Amilcare Cipriani

patriota e anarchico italiano
Amilcare Cipriani

Amilcare Cipriani (1843 – 1918), patriota e anarchico italiano.

Citazioni di Amilcare CiprianiModifica

  • [su Giovanni Passannante] I regicidi non li uccidono, ma al contrario, prolungano la loro vita, perché sentano meglio la morte. Guardate Passannante ed Acciarito, entrambi pazzi. [...] Tutti coloro che hanno fatto vivere Passannante sono stati promossi di grado e decorati, perché certi grand'uomini hanno bisogno, per vivere, delle sofferenze degli eroi che li fanno tremare. (Morte misteriosa, «Le petite République», Parigi, citato in Giuseppe Galzerano, Giovanni Passannante, Galzerano, 2004, p. 663)

Bresci e Savoia. Il regicidioModifica

IncipitModifica

I miei nemici, dopo aver esaurito contro di me il loro dizionario di ingiurie vili e di lordure, per aver detto che la morte di re Umberto non mi aveva né sorpreso né afflitto, aggiungono che la mia uscita dal bagno la devo alla sua bontà.
Menzogna.
Al bagno vi fui inviato nel nome del re e ne uscii per volontà di popolo, sopratutto dei due collegi elettorali di Forlj e Ravenna, ove fui eletto deputato nove volte come protesta contro la mia condanna ingiusta ed infame.
Fu l'opinione pubblica che forzò il re a firmare la mia grazia, grazia che disprezzai di domandare e che mi sarei creduto disonorato se l'avessi fatto.
Al vostro re e a voi non devo nulla, non ho mai nulla domandato. Mentre che quelli fra voi che hanno reso qualche servizio al paese si sono affrettati di presentare la nota da pagare: e quale nota!

CitazioniModifica

  • Dalla folla immensa di vittime della miseria e dei massacri della Lunigiana, di Sicilia e di Lombardia è sorto un vendicatore: Bresci. (p. 12)
  • Dicono che la moglie di Umberto piange; essa è stata colpita nel suo cuore di sposa. Che stia all'erta di non essere colpita in quello di madre, perché le madri e le spose dei proletarii italiani è molto tempo che piangono, e delle loro lagrime nessuno si preoccupa, nessuno vi porge attenzione, nessuno vi ha mai pensato. (p. 13)
  • Fra i più entusiasti ammiratori dell'atto di Bresci si trova il parroco di San Sebastiano a Roma ed altri piissimi ministri del Signore.
    L'attentato è considerato come una sentenza della giustizia divina e vedono in Bresci l'esecutore di un disegno provvidenziale. Essi proclamano che avendo usurpato il potere temporale del papa, la monarchia ha meritato i peggiori castighi, e che cadendo sotto le revolverate di Bresci, Umberto subì una giusta espiazione dei delitti di leso papato dei quali era solidale. (pp. 20-21)
  • Povero Bresci![1] Ho paura per lui. Il giornalismo rettile dice che non è più calmo. Egli grida, la camicia di forza, le catene alle mani e ai piedi lo irritano.
    È troppo presto!
    Egli è robusto, sanguigno e giovane; se la testa non è d'acciaio soccomberà ai supplizi che la vigliaccheria dei carcerieri gli riserva.
    Impazzirà. I pazzi hanno vita lunga; egli può vivere trent'anni: quale lunga agonia! È meglio mille volte la ghigliottina. Ma da qui a trent'anni non vi saranno più re in Italia: le loro statue saranno atterrate e al loro posto vi saranno innalzate quelle dei regicidi. (p. 28)
  • No, Umberto non ha mai perdonato a nessuno e quando graziò qualcuno, lo fece perché il popolo ve lo forzò. Passannante, verso il quale non gli sarebbe costato nulla, essere buono, lo lasciò impazzire e sono 22 anni che langue nelle celle. (p. 30)

NoteModifica

  1. Recluso in carcere, dopo la condanna all'ergastolo.

BibliografiaModifica

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