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Antonio Delfini

scrittore, poeta e giornalista italiano

Citazioni di Antonio DelfiniModifica

  • Il pensiero è profezia e ricordo. La vita è avvenire e passato. La vita non è mai presente. Il presente non è mai. (Da Diari, 1927-1961)
  • Noi vogliamo cambiare il mondo, o cambiare il suo posto. (Da Note di uno sconosciuto, Marka, 1990)
  • Sono stato promosso servo della gleba (questo è il progresso). (Da Diari, 1927-1961)

Il ricordo della BascaModifica

IncipitModifica

Se avessi avuto altri amici, o non li avessi avuti affatto, sarei diventato un grande narratore, prima della caduta del fascismo; e dopo lo sarei rimasto. Ma è più probabile che che se non avessi avuto gli amici che ho avuto, io non avrei mai scritto un racconto o un quasi racconto. Molto più bello, più intelligente, più ricco e più aristocratico degli amici che ho avuto, mi sono trovato davanti alla barriera terribile e armata dei loro difetti, vizi e capricci: gelosia, narcisismo e sfrenata (ma sorda) ambizione. Né geloso, né ambizioso, e tanto meno narciso, fortunato negli attributi fisici, morali ed economici, mi sono scoperto (ma troppo tardi) un difetto (che i miei più intimi dicevano una virtù scambiandola per bontà): una mitezza eccessiva nata dal desiderio di non soffrire mai o il meno possibile, si è convertita nel tempo in pigra contemplazione e in una sorda velleitaria rivalsa che non è mai sfociata in una conclusiva spiccata vendetta.

CitazioniModifica

  • (Fra parentesi dichiaro il mio odio per tutti coloro che per Roma o da Roma hanno voluto, contro di me e contro molti altri italiani, gettare il seme dell'avvilimento sul mio – sul nostro – sentimento orgoglioso di non essere nati a Roma, di non vivere a Roma, e sulla mia – nostra – impressione che a Roma, e soltanto a Roma, si trovi quella data forma di vita che gli avvilitori di questo secolo chiamano provincia e provincialismo). (Da Introduzione, pp. 71-92)
  • Poi ricordando che la ballerina viennese mi aveva detto che dopo Modena, sarebbe andata a Bologna, e quindi a Ferrara, risolsi una sera di andare in questa città. Presi la strada di Finale (una strada allora pessima). All'altezza di Medolla la mia macchina venne presa a sassate da un gruppo di giovani fascisti. Erano quelli i tempi delle sanzioni economiche, e i fasci di campagna avevano incaricato avanguardisti, e forse anche balilla, di dimostrare contro le automobili che si fossero azzardate a circolare comunque. Queste automobili, secondo la propaganda, sprecavano la benzina necessaria alla conquista dell'Impero. Dichiaro che anch'io avevo (per altre ragioni sentimentali) antipatia per le automobili, così che quelle sassate mi rallegrarono, e anzi mi ispirarono un po' di invidia verso quei ragazzi: avrei voluto essere uno di loro. Anche oggi tirerei volentieri sassate contro le macchine. (Da Introduzione, pp. 79-80)
  • Andavo a Bologna sulla traccia di giornate stendhaliane e mi perdevo, col cuore stretto come una nocciola sensibile nel suo guscio, negli itinerari di Dino Campana. Se fossi stato un poeta invece di essere un borghese sulla via della delusione, sarebbe stato quello il momento di scrivere delle poesie. Partivo da Firenze circa mezzogiorno e un'ora dopo ero a Bologna. Giravo tutte le strade e quando non ne potevo più dalla stanchezza, andavo alla stazione e prendevo il primo treno per Firenze: ciò accadeva anche alle due, alle tre del mattino. La stranezza era questa: che stando a Firenze, ignorai Firenze e conobbi Bologna. (Da Introduzione, pp. 93-94)
  • Essa trasse un lungo sospiro e si alzò lentamente in piedi. Grossa e pesante, con una larga e lunga sottana grigia a strisce nere, ed una camicetta scura tutta lavorata che odorava di armadio chiuso coi biscotti dimenticati dentro. (Da La modista, p. 123)
  • Intanto un organetto di Barberia, il cui suono mi giungeva dal cortile di una casa di via Campanoni, faceva cambiar corso alle mie fantasticherie. Guardando dentro la libreria mi ero accorto che la ragazza non c'era più. (Da Un anno dopo, p. 214)
  • Per me poi, ogni incontro di donna è come trovarmi improvvisamente davanti a un abisso, e con gli occhi bendati. (Da Un anno dopo, p. 215)

Piccolo libro densoModifica

  • Bisogna, in umanità, usare di tutti quei mezzi che liberino e consolino al massimo le anime coscienti povere o ricche che siano.
  • La luna è come la libertà: sta in cielo e in fondo al pozzo.
  • Perché non ci hanno dato una vita diversa da quella che viviamo?
  • Quel che si dovrà fare, sarà di non vergognarci di sentimenti troppo grandi.
  • Se non ci fossero le sofferenze degli altri a farci ridere, non rideremmo mai.
  • Uno scrittore è sempre qualcuno, per me, che ha fallito a qualche altra cosa nella vita.

Poesie della fine del mondoModifica

  • Per l'armonia della vostra figura, | Italia, mia patria assassinata, | sgozzerò tutte le donne del mondo | in un grande campo di grano.
  • Perché Tu non ascolti, o Signore? | Vorrei tu mi armassi la mano | per incendiare il piano padano.
  • Si dice che si mangia così bene in casa tua: | non sai tirar la pasta non sai pigiare l'uà.

BibliografiaModifica

  • Antonio Delfini, Diari, 1927-1961, a cura di Giovanna Delfini e Natalia Ginzburg, Einaudi, 1982.
  • Antonio Delfini, Il ricordo della Basca, Nistri - Lischi, Pisa, 1956.
  • Antonio Delfini, Piccolo libro denso, in Gino Ruozzi, Scrittori italiani di aforismi, Arnoldo Mondadori Editore.
  • Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo, Feltrinelli, 1961.

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