidi (nel Sudamerica non esistono aquile vere e proprie). Le indicazioni precedenti suggeriscono che il tucano occupa una posizione intermedia fra questi due termini polari: sa essere carnivoro come i rapaci e porta su una parte del corpo delle piume altrettanto vivaci che quelle del pappagallo. (p. 402)

Tristi tropici

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Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni. Ma quanto tempo per decidermi! Sono passati quindici anni da quando ho lasciato per l'ultima volta il Brasile e durante tutto questo tempo ho progettato di metter mano a questo libro; ogni volta una specie di vergogna e di disgusto me l'ha impedito. Suvvia! Occorre proprio narrare per disteso tanti particolari insipidi e avvenimenti insignificanti?

Citazioni

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  • I bororo sono i più alti e i meglio costruiti fra gli indiani del Brasile. La loro testa rotonda, il loro viso allungato dai tratti regolari e vigorosi, la loro struttura atletica ricordano certi tipi patagoni ai quali si possono collegare dal punto di vista razziale. Questo tipo armonioso si ritrova raramente fra le donne, in generale più piccole, mingherline, dai tratti irregolari. (p. 184)
  • In contrasto con l'austerità degli oggetti utilitari, i bororo mettono tutto il loro lusso e la loro fantasia nell'abbigliamento, o almeno – poiché questo è dei più sommari – nei suoi accessori. Le donne posseggono veri scrigni che si tramandano da madre in figlia: finimenti in denti di scimmia o in zanne di giaguaro montate in legno o fissate con sottili legature. Tengono per sé le spoglie della caccia ma si fanno poi depilare le tempie dagli uomini i quali confezionano, coi capelli delle loro spose, lunghe cordicelle intrecciate che avvolgono intorno alla testa come un turbante. (p. 190)
  • Nel villaggio bororo, c'è un momento della giornata che riveste una importanza particolare: è l'appello della sera. Al cader della notte, si accende un gran fuoco sul piazzale delle danze, dove i capi dei clan si sono riuniti; ad alta voce, un araldo chiama ciascun gruppo: badedjeba, i capi; o cera, quelli dell'ibis; ki, quelli del tapiro; bokodori, quelli dell'armadillo; bakoro (dal nome dell'eroe Bakororo); boro, quelli del labbretto; ewaguddu, quelli della palma buriti; arore, quelli del bruco; paive, quelli del riccio; apibore (senso dubbio). Man mano che si presentano, gli ordini per l'indomani vengono comunicati agli interessati, sempre con voce elevata per farsi udire fino alle capanne più lontane. A quell'ora, del resto, esse sono vuote o quasi. (p. 199)
  • I nambikwara dormono in terra e nudi. Poiché le notti della stagione secca sono fredde, si scaldano stringendosi gli uni contro gli altri, o si avvicinano ai fuochi da campo che vanno spegnendosi, tanto che all'alba si svegliano avvoltolati nelle ceneri ancora tiepide del focolare. (p. 231)
  • Per quanto facili fossero i nambikwara – indifferenti alla presenza dell'etnografo, al suo taccuino e alla macchina fotografica – il lavoro risultava molto complicato da ragioni linguistiche. Anzitutto, l'uso dei nomi propri è loro interdetto; per identificare le persone si doveva seguire l'uso della gente della linea telegrafica, cioè convenire con gli indigeni nomi provvisori con i quali designarli. (p. 232)
  • La prima bambina era venuta, per vendetta, a dirmi il nome della sua nemica, e quando questa se ne accorse, comunicò il nome dell'altra, come rappresaglia. Da quel momento fu molto facile, sebbene poco scrupoloso, eccitare i bambini uno contro l'altro, e sapere così tutti i loro nomi. Dopo di che, creatasi una piccola complicità, mi diedero senza troppe difficoltà il nome degli adulti. Quando questi compresero i nostri conciliaboli, i bambini furono sgridati e la fonte delle mie informazioni si esaurì. (p. 232)
  • Il mondo è cominciato senza l'uomo e finirà senza di lui.[12]

Citazioni su Claude Lévi-Strauss

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  • L'antropologo francese Claude Lévy-Strauss, nel suo libro Lo sguardo da lontano, ha consacrato pagine memorabili al tema del razzismo, spiegando la differenza fondamentale che esiste tra xenofobia e legittima necessità, per chiunque, di proteggersi. Un conto è voler salvaguardare i propri cari, le proprie abitudini, le proprie credenze e, perché no, il proprio lavoro. Altro conto è emarginare, combattere, discriminare, offendere e ferire qualcuno per il colore della pelle o per le origini, ossia per ciò che lo caratterizza in quanto essere umano. (Michela Marzano)
  • La sua squisita cortesia piena di precauzioni copriva un disprezzo siderale per la terra intera. (Pierre Nora)
  • Lévi-Strauss non è certo il primo, né il solo a sottolineare il carattere strutturale dei fenomeni sociali, ma la sua originalità sta nel prenderlo sul serio e nel trarne imperturbabilmente tutte le conseguenze. (Jean Pouillon)
  1. Da Il crudo e il cotto, traduzione di A. Bonomi, Il Saggiatore, 2008, p. 249. ISBN 8856500310
  2. Da Antropologia strutturale, traduzione di Paolo Caruso, Il Saggiatore, Milano, 2015. ISBN 9788842821564
  3. Da L'origine delle buone maniere a tavola, p. 457.
  4. Da La vita familiare e sociale degli Indiani Nambikwara.
  5. a b Da Razza e Storia. Razza e cultura.
  6. Da Le strutture elementari della parentela, traduzione di Alberto M. Cirese e Liliana Serafini, Feltrinelli, Milano, 1976, p. 67.
  7. Dall'introduzione a Il crudo e il cotto.
  8. Da Razza e storia e altri studi di antropologia.
  9. Citato in Marcello Veneziani, Alla luce del mito, Marsilio editori, 2017, pp. 63-64. ISBN 978-88-317-2639-9
  10. Da Il crudo e il cotto, traduzione di A. Bonomi, Il Saggiatore, 2008, p. 32. ISBN 8856500310
  11. Da La leçon de sagesse des vaches folles, 2001; citato in Matthieu Ricard, Sei un animale!, traduzione di Sergio Orrao, Sperling & Kupfer, Milano, 2016, p. 77. ISBN 978-88-200-6028-2
  12. Da Tristi Tropici, traduzione di Bianca Garufi, Il Saggiatore, Milano, 2013. ISBN 9788865763407

Bibliografia

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  • Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale due, traduzione di Sergio Moravia, Il Saggiatore, Milano, 1978.
  • Claude Lévi-Strauss intervistato da Didier Eribon, Da vicino e da lontano, traduzione di Massimo Cellerino, Rizzoli, Milano, 1988.
  • Claude Lévi-Strauss, Dal miele alle ceneri (Mythologiques: Du miel aux cendres, 1970), traduzione di Andrea Bonomi, Il Saggiatore, 2008. ISBN 8856500965
  • Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto (Mythologiques, 1964), traduzione di A. Bonomi, Il Saggiatore, 1966; Net, 2004.
  • Claude Lévi-Strauss, L'origine delle buone maniere a tavola, traduzione di M. Di Meglio, Il Saggiatore, Milano, 2010.
  • Claude Lévi-Strauss, Razza e storia e altri studi di antropologia, a cura di Paolo Caruso, Einaudi, Torino, 1967.
  • Claude Lévi-Strauss, Razza e storia­. Razza e cultura, a cura di Marcello Massenzio, Einaudi, 2002. ISBN 8806128841
  • Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici, traduzione di Bianca Garufi, Il Saggiatore, Milano, 2008. ISBN 978-884281545-7

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