Ultima Cena

episodio del Nuovo Testamento

Citazioni sull'Ultima Cena.

  • Prima delle parole dell'istituzione vengono i gesti: quello dello spezzare il pane e quello dell'offrire il vino. Chi spezza il pane e passa il calice è anzitutto il capofamiglia, che accoglie alla sua mensa i familiari, ma questi gesti sono anche quelli dell'ospitalità, dell'accoglienza alla comunione conviviale dello straniero, che non fa parte della casa. Questi stessi gesti, nella cena con la quale Gesù si congeda dai suoi, acquistano una profondità del tutto nuova: Egli dà un segno visibile dell'accoglienza alla mensa in cui Dio si dona. Gesù nel pane e nel vino offre e comunica Se stesso.
    Ma come può realizzarsi tutto questo? Come può Gesù dare, in quel momento, Se stesso? Gesù sa che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della croce, la pena capitale degli uomini non liberi, quella che Cicerone definiva la mors turpissima crucis. Con il dono del pane e del vino che offre nell'Ultima Cena, Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione realizzando ciò che aveva detto nel discorso del Buon Pastore: «Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Egli quindi offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo.
    Ancora una volta nella preghiera, iniziata secondo le forme rituali della tradizione biblica, Gesù mostra la sua identità e la determinazione a compiere fino in fondo la sua missione di amore totale, di offerta in obbedienza alla volontà del Padre. La profonda originalità del dono di Sé ai suoi, attraverso il memoriale eucaristico, è il culmine della preghiera che contrassegna la cena di addio con i suoi. (Papa Benedetto XVI)
  • Triste l'anima mia fino alla morte. | Eppure ardentemente | l'anima mia desiderava | questo momento | e ancora un poco | stare con voi | finché venga la sera | e la grande ombra. | Tu non temere | piccolo gregge. | Il tuo pastore pascolo perenne | si fa per te: | qui le limpide acque | e la frescura | e la voce che chiama nella sera | e il quieto calore dell'ovile. | Ecco che vi ho lasciato | il sangue mio | e la mia carne. | E il cuore che vi ama, | il cuore mio | non lo porto con me. | Ma nessuno mi chiede | «dove vai», | nessuno che mi dica | «vengo con te» | o solamente | «addio». | Ah come | scende la sera! | È l'ora. Andiamo. | E forse per le strade | stanno ancora | appassiti | i fiori che per me furono colti | e le palme e gli ulivi. (Elena Bono)

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