Victor Lebrun

scrittore e attivista francese

Victor Lebrun (1882 – 1979), attivista e scrittore francese, segretario di Lev Tolstoj.

Devoto a Tolstoj

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  • Cominciai a leggere [Della vita] e il mio stupore non ebbe più limiti. L'autore parlava di cose che la gente passa accuratamente sotto silenzio, era semplice, era di una importanza essenziale, era grave come la vita, come l'espressione del volto di mio padre sul letto di morte. (p. 17)
  • Il destino comune a tutti i fondatori di sette o di scuole filosofiche non ha risparmiato il grande Tolstoj.
    I suoi discepoli appartengono a tre categorie: gli uni si occupano del loro perfezionamento morale interiore e hanno l'aria di disprezzare ogni attività politica.
    Sono questi gli adoratori della lettera della legge.
    Gli altri abbandonano i sentieri battuti della vita, la loro posizione privilegiata, rinunciano alla loro fortuna, scendono in basso nella piramide sociale e guadagnano la vita col lavoro fisico. Sono i volontari del fronte del lavoro del genere umano.
    Infine gli ultimi, senza abbandonare le loro conoscenze speciali, mettono proprio queste al servizio delle masse popolari. Sono essi i servitori del popolo.
    Gli adepti della prima categoria "i puri masticatori della lettera", sono rari nell'ambiente del Maestro. Oltre al perfezionamento personale e interiore, quasi tutti si incaricano di copiare, pubblicare e far leggere gli scritti proibiti. È questa un'attività utile per gli altri.
    La seconda categoria ha prodotto molte felici e potenti comunità agricole, coltivatori eccellenti e illuminati in Russia, in America e altrove.
    La terza infine dà ai popoli dei servitori e degli amici capacissimi, di una completa devozione e di un assoluto disinteresse.
    Tale era il dottor Duscian Makovitzkij, amava i poveri e li curava con devozione, senza posa e quasi sempre gratuitamente. (pp. 56-57)
  • Come nulla si perde nel mondo fisico, altrettanto avviene nel mondo morale e là, dove cova una scintilla, il minimo soffio basta spesso per avvivare la fiamma. Migliaia e migliaia di cuori, come il mio, furono commossi e confortati dal potente sforzo morale e intellettuale di Leone Tolstoj. (p. 64)
  • Una mattina, nell'attraversare il salottino per recarsi nel suo studio, mi prese per il braccio e mi interrogò con voce quasi severa:
    — Voi pregate?
    — Raramente — Rispondo cosí per non dire brutalmente di no. Allora Tolstoj si sedette davanti alla tavola e, fissando le carte senza vederle, continuò con voce pensosa:
    — Ogni volta che penso alla preghiera, mi torna alla mente un incidente, accaduto tanto tempo fa, prima ancora del mio matrimonio. Qui, nel villaggio, conoscevo una donna, una donna malvagia e disonesta (e a un tratto si lasciò sfuggire un forte sospiro quasi isterico, che bruscamente interruppe).
    — Ho trascorso male la mia esistenza... Lo sapete?...
    — Con un cenno del capo cercai di tranquillizzarlo e di esortarlo a continuare.
    — Costei organizzava per me degli incontri con donne simili a lei, ed ecco che una volta, in una notte profonda e tenebrosa, traversai il villaggio e gettai un'occhiata nel suo vicolo [...].
    «Tutto era deserto intorno, non il minimo rumore, non una luce nel villaggio. Solo in basso, dalla sua finestra, traspariva un fascio di luce.
    «Mi avvicinai allora a quella finestra, tutto era calmo e non c'era nessuno nella piccola isba. La lampada ardeva dinanzi alle immagini sacre e lei, completamente sola, in piedi, si faceva il segno della croce e pregava, pregava inginocchiandosi poi, prosternandosi fino a terra, si rialzava e pregava ancora e si prosternava di nuovo.
    «Restai a lungo nell'oscurità a osservarla. Aveva molti peccati sulla coscienza... Lo sapevo, ma come pregava!
    «Quella sera non ho voluto disturbarla.
    «Ma per che cosa poteva pregare con tale fervore?» disse pensieroso [...]. (pp. 98-99)
  • Nei primi tempi, ogni volta che ponevo una domanda, una luce di divertito stupore si accendeva nei suoi occhi grigi che avevano un riflesso inesprimibile di spirito, di finezza e di bontà. Poi seguiva la risposta.
    — È curioso vedere quanto spesso gli uomini non comprendano le cose più semplici.
    — Io mi spiego questo fenomeno così — rispose il Maestro. — Hanno il loro recipiente pieno o è adagiato su un lato, oppure ha il fondo all'aria, di modo che è impossibile versarvi alcunché; in simili casi la cosa migliore è allontanarsi.
    — Leone Nicolaevič, che cos'è la follia? — Posi la domanda a bruciapelo, senza nessuna introduzione. La piccola luce di stupore malizioso divenne più forte del solito.
    — Io, io ce l'ho... la spiegazione... la mia... — Sottolineò «io ce l'ho» e «la mia», poi si fermò. Accompagnate dal piccolo fuoco aggressivo degli occhi scintillanti, le sue interiezioni erano piene di senso [...]. Sottolineava «mia» e ciò significava: «Come sempre sono in opposizione con l'opinione generale, ma questo è il risultato della mia analisi.» [...] seguì la risposta:
    — È l'egoismo. La concentrazione dell'attenzione su se stessi e poi su un'idea qualsiasi. (pp. 109-110)
  • Una volta, dopo il tè della sera Tolstoj, che si sentiva male, mi chiamò in camera sua. Alloggiava allora in basso [...].
    — Che cosa vi preoccupa, ora? A che pensate? — mi domandò, sdraiandosi sul grande divano coperto di tela cerata nera e comprimendosi il fegato malato con la mano passata sotto la cintura.
    — A Dio. Cerco di chiarire in me questo concetto.
    — In casi simili, mi ricordo sempre della definizione di Matthew Arnold. Ve ne ricordate? «Dio è la cosa eterna, posta al di fuori di noi, che ci conduce e che esige da noi la santità.» Aveva studiato i libri del Vecchio Testamento, e, per quell'epoca, la definizione era sufficiente. Ma, dopo Cristo, bisogna aggiungere che, al contempo, Dio è l'amore.
    «Ognuno di noi possiede la propria rappresentazione di Dio. Per i materialisti Dio è la materia, benché ciò sia completamente erroneo; per Kant, è una cosa, per una contadina illetterata è un'altra.» Egli continuava così rispondendo al più completo disappunto che si dipingeva sul mio volto.
    — Ma che cos'è questa nozione, se differisce in ciascun individuo? Tutte le altre nozioni sono forse le stesse per tutti!
    — Perché? Esiste una moltitudine d'oggetti che gli uomini si rappresentano in modo nettamente diverso.
    — Per esempio?
    — Ce ne sono quanti ne volete... Ecco, per esempio... prendiamo non foss'altro l'aria: per un fanciullo non esiste; un adulto la conosce, come poter dire ciò?, diciamo che col senso del tatto egli l'aspira; ma per un chimico è tutt'altro.
    Il Maestro parlava con voce calma e convincente come si parla con i fanciulli.
    — Ma, se si hanno concezioni diverse di questo oggetto, perché, per nominarlo, ci si serve della stessa parola "Dio"? La contadina che lo nomina vuole esprimere una cosa diversa dalla vostra?
    — Le nostre concezioni sono diverse, ma hanno anche un certo elemento comune. Per tutti gli uomini, questa parola evoca nella sua essenza una nozione che è comune a tutti loro, ed è perciò che non si può sostituire questa parola con nessun'altra. (pp. 111-113)
  • Era ancora debolissimo dopo una seria malattia, di modo che era necessario evitare le conversazioni troppo lunghe per non affaticarlo. Una volta, tornando a casa, lo trovai in giardino, su una sedia a sdraio. Soltanto la figlia Maria gli era vicino [...]. Ma non volevo perdere questa occasione.
    — Ebbene, Leone Nicolaevič, possiamo fare un po' di filosofia? Non vi affaticherete?
    — Oh, sí! Si può, si può! — rispose gioiosamente, interrogandomi con lo sguardo.
    — Proprio ieri pensavo a Dio, e pensavo anche che non si può determinarlo con nozioni positive, poiché ognuna di esse è una nozione umana. Non ci sono che nozioni negative che possono essere precise. Non la negazione.
    — Ciò è esattissimo.
    — Di modo che non è preciso dire che Dio è l'Amore e la ragione. Amore e ragione sono qualità umane.
    — Sí, sí. È esattissimo, solo che l'amore e la ragione ci uniscono a Dio. (pp. 113-114)
  • La natura è simile a una donna di grande merito: per poterla comprendere e apprezzare, bisogna vivere a lungo con lei nella più completa intimità. (p. 121)
  • Vladimir Grigorevič Scerkov [...] era completamente devoto a Tolstoj e alla lettera della sua dottrina. Era ricco; ma sua madre [...] non gli dava la ricchissima proprietà nel governatorato di Kerson che gli spettava. Solo annualmente gli inviava la rendita netta e Scerkov con quel denaro rese grandi servigi al suo Maestro e soprattutto alla pubblicazione dei suoi scritti proibiti dalla censura. (p. 131)
  • Il male che quella donna [Sof'ja Tolstaja] fece al marito e all'umanità è incalcolabile. Era insistente, senza alcuna pietà, e niente la fermava nei suoi mezzi di attacco. E tuttavia, se per difetti innati era incapace d'essere, secondo l'espressione di Gogol', «la guardia dell'anima di suo marito», come lo fu ad esempio la moglie di Gandhi, era tuttavia obbligata a rispettare i suoi diritti più sacri [...]. (p. 147)
  • La figlia minore di Tolstoj, Alessandrina, che era cresciuta interamente devota al padre, era per lui un grande sostegno morale. Aveva anche imparato la stenografia ed era diventata un'eccellente dattilografa. (p. 155)
  • [Prima che Tolstoj fuggisse di casa] quest'incubo di essere minacciato con la violenza per ottenere da lui il testamento e per simulare il suo ritorno alla fede ortodossa, ossessionava a tal punto il vecchio, che egli sentì in quei giorni il desiderio di rileggere I fratelli Karamazov di Dostoevskij.
    Nella notte fra il 27 e il 28 ottobre questo libro restò spalancato nel punto in cui il figlio si abbandona a vie di fatto contro suo padre.
    Il libro restò così aperto per sempre sulla tavola di Tolstoj. (p. 163)
  • Una volta, quando non avevo ancora diciotto anni, avevo avuto l'occasione di parlare al Maestro delle discordie con mia madre. Dietro il suo eterno e insistente consiglio di cedere gli presentavo con veemenza una replica che avevo già preparato in anticipo.
    — Se le giovani generazioni avessero sempre ceduto alle vecchie, vivremmo ancora all'età della pietra.
    — Indubbiamente — rispose senza la minima esitazione. — Esiste un limite, al di là del quale non ci si può piegare. (p. 164)
  • Quale dramma terribile e commovente!
    Lo scrittore amato e stimato dal mondo intero, all'età di ottantadue anni era costretto a fuggire di notte, come un criminale, dalla sua casa paterna. A fuggire da quell'abisso insondabile che è scavato fra gli uomini dalla differenza degli istinti che dirigono la loro attività!
    Tolstoj correva attraverso il vasto giardino sul piccolo sentiero che conduceva alla scuderia. Correva attraverso l'immenso giardino in una notte nera e gelata di fine ottobre.
    Dietro di lui il terribile incubo di essere afferrato e tuffato di nuovo in quell'ambiente dove era stato costretto a soffocare per trenta lunghi anni! Davanti a lui la libertà morale, la libertà attesa da così lungo tempo, da così lungo tempo desiderata! La possibilità di far riposare la sua anima, almeno negli ultimi giorni della sua vita. La possibilità di compiere il suo dovere più sacro davanti alla sua coscienza, davanti all'umanità lavoratrice!... Gli avevano tolto la possibilità di vivere, ma ora, almeno, avrebbe potuto morire onestamente. (p. 165)

Bibliografia

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  • Victor Lebrun, Devoto a Tolstoj, traduzione di Dino Naldini, Lerici Editori, Milano, 1963.

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