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Paul Celan pseudonimo di Paul Pessach Antschel (1920 – 1970), poeta e traduttore rumeno di madrelingua tedesca naturalizzato francese.

Indice

Citazioni di Paul CelanModifica

  • La poesia, essendo una manifestazione della lingua, e perciò per sua essenza dialogica, può essere un messaggio nella bottiglia, lanciato nella fiducia, certo non sorretta da ferma speranza, che la corrente la spinga comunque in qualche luogo, ad una terra; terra del cuore forse. Le poesie si dirigono verso qualcosa. Che cosa? Qualcosa di aperto, occupabile, il tu a cui si può parlare, forse una realtà a cui si può rivolgersi. (dal discorso pronunciato per il conferimento del Premio di Letteratura di Brema[1][2])
  • Solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano [...] viviamo sotto cieli cupi − e ci sono pochi esseri umani. Per questo anche le poesie sono poche. (da una lettera del 18 maggio 1960 a Hans Bender[3][4])

La verità della poesiaModifica

  • Come forse per nessun altro dei suoi contemporanei e compagni di sventura poetanti in Russia [...] per Osip Mandel'štam, classe 1891, la poesia è il luogo ove ciò che può essere percepito e raggiunto mediante la lingua si raccoglie attorno a quel centro da cui esso ricava forma (Gestalt) e verità: attorno a quella individuale esistenza (Dasein) che pone interrogativi all'ora presente, sia la propria che quella del mondo, al battito del cuore e al secolo. (da Nota introduttiva a una scelta di poesie di Mandel'štam in traduzione tedesca, p. 40)
  • [...] Nel 1928 esce di nuovo un volume di poesie − l'ultimo.[5] Alle due prime raccolte, in esso riprese, se n'è aggiunta una nuova. «Cessato il respiro – il firmamento pieno di vermi»: è il verso che apre il ciclo. L'interrogativo «da dove...?» si fa più stringente, più disperato – la poesia – in un saggio sulla poesia Mandel'štam la definisce un aratro – mette allo scoperto i più profondi strati del tempo, la «terra nera del tempo» viene alla luce. Colloquiando con quanto ha visto, l'occhio dolorante sviluppa una nuova capacità: esso diventa visionario; accompagna il poema nei suoi sprofondamenti. Il poeta si ascrive a un tempo altro, «estraneissimo». (da La poesia di Osip Mandel'štam, pp. 52 53)
  • Le poesie, sono altresì dei doni – doni per chi sta all'erta. Doni che implicano destino. (da Lettera a Hans Bender, p. 58)

MicrolitiModifica

  • Bussa alla porta della tua solitudine e chiedi del padrone: se ti viene aperto, non hai parlato invano agli uomini. (p. 11)
  • Storia strana, la storia del nostro mondo: non tutta del mondo, non tutta nostra, non tutta storia; non tutta così strana. (p. 15)
  • Andare nel deserto, poter giungere fino al suo centro più rovente per sotterrare lì la pianta della città dei mille pozzi. (p. 21)
  • Una lingua incomprensibile come due parole uguali che stanno sospese su due bocche pronte al bacio. (p. 49)
  • L'oscurità della poesia = l'oscurità della morte. Gli uomini = i mortali. Per questo la poesia, in quanto memore della morte, appartiene a ciò vi è di più umano nell'uomo. (p. 83)
  • Chi impara realmente a vedere, si avvicina all'invisibile. (p. 85)
  • Sulle proprie macerie sta e spera la poesia. (p. 101)
  • Chi dispone di "parole", la lingua gli si nega. Chi si dispone alla lingua, anche le parole... lo trovano. (p. 103)
  • «Parla, che io ti veda»: pure tale detto vale ancor solo come eccezione.
    Taci, che io non diventi totalmente cieco. Mettiti a tacere, affinché tu ti scorga. (p. 105)
  • Non nel destino della bella ragazza ebrea che tiene un diario si palesa l'enormità dell'accaduto. Il gobbo, balbettante, claudicante ebreo che venne gassato – lui è la vittima. Lui, il giudeo, è tuo fratello – renditi conto e girati – verso te, tu gobbo, balbettante, claudicante – tu regale creatura! (p. 109)
  • Tedesco: una lingua che non dimentico. Una lingua che mi dimentica. (p. 121)
  • Con ogni cenere, con ogni vera poesia ci è sempre restituita la Fenice. (p. 129)
  • Il colore della disperazione: il bianco magico del poetare. (p. 131)
  • Mandelstamm:
    vetro, fiato, scritto. (p. 153)

Citazioni su Paul CelanModifica

  • Essere segnati dalla fatalità è un'elezione o una maledizione? Entrambe le cose contemporaneamente. Questo doppio aspetto definisce la tragedia. Ora Celan era un personaggio, un essere tragico. Per questo è per noi qualcosa di più che un poeta. (Emil Cioran)
  • [Nella poesia di Paul Celan] Il testo come tale si rifiuta di stare ulteriormente al servizio della realtà e di svolgere la parte che gli è stata attribuita dai tempi di Aristotele. La poesia non è mimesi, non più semplice rappresentazione, essa diviene realtà. Realtà poetica, certo, testo che non segue più la realtà ma si configura e si fonda come realtà. Il poeta esige da sé e dal lettore di procedere nel territorio che è il suo testo. (Péter Szondi)
  • La situazione estrema, ultimativa in cui nasce la sua poesia è anche una situazione di semiafasia. Come se chi parla temesse il potere delle parole, o temesse di perderlo. (Alfonso Berardinelli)

Marianello MarianelliModifica

  • [Sulla lirica di Paul Celan] [...] condizionata dall'assurdo e dalla morte − anche della lingua – di cui essa è una meditazione o iniziazione; volendo è solo la lunga variazione di una poesia di Else Lasker-Schüler che incominciava: «Io so che devo morire...» di cui Celan usava pronunciare, tanto gli piaceva, solo l'inizio: «Ich weiß...»
    Molti critici se ne sono accorti quando nella primavera del 1970 Celan si è suicidato nella Senna. È allora stato e sarà facile, inutile e retorico trovare nelle poesie della raccolta uscita postuma, Lichtzwang (Obbligo di luce, 1970), e nelle più antiche gli infiniti indizi, a cominciare da «ihn ritt die Nacht» (lo cavalcò la notte), che rendono plausibile il suo gesto. Ora ci accorgiamo che questa specie di tragico Orfeo il cui contributo a un rinnovamento della lingua poetica tedesca, esiguo per quantità, è superiore per qualità a quello di chiunque altro, aveva gia scritto in Von Schwelle zu Schwelle il suo «cenotafio»: Ora egli andò e bevve uno strano liquore: | il mare. | I pesci | accorsero verso di lui?
  • Dimesso Orfeo tragico della poesia tedesca, non è accostabile a nessuna corrente o poeta; pure ha sofferto e pagato per tutti e più di tutti, in una situazione limite, la «condizione disumana» indicata dalla Bachmann nei confronti del mezzo espressivo, quella di sentire la lingua di tutti come una lingua morta.
  • [Sulla Todesfuge] Le figure musicali che si alternano e si richiamano in questa «fuga» sono, appena velate, quelle tremende della tragedia tedesca: il tiranno Hitler, i suoi sicari o cani, le sue fanfare, gli emblemi femminili dei due popoli, ebraico e tedesco, le sue vittime esalanti per i camini dei forni a gas, la morte [...][6] Il più ermetico dei loro poeti ha così lasciato ai tedeschi il più tragico e armonioso monumento del loro orrore, delirante inno ebraico-cristiano, a versi alterni come canne d'organo, in cui la sintassi musicale quasi subentra a quella normale, lontanissimo dall'ira seppur sacrosanta delle sequenze di Enzensberger. I tedeschi non ne hanno altri da mettergli accanto [...].
  • [...] Orfeo nel limbo delle parole.

NoteModifica

  1. Citato in Poesia tedesca contemporanea, a cura di Giacomo Cacciapaglia, Newton Compton Editori, Roma, 1980, p. 69.
  2. Con diversa traduzione a pp. 35-36 de La verità della poesia.
  3. Citato in Poesie a cura e con un saggio introduttivo di Giuseppe Bevilacqua, traduzione di Giuseppe Bevilacqua, Arnoldo Mondadori Editore, I Meridiani, 1998, p. CLII. ISBN 88-04-42259-9
  4. Con diversa traduzione a p. 58 de La verità della poesia.
  5. Poesie di Ossip Mandel'štam che include le due raccolte precedenti: La pietra e Tristia.
  6. Segue il testo della Todesfuge nella traduzione di Marianelli.

BibliografiaModifica

  • Paul Celan, La verità della poesia, «Il meridiano» e altre prose, a cura di Giuseppe Bevilacqua, Einaudi, Torino. ISBN 978-88-06-17904-5
  • Paul Celan, Microliti, a cura di Dario Borso, dall'edizione critica tedesca di Barbara Wiedermann e Betrand Badion, traduzione di Dario Borso, 2010, Zandonai. ISBN 978-88-95538-40-2

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