Differenze tra le versioni di "Salvatore Silvano Nigro"

*{{NDR|Su [[Masuccio Salernitano]]}} Il narratore rinuncia al giardino e preferisce rifugiarsi nell'Arcadia morale di un volontario esilio da pastore "silvano". Il [[Masuccio Salernitano|''Novellino'']] si apre con una novella dedicata al re [[Ferdinando I di Napoli|Ferrante d'Aragona]]. Si chiude con una novella intestata al ribelle Del Giudice, datosi a "voluntario" esilio. Il libro “aragonese” si rivela magagnato, rispetto alle apparenze celebrative. Polemico e riluttante, nella rovinosa conclusione. E ancora manoscritto, subito dopo la morte di [[Masuccio Salernitano|Masuccio]], avvenuta verso la fine del 1475, fu dato alle fiamme.<ref>Da ''Introduzione'' a Masuccio Salernitano, ''Il Novellino'', nell'edizione di Luigi Settembrini, a cura di Salvatore S. Nigro, BUR, Milano, 1990, p. 20. ISBN 88-17-16771-1</ref>
*"Le storie distraggono dalle parole", scriverà [[Giorgio Manganelli|Manganelli]] nell'''Encomio del tiranno'' (1990). Sono sole le parole ad accadere in un racconto, aveva sempre sostenuto. La scrittura è lo spazio artefatto, il pentagramma, il luogo delle cerimonie verbali. In essa le parole si spendono e si disseminano; si espandono e divagano. Manganelli era un incantatore di parole, un flautista magico.<ref>Citato in Giorgio Manganelli, ''Ti ucciderò, mia capitale'', a cura di Salvatore Silvano Nigro, Adelphi, Milano, 2011, p. 356. ISBN 978-88-459-2565-8</ref>
*[[Leone Leoni]] era un artista di successo. Ma aveva anche una violenta propensione a delinquere. Organizzava agguati, maneggiava i pugnali a tradimento: li faceva volare nell'ombra; li lanciava da dentro il segreto di un travestimento. Non risparmiava i nemici. E neppure gli amici. Tentò persino di assasinare il pittore Orazio Vecellio, figlio del suo amico [[Tiziano Vecellio|Tiziano]]. Voleva derurbarlo dei quadri del padre.<ref>Da ''La funesta docilità'', Sellerio, Palermo, 2018, p. 115. ISBN 88-389-3856-3</ref>
*{{NDR|Su [[Luigi Settembrini]] e [[Ferdinando Galiani|abate Galiani]]}} Molto il [[Luigi Settembrini|Settembrini]] della maturità deve all'[[Ferdinando Galiani|abate Galiani]]. Anche per le motivazioni (dimostrative) che lo portarono all'approntamento dell'edizione del ''Novellino'' di [[Masuccio Salernitano|Masuccio]]: se dagli scritti burleschi si passa al trattatello galianeo ''Del dialetto napoletano'' (1779), attuale all'antiquaria filologica dell'editore del novelliere aragonese. [...] Galiani era per la “nazionalizzazione” del dialetto napoletano, che poteva vantare l'ufficialità di un uso illustre nel Quattrocento aragonese: "[...] ben lungi dall'innalzar lo stendardo della ribellione e della discordia tra 'l napoletano e l'italiano, noi crediamo non potersi far meglio quanto il cercare di raddolcire il nostro dialetto, d'italianizzarlo quanto più si può e di renderlo simile a quello che i nostri ultimi re, gli Aragonesi, non sdegnarono usare nelle loro lettere e diplomi e nella legislazione".<ref>Da ''Introduzione'' a Masuccio Salernitano, ''Il Novellino'', nell'edizione di Luigi Settembrini, a cura di Salvatore S. Nigro, BUR, Milano, 1990, p. 9. ISBN 88-17-16771-1</ref>
 
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