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Virginio Gayda

giornalista e saggista italiano

Citazioni di Virginio GaydaModifica

Da Il massacro armeno

La Stampa, 28 aprile 1916

  • [Sul genocidio armeno] Ritorna la questione armena. La si era dimenticata. Nella tempesta della guerra europea era scomparso il martirio di questo piccolo popolo cristiano d'Asia, ai confini dell'Europa, che custodisce tra i mussulmani kurdi e persiani qualche cosa della civiltà europea e del suo spirito.
  • Un popolo è stato massacrato. Aspettava silenziosamente la sua libertà ed è tragicamente caduto, sentendola già venire, troppo tardi. Nulla, nella storia e nelle carneficine della guerra d'Europa, supera questo massacro armeno, su cui solo ora si fa un po' di luce, con i primi documenti che vengono.
  • I primi ordini son venuti direttamente da Enver Pascià. Per essi si doveva intimare alla gente armena il bando - termine di poche ore - e trasportarla immediatamente lontanissimo, in Arabia e in Mesopotamia, stabilendola in piccole colonie disperse fra i mussulmani, per farla innocua. L'ordine valeva non soltanto per gli armeni dei vilajet del confine russo, ma anche per quelli di Costantinopoli e di tutta la Turchia d'Europa. Doveva essere una violenta mai veduta migrazione di un popolo intero. Intervennero i soldati kurdi. Entrarono nelle case armene, le saccheggiavano, ne cacciarono, ne cacciarono la gente che fu messa così, di colpo, su una strada e mandata avanti a piedi, in colonna, sotto una scorta militare, verso non si sa dove. Da tutti i centri della Turchia d'Europa e d'Asia, dopo qualche giorno, cominciarono a sfilare queste tragiche colonne di deportati. Vecchi, donne, bambini cadevano lungo la strada; senza dar loro sepoltura, i soldati spingevano i superstiti avanti. Sempre a piedi. Ci furono compagnie che traversavano così centinaia di chilometri. E andavano a morire.

Il crollo russoModifica

IncipitModifica

Le riforme sono venute tardi e lentamente in Russia. È un segno consueto del vecchio regime l'immobilità di un sistema, che rimane immutato contro le vive realtà nuove del popolo che muove. Così si creano l'opposizione delle forze, l'urto, la rivoluzione. In Russia la servitù della gleba, che incatenava alla terra ventitré milioni di contadini, più di un terzo del popolo russo, è durata sino al 1861, quando già da generazioni la campagna e la società russa erano corse da una oscura inquietudine che minacciava la rivolta. Schiere di filosofi umanisti, educati sui testi francesi e tedeschi, intellettuali dei salotti aristocratici di Pietroburgo e di Mosca, signori della campagna passati per le università, con lo spirito acceso dall'idea progressista che avanzava in occidente, domandavano la riforma in nome del diritto dell'uomo.

CitazioniModifica

  • Insieme alla liberazione della servitù Alessandro II, nel gran movimento delle sue riforme, creò anche lo Zemstvo, l'organo amministrativo della campagna che prima mancava, dove con vario diritto di elezione per curie erano rappresentate tutte le classi sociali e si dovevano risolvere approssimativamente le stesse questioni locali che in Europa occupano i vari consigli comunali e provinciali. Era il primo tentativo di un sistema di rappresentazioni popolari e anche di decentramento amministrativo. (p. 35)
  • [Nicola II] Era semplice, forse buono, ma senza idee, stanco e timido. Pareva che sentisse la corona come un peso. Serbava per tutto una maschera di impassibilità che gli cadeva un attimo solo quando gli si parlava della famiglia o in chiesa. Dinanzi le iconi sacre, si prostrava devoto, segnandosi quattro o cinque volte con fervore e raccogliendosi tutto nella preghiera come un fedele ortodosso fanatico. Gli uomini lo turbavano: non sapendo guardarli in viso, diritto, i suoi occhi sfuggivano sempre inquieti gli altri occhi. (pp. 87-88)
  • Ecco la Russia alla vigilia della guerra europea:[1] grande e impalpabile. La mano del governo stringe materia liquida che sfugge. L'Impero esiste solo nei confini politici delle carte. L'immensità del paese non si traduce in peso definito perché non si condensa. Lo Zar, sopra tutti, ha il suo trono sull'illusione. (p. 99)
  • N. A. Maklakov, già governatore, viene chiamato a Pietroburgo come ministro dell'interno per presentare le sue mirabili attitudini a imitar la pantera per cui aveva gran fama. Spesso, anche dopo le adunanze politiche, lo si invitava alla scena: egli vestiva una pelle tigrata e compariva nei saloni, fra i dignitari e le dame sedute in cerchio, strisciando e balzando con urla selvaggie. (p. 101)
  • La burocrazia conserva: la polizia reprime: la chiesa educa lo spirito del buon cittadino. La repressione politica è uno dei còmpiti essenziali dello Stato. Per il sistema di leggi russe il cittadino è sottomesso al governo assoluto della polizia e della giustizia criminale Essi vegliano, riferiscono, colpiscono, paralizzano, tessono senza rumore a torno ogni cittadino una rete d'insidia, donde non deve uscire più. Il pernio di questa azione di controllo è nella Okrana[2], la polizia segreta. (p. 105)
  • Nicola II beveva vodka e cognac ed era un debole. L'imperatrice[3], dalla volontà forte, con idee fisse e lacune di isterica, lo dominava e teneva con l'intrigo dei suoi favoriti segretamente tutte le fila dell'impero. Il governo era l'affare di pochi alti e oscuri, il suo circolo. (pp. 132-133)
  • Rasputin era un semplice contadino. Beveva come tutti i contadini russi e non sapeva leggere. Un giorno, improvvisamente, sotto l'influenza di un predicatore siberiano si volge alla vita religiosa. Si istruisce grossolanamente nelle sacre scritture, visita qualche convento, si costruisce una dottrina sua e diviene predicatore. Presto ha fama. La sua teoria è: "Ho dentro di me una particella dello Spirito Santo, solo a traverso di me ci si può salvare. Per questo è necessario unirsi a me corpo ed anima". (p. 134)
  • Il leninismo è violento di parole, reciso nelle sue promesse, annuncia prossima più di ogni altro la liberazione e l'ascesa degli operai: riflette meglio lo stato inquieto di Mosca dove lo sfruttamento operaio della grande industria, che ignora ogni legge di protezione, è sanguinoso e l'esasperazione delle masse accesa dalla propaganda sale. (p. 176)
  • Il leninismo, nella sua prima forma, nonostante la sua teoria fredda meccanica a poche linee rigide, è una dottrina romantica che corrisponde all'età romantica del movimento operaio russo. (p. 176)
  • [...] il menscevismo, l'altra fazione socialista-democratica che fronteggia il bolscevismo, più libero da ogni elemento giacobino, più ispirato alla pratica occidentale, evoluzionista, fedele al principio organizzativo, sempre meglio accentuato dopo la sua scissione da Lenin, realistico, moderato nel suo programma, ha meno fascino fra gli operai, perché perde ogni punto di contatto con gli istinti della massa e si riduce ad una scuola di intellettuali che vedono giusto ma non sanno trovare le parole che toccano il cuore rude del popolo. (pp. 176-177)
  • Plehanov, chiamato il padre del marxismo russo, poi che per primo ha portato e sviluppato in Russia la dottrina marxista, cui è rimasto rigidamente fedele sino alla morte, persuaso della inflessibilità di sviluppo delle fasi sociali, contrario alle tendenze anarchiche del movimento russo e ai colpi di mano domandati da Lenin per la conquista del potere, scettico com'era sulla maturità del popolo a compiere la rivoluzione politica e sociale, rimane un solitario. Lo chiameranno più tardi anche nemico e traditore del popolo. (p. 177)
  • Le due figure centrali del tempo nuovo sono quelle di Lenin e di Trozki: unite nell'azione, assai dissimili per natura e per attitudini. Se Lenin rappresenta l'idealista fanatico, tipicamente russo, il dogmatico della rivoluzione, che lavorando in quella terribile realtà vivente e mutevole che è il popolo parte da un'idea astratta e vuole sovrapporla alla storia russa, senza preoccuparsi delle condizioni di tempo e di luogo, Trozki è il tipo netto del freddo calcolatore politico, non legato ad alcun pregiudizio di teoria, pronto a capir il momento e adattarvi mentalità, gesti e parole, opportunista, passionale, con una più prepotente parte di "io" da far valere. (p. 363)
  • Vi è in realtà nel popolo russo, pur con tanta sua ribellione di istinto economico, dell'indifferenza o forse solo della rassegnazione all'assolutismo del governo politico. Il popolo ha una tradizione storica di repressione politica. Dall'epoca tartara è vissuto sempre solo sotto un giogo, passando dal dominio dei Khan mussulmani a quello di Ivan il terribile e poi di Pietro il Grande, con la sua pesante e dura burocrazia nuova e poi di Biron, di Paolo I, di Arakceiev, fino a Nicola II. Non ha potuto mai sapere che fossero veramente la libertà e la legalità. (p. 390)

L'Austria di Francesco GiuseppeModifica

IncipitModifica

Quando alla fine del marzo 1911, il primo Parlamento austriaco del suffragio universale morì, per decreto imperiale, il critico politico imparziale rifece la storia dei suoi quattro anni di vita, ripensò alle speranza che s'erano illuminate alla sua aurora, ne misurò i risultati reali e concluse che esso ha tradito le più belle illusioni ed ha fatto un completo fallimento. Un gran sogno di pace nazionale e di rinnovazione sociale aveva accompagnato il suo nascere. Forse nessuna riforma politica in Austria, dopo la costituzione, aveva tanto agitato e mosso il popolo e i governanti, dalle strade alle silenziose sale severe della Corte e dei ministeri, come quella del suffragio universale.

CitazioniModifica

  • Veduto di lontano, il vecchio Impero degli Asburgo sembra veramente, ad ogni istante, sull'orlo del fallimento. Da per tutto ci sono minaccie e movimenti di battaglia. Gli ungheresi vogliono ancora liberarsi da Vienna; in Austria, i polacchi combattono per una completa autonomia; gli slavi meridionali, gli sloveni e i croati parlano di trialismo[4] e di un nuovo regno illirico: gli czechi non hanno dimenticato il loro antico regno di Boemia. La secolare monarchia tedesca è agitata da un tremito interiore di ribellione, che sembra preparare lo sfacelo. Chi parla – da lontano – del suo avvenire non ne nasconde una visione catastrofica. Grandi avvenimenti si maturano alla morte di Francesco Giuseppe: si dice. Il problema della nuova Austria, nell'opinione corrente, non è: come sarà? – ma semplicemente: riuscirà a sopravvivere? (Il dramma etnico dell'Impero, p. 44)
  • È vecchia consuetudine viennese che le stelle di primo rango non si accontentino della protezione di un semplice borghese, ma si ritengano riservate alla gente blasonata. L'imperatore [Francesco Giuseppe] conta fra le sue migliori e più intime amiche la signora Schratt, una vecchia attrice in riposo. I duchi e i principi vanno spesso a cercare moglie fra le quinte. (Nobiltà feudale, p. 205)

Incipit di L'Italia d'oltre confineModifica

C'è un problema che, scrutato nel fondo, compreso esattamente in tutti i suoi elementi, nel suo spirito e nella sua materialità, appare uno dei più vasti, urgenti e decisivi quesiti che attraversino gli interessi vivi dell'Italia e anche un poco dell'Europa. È il problema degli italiani d'Austria. Ma non se n'è parlato quasi mai. L'Austria ne ha imposto il divieto. La sua barriera politica ha tagliato gli sguardi che cercavano al di là ed ha chiuso in uno strano isolamento, che ha qualche cosa di innaturale e di tragico, la parte viva di un popolo, che serba anche oggi, in un contrasto storico, il cuore vasto come la sua nazione e pure deve comprimere il limite della sua vita, anche spirituale, in un breve lembo di terra che gli è ogni giorno insidiato.

NoteModifica

  1. Prima guerra mondiale (1914-1918).
  2. Ochrana o Okhrana, in russo: Охранаo, nome completo Ochrannoe otdelenie, ovvero "Sezione di sicurezza".
  3. Aleksandra Fëdorovna Romanova.
  4. Auspicata evoluzione del dualismo della monarchia austro-ungarica.

BibliografiaModifica

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