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*{{NDR|Hessling, al passaggio del corteo dell'imperatore [[Guglielmo II di Germania]]}} Un'ebrezza più nobile e più sublime di quella che dà la birra lo sollevava sulla punta dei piedi e lo innalzava nell'aria. Egli agitava il cappello alto sopra tutte le teste, in una sfera di follia entusiatica, in un cielo dove muovono in giro i nostri sentimenti più esaltanti. Là, sul cavallo, sotto l'arco delle sfilate trionfali, con i tratti marmorei e folgoranti passava il Potere! Il Potere a cui bacianmo i piedi se passa sopra di noi! Il Potere che calpesta la fame, la rivolta e il disprezzo! Colui contro cui non possiamo niente, perché tutti lo amiamo; che abbiamo nel sangue perché vi abbiamo la sottomissione! Noi siamo un atomo di lui, una infima molecola di qualche cosa che egli ha sputato! Ciascuno di noi è niente, ma in masse ordinate, come nuovi Teutoni, come esercito, come amministrazione, Chiesa, scienza, come organizzazione economica e associazioni del potere, noi ci innalziamo a piramide fino lassù, dove sta lui, pietrificato e folgorante! Noi viviamo in lui, ne siamo parte, spietati contro quelli che ne sono lontani e trionfanti anche se egli ci distrugge: perché è così che egli giustifica il nostro amore! (da ''Il suddito'', citato in [[Alberto Tagliati]], ''Adolfo Hitler si mangia Carlo Marx'', Historia, n. 244, 1978, Cino del Duca)
 
 
==[[Incipit]] di ''L'angelo azzurro''==
===Bianca Cetti Marinoni===
Poiché il suo nome era Raat, tutta la città lo chiamava ''Unrat'', Sporcizia. Veniva così spontaneo, così naturale. Ogni tanto capitava che questo o quel professore cambiasse soprannome; un nuovo scaglione di alunni entrava a far parte della classe, prendeva di mira con voluttà omicida un certo lato comico del profesore che non era stato messo abbastanza in rilievo dai compagni dell'anno prima, e ne sbandierava il nome senza pietà. Unrat, invece, il suo lo portava da molte generazioni, tutta la città ne era al corrente, i suoi colleghi lo usavano fuori dal liceo e anche dentro, non appena lui voltava le spalle. Le persone che ospitavano in casa propria gli scolari e ne sorvegliavano gli studi, parlavano in presenza dei loro pensionati del professor Unrat. E il bell'ingegno che avesse cercato di studiare con occhio nuovo e di battezzare in altro modo l'ordinario della prima liceo non sarebbe riuscito a spuntarla. se non altro perché l'appellativo suscitava ancora nel vecchio insegnante la stessa reazione di ventisei anni prima. Bastava che nel cortile della scuola, non appena lo vedeva venire, uno gridasse:<br>«Non sentite odor di sporcizia?»<br>Oppure:<br>«Ehi, che odore di sporcizia!»<br>E subito il vecchio scrollava convulsamente la spalla, sempre la destra, che era più alta, e da dietro gli occhiali lanciava di sbieco un'occhiata piena di bile che gli studenti definivano perfida, e che era invece pavida e vendicativa: l'occhiata di un tiranno dalla coscienza poco tranquilla, che cerca di scoprire i pugnali tra le pieghe dei mantelli. Il suo mento spigoloso, a cui si attaccava una barbetta tra il giallo e il grigio, tremava con violenza. Contro l'alunno che aveva urlato la frase «non aveva prove» e non gli restava che tirar di lungo sulle gambe magre dalle ginocchia curve sotto il suo bisunto cappellaccio da muratore.<br>
{{NDR|Heinrich Mann, ''L'angelo azzurro'' (''Professor Unrat''), traduzione di Bianca Cetti Marinoni, Garzanti, Milano 1966}}
 
===Anna Reali===
Dato che si chiamava Raat, la città intera lo chiamava Unrat, Spazzatura<ref>''Unrat'' significa “spazzatura”, ma anche “sporcizia”, “escremento”. Da qui il gioco di parole col cognome del professore. (''N.d.T.'')</ref>. Niente veniva più facile e naturale. Capitava di tanto in tanto che questo o quel professore cambiasse di pseudonimo. Andava così: arrivava in classe un nuovo gruppo di alunni, con istinto omicida scopriva nell’insegnante un lato ridicolo non ancora apprezzato a dovere dai compagni dell’anno prima, e non si faceva scrupolo di chiamarlo per nome. Unrat però portava il suo da parecchie generazioni, era noto a tutta la città, i colleghi lo usavano fuori e anche dentro il liceo, non appena lui voltava le spalle. Quelli che tenevano a pensione gli alunni e li seguivano negli studi parlavano in presenza dei loro ospiti del professor Unrat. La testa fina che avesse voluto guardare con occhi nuovi il docente del quinto ginnasio<ref>Nel sistema scolastico tedesco la ''Untersekunda'' è propriamente la sesta classe del liceo, che prevede un totale di nove classi. (''N.d.T.'')</ref> per affibbiargli un altro soprannome non ci sarebbe mai riuscita, se non altro perché l’appellativo abituale aveva sul vecchio insegnante lo stesso effetto di ventisei anni prima. Bastava gridarsi l’un l’altro nel cortile della scuola quando passava:<br>
«Non c’è puzza di spazzatura qui?».<br>
Oppure:<br>
«Oh oh! Mi sembra di sentire odor di spazzatura!».<br>
E subito il vecchio scrollava la spalla, sempre la destra ch’era troppo alta, e dagli occhiali mandava di traverso uno sguardo rabbioso, che gli alunni definivano subdolo, e che invece era pavido e vendicativo: lo sguardo di un tiranno con la coscienza sporca, che scruta tra le pieghe dei mantelli nel timore di trovarci un pugnale. Il suo mento spigoloso, colla barbetta rada e giallognola, si agitava convulso. Non poteva «provare niente» contro l’alunno che aveva gridato e non gli restava che trascinarsi sulle gambe magre e ricurve, con in testa il cappellaccio unto da muratore.
 
==Citazioni su Henrich Mann==
*Trent'anni prima dell'avvento al potere di Hitler, lo scrittore Heinrich Mann, uno dei padri del romanzo realista tedesco, tratteggiò il colorito personaggio di Diedrich Hessling, interprete del suo «Il suddito», dato alle stampe nel 1914. Questo signor Hessling, dottore in chimica, è l'archetipo di quello che sarà, di lì a pochi decenni, il tedesco sotto il nazismo. ([[Alberto Tagliati]])
 
==Note==
<references />
 
==Bibliografia==
*Heinrich Mann, ''L'angelo azzurro'' (''Professor Unrat''), traduzione di Bianca Cetti Marinoni, Garzanti, Milano 1966.
*Heinrich Mann, ''L'angelo azzurro'', traduzione di Anna Reali, Newton Compton, 1995.
 
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