Telesio Interlandi

giornalista italiano

Telesio Interlandi (1894 – 1965), giornalista italiano.

La difesa della razza, periodico fondato e diretto da Interlandi

Citazioni di Telesio InterlandiModifica

  • Anche nei riguardi degli ebrei, dicono che occorre distinguere. L'ebreo va al caffè, a teatro, al cinema, traffica, chiacchiera, mormora, irride; ma che fare? Si possono bastonare gli ebrei sulla strada? Ohibò; non sarebbe civile. Civile è invece lasciarsi beffare dall'ebreo, subirne la provocazione, assistere alla sua quotidiana pacifica digestione di parassita. Vedere un ebreo comodamente a sedere in un autobus strapieno e non gettarlo dal finestrino per offrire il suo posto a una vecchia che non si regge in piedi, è prova di civiltà.[1]

Citazioni su Telesio InterlandiModifica

  • Il 7 luglio [1943], a poche ore dallo sbarco alleato in Sicilia, Interlandi affonda nuovamente il fioretto, questa volta dalla prima pagina del «Tevere». Contro chi? Contro Vittorio Cramer. E chi diavolo è Cramer? È l'annunciatore radiofonico del bollettino di guerra, un ebreo. La qual cosa a Interlandi non va proprio giù, la prende come un indebolimento della volontà di guerra, uno sconciare l'identità nazionale. Il suo corsivo è talmente spropositato da mandare su tutte le furie Fernando Mezzasoma, il direttore generale per il servizio della stampa italiana, che, appena presa in mano la copia del «Tevere», telefona a Interlandi ad abbaiargli se è quello il momento di prendersela con un annunciatore radiofonico perché ebreo. (Giampiero Mughini)
  • Per molti anni ha scritto a mano, secco e perentorio, con una penna stilografica Parker nera a inchiostro verde, l'inchiostro poi prediletto da Palmiro Togliatti, e tenendosi sulle ginocchia il figlio Cesare, avvolti entrambi in una nube di fumo, il fumo di qualcuna delle cento sigarette che Interlandi padre consuma in un giorno. Da alcuni anni ha preso invece a usare la Olivetti rossa. Batte lentamente, con l'indice della mano destra coadiuvato solo di tanto in tanto dall'indice della mano sinistra. Finisce comunque rapidamente, come sempre. Secco e perentorio. È di quelli che hanno inventato il giornalismo moderno, quel fraseggiare scarno, essenziale, che mira subito al cuore dell'argomento. Sin dalla fine degli anni Venti, Leo Longanesi, che se ne intendeva più di chiunque altro, aveva scritto che di giornalisti pari a Interlandi il fascismo non ne aveva. (Giampiero Mughini)
  • Questi mezzo letteraloide e mezzo barricadero, agì con fredda malafede. Quello della razza fu per lui una carta come un'altra. Vi puntò sopra forte, convinto di aver intuito il momento buono sulla ruota della fortuna. Interlandi non credeva minimamente nell'impresa che conduceva con cinismo. Uno dei capisaldi della difesa della razza era, nella sua propaganda, l'educazione militaristica che i giovani del Littorio ricevevano il sabato pomeriggio nelle palestre della Gil[2], ma ciò nonostante fece esonerare Cesarino, suo figlio, da ogni esercitazione o disturbo del genere, perché in privato, le considerava inutili, ridicole e stupide. (Antonio Spinosa)
  • Tra i giornalisti fascisti, il leader dell'antisemitismo è Telesio Interlandi, direttore del «Tevere» e autore del volume Contra judeos. Alla sua morte, nel dopoguerra, i familiari faranno inserire nel necrologio a pagamento sui giornali la qualifica di «cavaliere di razza». Per questa gente Auschwitz, Treblinka, l'Olocausto non erano esistiti. O non erano bastati a farli vergognare. (Silvio Bertoldi)

NoteModifica

  1. Da Il Tevere del 10 novembre 1942; citato in Giampiero Mughini, A via della Mercede c'era un razzista, RCS Rizzoli Libri, Milano, 1991, ISBN 88-17-84100-5, pp. 187-188.
  2. Gioventù italiana del littorio, organizzazione giovanile fascista.

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