Atto Vannucci

storico, patriota e politico italiano

Atto Vannucci (1810 – 1883), storico, patriota e politico italiano.

Atto Vannucci in un busto del Pincio di Roma

Citazioni di Atto VannucciModifica

  • Padrone della forza e caro a Tiberio, che pubblicamente lo chiamava compagno di sue fatiche, [Seiano] poté tutto ciò che volle. Lo corteggiavano consoli, senatori, proconsoli, e ogni ambizioso di onori: tutti ricorrevano a lui per grazie ed ufficii: in sua casa si apparecchiavano le cose da trattare in senato. A lui poste statue nei teatri e nel foro: le sue immagini venerate tra le insegne delle legioni.[1]

I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848Modifica

IncipitModifica

I frutti della libertà, di cui ora godiamo, furono coltivati sul nostro suolo con lunghi e mortali dolori. Non havvi quasi paese straniero che non fosse pieno dei nostri esilii, che non vedesse Italiani accorrenti a combattere pei diritti dei popoli. In Italia non vi è carcere non santificato dai patimenti degli uomini più generosi; non vi è palmo di terreno non bagnato dal sangue dei Martiri della libertà. Il martirio fu perpetuo tra noi: i padri lo lasciarono ai figli, i quali accettarono arditamente l'eredità, e la tramandarono alle generazioni novelle. I nostri in ogni tempo protestarono, morendo, contro la tirannide che opprimeva la patria, e spirarono fermamente credendo che il loro sangue sarebbe fecondo di libera vita ai futuri.

CitazioniModifica

  • Il re e la regina di Napoli per odio insensato alle idee di libertà tormentavano e scannavano i sudditi, e per odio furibondo alla Repubblica rovinarono e perderono il Regno.
    Nell'anno 1798 quando i Francesi si furono impadroniti di Roma, la fama della Repubblica inaugurata sul Campidoglio venne più tremenda che mai a disturbare i sonni di Ferdinando Borbone, e di Carolina austriaca. Spartaco era davvero alle porte. (vol. I, cap. III, p. 23)
  • [...] a tutti costoro [i preti, i frati, i vescovi e gli altri amici del dispotismo] fu anima e capo il cardinale Fabrizio Ruffo, uomo che lasciò di sé fama scelleratissima nella storia di quei miseri tempi. Educato in corte di Roma, ove Pio VI gli dié l'ufficio di tesoriere, menò vita scandalosissima, consumando in amori le rendite della chiesa. (vol. I, cap. IV, p. 33)
  • Caduto in disgrazia, e ritiratosi a Napoli, [Fabrizio Ruffo] ottenne dal re l'intendenza della casa regale di Caserta, e nei tristi tempi che allora correvano fu con le sue scaltrezze scellerato strumento di dispotismo. Spiava i fatti e i detti di tutte le persone sospette, e ne informava la regina, la quale lo premiò, come usava con le altre persone di merito, e lo fece cavaliere di san Gennaro. (vol. I, cap. IV, p. 33)
  • Appena ristabilito il dispotismo [con la fine della repubblica e il ritorno di re Ferdinando], essa [Luisa Sanfelice] fu rinchiusa in un orrido carcere, e per la legge che diceva rei di morte tutti coloro che in modo decisivo avessero dimostrata la loro empietà verso la sedicente Repubblica, fu condannata a morire. A questo terribile annunzio, ella disse di esser gravida; e trovato ciò vero, fu sospeso il supplizio. Il re ne mosse aspro rimprovero ai giudici dicendo essere la gravidanza una favola inventata per sottrarsi alla pena. A malgrado di un nuovo esame che dette ai medici la certezza del fatto, il re non contento ordinò che la sventurata fosse condotta in Sicilia per essere visitata dai medici della corte. Anche questi accertarono la gravidanza; e la Sanfelice fu chiusa in prigione a Palermo per aspettare il parto, e dopo quello salire al patibolo.
    E il tristo momento giunse alla fine: ella partorì, e non valsero neppure le preghiere della reale famiglia a piegare l'animo feroce del re a favore della misera donna. (vol. I, cap. XX, pp. 165-166)
  • Queste [dopo aver descritto l'ostinato rifiuto di concedere la grazia a Luisa Sanfelice] sono le opere scellerate dal fedifrago Ferdinando Borbone, maledetto da migliaia di vittime, figurato sotto le sembianze di Minerva da Antonio Canova, posto dall'astronomo Piazzi nel cielo, e al dire di una medaglia di bronzo, restituito per la divina Provvidenza nel Regno, nel quale lo vedremo in appresso tradire le promesse giurate sui santi Evangeli, e ferocemente flagellare gli uomini della generazione novella, i figliuoli dei vecchi uccisi per aver fidato nella santità dei trattati. (vol. I, cap. XX, p. 167)

NoteModifica

  1. Da Storia dell'Italia antica, Felice Le Monnier, Firenze, 18642, vol. IV, libro VII, cap. II, pp. 180-181.

BibliografiaModifica

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