Arnaldo Momigliano

storico dell'antichità italiano (1908-1987)

Arnaldo Dante Aronne Momigliano (1908 – 1987), storico italiano.

Il cristianesimo e la decadenza dell'Impero romano

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  • Possiamo forse cominciare con una buona notizia: in quest'anno di grazia 1959 è ancora possibile considerare verità storica il fatto che l'Impero romano declinò e cadde. Nessuno, a tutt'oggi, è disposto a negare la scomparsa dell'Impero romano. Ma qui comincia il disaccordo degli storici: quando si domanda perché l'Impero romano sia caduto, si ottiene una sconcertante varietà di risposte. Tanto più perché c'è la tendenza a identificare gli inizi del Medioevo con la fine dell'Impero romano: tendenza che sarebbe stata ragione di non poca sorpresa per gli uomini del Medioevo, i quali credevano fermamente nella continuità dell'Impero romano. (I, p. 5)
  • Si è ora riconosciuta l'enorme vitalità dell'Impero bizantino e si è dimostrato che gran parte della sua tradizione culturale e politica è di origine greca o romana. Mentre i vecchi bizantinisti – come Charles Diehl[1] – ponevano l'accento sul carattere orientale della civiltà bizantina, una scuola di pensiero più moderna ha sostenuto, per dirla con N. H. Baynes[2], che l'Impero bizantino fu il prodotto della fusione della tradizione ellenistica con quella romana. (I, p. 8)
  • [...] si può dire che nessuna interpretazione della decadenza dell'Impero romano può essere considerata soddisfacente, se non tiene conto anche del trionfo del cristianesimo. (I, p. 9)
  • Dove vi è un eremita, vi è anche il diavolo. Nella tarda antichità il diavolo era una realtà potente e l'eremita era ossessionato dal diavolo e deciso a combatterlo. Il diavolo perseguitava l'eremita, ma l'eremita credeva di avere le armi necessarie per contrattaccare. Sant'Antonio era l'eremita modello e la sua biografia scritta da sant'Atanasio divenne un modello per tutte le vite dei santi: pochi libri, in qualsiasi tempo, hanno esercitato un'influenza cosi potente. (III, pp. 14-15)
  • Gli eremiti [...] erano una minaccia per una società cristiana organizzata. Ognuno di loro organizzava la propria vita secondo principi personali, sfidando l'autorità dei vescovi e sostenendo di essere la personificazione del perfetto cristiano. Mentre il cristianesimo ufficiale era tutto teso a organizzare il mondo e a raggiungere un compromesso costruttivo con le ambizioni mondane, gli eremiti esprimevano disprezzo per il mondo. (III, p. 15)
  • Il monachesimo è l'esempio più ovvio di come il cristianesimo costruì qualcosa di propriamente suo, contribuendo a scalzare la struttura militare e politica dell'Impero romano. (IV, p. 16)
  • Il pagano colto era per definizione terrorizzato dai barbari. Non vi era nessun compromesso possibile tra gli ideali aristocratici di un pagano e la violenza primitiva di un invasore germanico. In teoria era possibile idealizzare i barbari: il primitivismo ha sempre avuto i suoi seguaci. Oppure era possibile redimere pochi barbari scelti con una adeguata istruzione e insegnando loro la filosofia. Non vi erano obiezioni di ordine razziale contro i barbari. Ma il barbaro comune, in quanto tale, era solo un incubo per il pagano colto. (IV, p. 17)
  • La superiorità del cristianesimo sul paganesimo, dal punto di vista del dinamismo e dell'efficienza, era già chiara nel secolo IV. I cristiani si adattavano meglio alla nuova situazione sociale e politica e potevano trattare più efficacemente con i barbari. Un'analisi più accurata dei rapporti tra pagani e cristiani in quel secolo è pertanto il presupposto necessario di ogni nuovo studio sulla decadenza dell'Impero romano. (IV, pp. 18-19)
  1. Michel-Charles Diehl (1859-1944), bizantinista francese.
  2. Norman Hepburn Baynes (1877–1961), bizantinista britannico.

Bibliografia

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  • Arnaldo Momigliano, Il cristianesimo e la decadenza dell'Impero romano, in AA.VV., Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV (The conflict between Paganism and Christianity in the fourth century), Saggi a cura di Arnaldo Momigliano, traduzione di Anna Davies Morpurgo, Giulio Einaudi editore, Torino, 1968, pp. 5-19.

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