Alberto Franceschini

terrorista e brigatista italiano

Alberto Franceschini (1947 – vivente), ex terrorista italiano.

Alberto Franceschini

Citazioni di Alberto Franceschini

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  • [Sulle Brigate rosse] Non c'era nessuno dietro di noi, almeno fino a quando io ho fatto parte dell'organizzazione. Di certo le nostre azioni facevano comodo a qualcuno. In quegli anni erano in molti a vedere con favore un'escalation di violenza in Italia.[1]

Intervista di Massimiliano Vitelli, Lesenfantsterribles.org, 27 settembre 2007.

  • L'ideologia delle Brigate Rosse ha una sua storia. [...] Posso dire che questo tipo di cultura, che viene dalla resistenza, dalla lotta armata contro il fascismo ed il nazismo, per certi aspetti si pensava non dovesse terminare come in effetti è terminata. Probabilmente non si sarebbe trasformata in attività pratica se non ci fosse stata la rottura storica rappresentata dal sessantotto, sessantanove. Quegli anni erano anni che hanno rimesso in discussione qualunque cosa.
  • Il fine giustificava i mezzi. Adesso sono assolutamente convinto invece che i mezzi sono i fini. Non puoi separare una certa finalità da un certo mezzo. Se tu pensi che il mondo, il mondo del futuro deve essere un posto di pace non puoi tentare di realizzarlo usando strumenti di guerra.
  • Certamente c'è stato anche un conflitto generazionale che però è un conflitto caratteristico di quegli anni. Una delle chiavi di lettura del sessantotto è anche questo. La rivolta dei figli contro i padri.
  • [Sull'attività iniziale delle Brigate Rosse] Potrà apparire anche strano ora, l'inizio per noi è stato abbastanza ludico, uso questa parola. Un inizio dove non ci sono fatti di sangue.
  • [Sull'evoluzione delle Brigate Rosse] L'elemento di gratificazione era forte perché altrimenti avremmo lasciato stare subito. Ad esempio, durante il sequestro del magistrato Sossi la televisione parlava non tanto di noi come persone ma dei fatti che noi compivamo. Chiaramente questo tipo di dimensione è indubbio che ci gratificasse, nel senso che ci faceva ritenere allo stesso livello, alla stessa altezza, di chi comandava il Paese. Eravamo il "contro potere".
  • [Sul Caso Moro] Probabilmente se lo Stato avesse liberato qualcuno, qualcuno che era malato, non posso oggi garantire che questo avrebbe potuto salvare Moro, ma certamente avrebbe messo in grave difficoltà chi gestiva il caso. Era questa infatti, secondo me, l'unica possibilità che avrebbe potuto salvare la vita di Aldo Moro.
  • [Sulle implicazioni nel Caso Moro] Di zone d'ombra ce ne sono tantissime. Sono state fatte diverse commissioni parlamentari, ed anche in queste, ci sono zone d'ombra. Appaiono delle inadempienze dello Stato che sono gravissime ed è impossibile accettare che ci fosse uno Stato così inefficiente. Questo porta a pensare che più che di inefficienza dello Stato, c’era un'inefficienza "voluta" e come tale, di fatto, una complicità.
  • Noi ritenevamo che la destra fosse strettamente legata a doppio filo a settori dello Stato, del potere. Il famoso discorso della strategia del colpo di Stato. In particolare questi gruppi, Ordine Nero, Ordine Nuovo, erano assolutamente funzionali a questo progetto. Al progetto delle forze armate in particolare che cercavano una soluzione, come si diceva allora, alla greca o alla cilena della crisi italiana.
  • [Sul rapporto tra Partito comunista italiano e Brigate Rosse] Era un rapporto conflittuale perché una parte del P.C., minoritaria, in qualche modo ci era vicina mentre la parte maggioritaria, quella che noi chiamavamo berlingueriana, non voleva modificare più di tanto lo Stato. Quello Stato, e le sue regole democratiche gli andavano bene.

Dalla deposizione alla Commissione d'inchiesta sul Caso Moro

citato in Alberto Custodero, Caso Moro, l'ex br Franceschini: "Moretti una spia? Riduttivo, si sentiva Lenin", Repubblica.it, 27 ottobre 2016.

  • Spia? Una definizione troppo riduttiva per Mario Moretti. Io sono convinto che abbia giocato le sue carte in un certo modo, c'è un livello psicologico da tenere presente, lui crede di essere Lenin, lui era per alcuni compromessi su cui io non ero d'accordo.
  • I dietrologismi non mi interessano, io faccio una critica politica a Moretti, deve ancora giustificare il fatto che ha distrutto un'ipotesi politica, in base a una linea politica sballata.
  • [Sul Caso Moro] Noi eravamo per la trattativa, Renato per tenersi fuori, ma sapevamo che se ammazzavano Moro avrebbero ucciso anche noi in carcere, per questo ruotavamo in cella con Curcio, poiché per noi era il primo che avrebbe fatto quella fine.
  • [Sul Caso Moro] Noi volevamo la chiusura dell'Asinara, come punto di partenza per trattare la liberazione. Volevamo lo stesso schema del sequestro Sossi, che per noi era stata una vittoria politica.
  • A via Fani erano in nove, come dice Morucci, di cui 4 sparatori, affrontarono una scorta che non credo fosse incapace di difendere Moro. Allora ci si domanda come hanno fatto? I compagni mi dissero "l'abbiamo fatta noi, addestrandoci nel cortile di casa".
  1. Citato in Gianluca Ferraris, Il carabiniere e il brigatista, Panorama.it, 23 settembre 2014.

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