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Roberto Ardigò

psicologo, filosofo e pedagogista italiano

Citazioni di Roberto ArdigòModifica

  • Lavoreremo finché avremo fiato. Anche a morir di fame. Anche se tutti sono contro di noi. E faremo vedere a quella gente grassa, che dice sé morale e tutti gli altri immorali, che possano i repubblicani positivisti.[1]
  • Nulla è ancora l'indipendenza dallo straniero, la libertà e l'uguaglianza di ogni cittadino nel proprio paese, l'impero incontrastato della ragione sulle coscienze, se ad ogni onesto non è assicurato il pane quotidiano, nella giusta ragione di un lavoro né ignobile né eccessivo, che non gli sia dato per elemosina, ma per diritto di essere un uomo.[2]
  • Sono diventato positivista a poco a poco quasi a mia insaputa, e anzi mio malgrado.[3]

Incipit di alcune opereModifica

La filosofia come scienza positivaModifica

Gli antichi credevano, che la scienza dovesse condurre a conoscere le cose fino nella essenza e nelle cause loro. Lo insegnava espressamente anche il grande filosofo, che Dante ha chiamato "il maestro di color che sanno" A noi non è più possibile una tale illusione; poiché sappiamo, che lo sforzo di risalire oltre i fenomeni è vano affatto; e che il compito della scienza non può essere altro, che di rilevarne la consistenza, la successione e le somiglianze.

Scritti variModifica

La confessioneModifica

Oggi, o lettori, non vi condurremo nella cloaca del Vaticano, né sulla tavola anatomica per mostrarvi il famoso cadavere della domenica scorsa. Ma invece tratteremo sopra il dogma che si chiama confessione, ma che in sostanza non è che uno istrumento della religione non di Cristo, ma dei papi. Se non sfidati non entreremo in questioni teologiche: ci restringeremo solo al lato storico per mostrare che la confessione non fu istituita dal Nazareno, ma bensì fu ordinata da papa Innocenzo III nel 1215, poscia proclamata sacramento da papa Eugenio IV nel 1439; finalmente fatta dogma di fede dal concilio di Trento.

La psicologia positiva e i problemi della filosofiaModifica

Ignorante — Che cosa è mai questa Psicologia positiva, questa nuova scoperta? È forse troppa la mia temerità nel farvi, Signor Filosofo, una tale domanda; ma che volete? Noi ignoranti abbiamo bisogno di essere ammaestrati, e a chi dobbiamo rivolgerci se non a chi è maestro non solo di quelli che non sanno, ma anche di color che sanno?
Filosofo — Eccomi a servirvi: sapete voi che cosa siano, sostanza, causa, legge, tre parole abusate finora da filosofi, senza conoscerne il senso?

Contro la massoneriaModifica

Padova, 7 gennaio 1903

Egregio Sig. Genovesi[4].
Rispondo subito alla di Lei lettera, che convengo interamente con Lei che dice giustamente che La Massoneria in uno stato libero è un non senso: e che a combattere l'oscurantismo è più efficace l'opera indefessa ed aperta di educazione e di elevazione civile che non l'opera tenebrosa e nascosta di una setta: e che coll'esistenza di questa la gran massa popolare non può che perdere la fiducia nella giustizia pubblica del proprio paese, nell'idea che la massoneria sia poi in fine una associazione di interesse pei soci a danno di quelli che non vi appartengono.
E fortuna per me che alle scomuniche sono avvezzo, e nulla temo perché nulla spero.

GaribaldiModifica

È morto!
Corre la voce per tutta Italia; si ripete per tutta Europa; arriva alle Americhe lontane e vi si diffonde dall'uno all'altro polo; più presto o più tardi non resterà angolo per quanto remoto della terra che non l'abbia udita.
E non è una voce che passi e subito svanisca. Suona ancor oggi così viva come il primo giorno: e sarà lo stesso da qui a un anno; e fino all'ultima ora della nostra vita. E dal nostro labbro l'udirà la prossima generazione, che la trasmetterà alle successive.
Alle successive: alle quali giungerà come un'eco indefinita di una storia maravigliosa del passato.
Quale figura![5]

Giudizi e pensieriModifica

Giuseppe Mazzini? Tutta l'anima per l'ideale santo della indipendenza e della libertà della sua grande patria, e l'opera febbrilmente attiva della vita intera per essa, e malgrado gli ostacoli più minacciosi e le disillusioni più amare e i sagrifici più sanguinosi, e senza mai né temere, né disperare e vederlo infine quasi raggiunto, è questa la sua gloria.[6]

Citazioni su Roberto ArdigòModifica

Giovanni MarchesiniModifica

  • Della filosofia dell'Ardigò può ripetersi ciò ch'è vero di tutti i grandi sistemi: essa emerge dalla tradizione filosofica della quale ora accoglie, ora respinge gli elementi, facendo poi ora opera d'integrazione, ora di correzione, ora di svolgimento. Ma a un punto segnatamente della tradizione storica della filosofia essa si collega; e questo non è tanto il momento filosofico a lui contemporaneo, del quale , per confessione dell'Ardigò stesso, egli non era molto consapevole, quanto il momento filosofico della Rinascenza, essendosi in lui manifestato, dopo una lunga e paziente lettura delle opere degli Scolastici, quello stesso spirito di ribellione (in lui teologo) che si operò nei filosofi della Rinascenza, e per es. nel Pomponazzi, che fu tra quelli ch'egli predilesse.
  • La dottrina dell'Ardigò potrebbe definirsi come un neo-naturalismo, in quanto essa ripristina e feconda con moderno e vivo spirito scientifico, il naturalismo della Rinascenza.
  • Roberto Ardigò lasciava le insegne della fede non più sua, per rispetto a questa fede stessa, e in ossequio all'altra che in lui si era andata maturando.
    Non gettò egli la tonaca per un impeto di folle passione, ma la svestì per una lenta elaborazione d'idee, lungo la quale l'urto facile contro le opposte dottrine avvalorava in lui la meditazione personale, e acuiva il bisogno di dare al pensiero un assetto definitivo, e di fare che a questo corrispondesse la stessa esteriorità della vita. Dovea necessariamente apparirgli, mano mano che il pungolo della critica gli svelava gli errori della dottrina filosofica tradizionale, l'insopportabilità di ogni equivoco; doveva egli educare in sé stesso, così aspramente contrastato dai vecchi pressoché indomabili affetti, la forza del carattere quale era necessaria per abbandonare a qualsivoglia costo la via seguita, e consacrare, con l'atto solenne dell'aperta conversione, il principio – che fu l'emblema di tutta la sua vita – della sovranità assoluta del vero.

NoteModifica

  1. Da una lettera del 20 febbraio 1879 in Lettere edite ed inedite, a cura di W. Büttemeyer, 1° vol., 1990, p. 191.
  2. Da Giuseppe Garibaldi (1882) in Scritti vari, a cura di Giovanni Marchesini, Firenze, 1922, pp. 178-79.
  3. Da una lettera del 23 novembre 1873 in Lettere edite ed inedite, a cura di W. Büttemeyer, 1° vol., 1990, p. 117.
  4. Polemica col periodico Rivista della Massoneria italiana.
  5. Discorso commemorativo pronunciato sul Monumento dei Martiri il 5 giugno 1882 in piazza Sordello. Dal giornale Il Mincio, 11 giugno 1882.
  6. (Numero unico, Mazzini, giugno 1905, Milano).

BibliografiaModifica

  • Roberto Ardigò, Pietro Pomponazzi; e La psicologia come scienza positiva, a cura di Pietro Pomponazzi, Padova, A. Randi, 1908.
  • Roberto Ardigò, Scritti vari raccolti e ordinati da Giovanni Marchesini, Le Monnier, Firenze, 1922.
  • Roberto Ardigò, Lettere edite ed inedite, a cura di W. Büttemeyer, 1° vol. (1854-1894), Francoforte sul Meno 1990; 2° vol. (1895-1920), Francoforte sul Meno 2000.

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