Michele Lessona

zoologo, medico e scrittore italiano (1823-1894)

Michele Lessona (1823 – 1894), zoologo, medico, scrittore, senatore italiano.

Michele Lessona

Citazioni di Michele Lessona

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  • Il tuo acquario andrà tanto meglio [...] quanto più tu ci baderai. Tienilo nella stanza dove suoli passare il maggior tuo tempo, e guardavi sovente; vedrai scene ora gaie ora terribili, che ti daranno un ben più grande diletto delle scene di commedia che in teatro ti regalano una più alta dose di quella noia che cerchi di fuggire andandovi. Guardalo di buon mattino, guardalo lungo il giorno, guardalo la sera mettendovi improvvisamente un lume dietro, e svegliando in sussulto i suoi abitatori: sempre vedrai cose nuove e meravigliose [...].[1]
  • Ora il Musinè è celebre nei fasti della botanica piemontese e menzionato in tutte le flore per la ricchezza mirabile della sua vegetazione.[2]

I mammiferi

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  • [Sul giaguaro] Certo è che, dopo la tigre e il leone, è il più grosso di tutti gli altri felini. Non ha tuttavia la mirabile eleganza delle forme, la sveltezza congiunta alla forza, che si scorgono nella tigre. È forte, ma non è svelto; le sue gambe, rispetto alle dimensioni del corpo, sono un po' più corte che non siano quelle della tigre, e il corpo in comparazione è piuttosto tozzo. (p. 245)
  • Rispetto al pericolo cui possa andar incontro un uomo che trovi sulla sua via un giaguaro, è da dire che il più delle volte l'uomo può passare oltre impunemente. Ma conviene ancora soggiungere che quei giaguari che hanno gustato una volta la carne umana, fanno ciò che fanno i leoni e le tigri che hanno avuto la stessa ventura; diventano ghiottissimi di carne umana, la preferiscono a tutto, assaltano l'uomo e non si impauriscono neanche di quei fuochi che esso sia per accendere in sua difesa. (p. 248)
  • La caccia che l'uomo dà al giaguaro [...] è così assidua e distruggitrice che, nel volgere di poco più di un mezzo secolo, questa fiera è grandemente scemata nelle sue contrade native, sovratutto in talune parti di esse. Questa caccia non ha in mira un qualche vantaggio che l'uomo possa ricavare dall'animale ucciso. I Botocudi mangiano la carne del giaguaro, e hannovi alcuni indiani che ne mangiano il grasso, a malgrado del suo fortissimo e sgradevolissimo odore. Le pelli dei giaguari hanno poco valore in America. (p. 250)
  • Invero la rabbia non è rara nel lupo, e s'intende come l'incontro d'un uomo con un lupo preso da questa terribile malattia sia senza paragone più pericoloso di quello con un lupo ordinari. Il morso di un lupo arrabbiato dà la morte più sicuramente che non quello di un cane nelle stesse condizioni. (p. 419)
  • Anche fra noi, quando i lupi erano più numerosi e si conoscevano meglio le loro abitudini, si sapeva che i lupi sono diffidentissimi, sospettosi, timidi, e che si trattengono in faccia a qualche cosa che abbia dell'insolito ai loro occhi, al loro odorato, al loro udito. Il cacciatore che doveva lasciar sul terreno un cervo morto, piantava un bastone presso al corpo dell'animale e metteva sul bastone qualche cosa di svolazzante, un fazzoletto, un pezzo di tela o altro. Quando non aveva altro, si contentava di togliere all'animale morto la vescica, gonfiarla, e metterla in cima al bastone. Come ultimo spediente poteva anche bastare una striscia della pelle stessa dell'animale. Il bastone piantato vicino all'animale, con l'uno o l'altro sopra degli oggetti sopra menzionati, bastava ordinariamente a tenere i lupi in rispetto. (p. 422)
  • Tutti gli autori che parlano del lupo con conoscenza di causa, per aver avuto che fare con esso, investigando i suoi costumi nella vita selvatica, si accordarono nel dire che è cosa malagevolissima l'addomesticare uno di questi animali anche prendendolo da piccino e avendone tutte le cure. (p. 422)
  • Il Lupo d'Africa, che alcuni autori denominano pure nel modo in cui vien chiamato dagli arabi Abu-el-Hussein, che tradotto nella nostra lingua suona quanto Padre della volpe, e altri ancora chiamano Lupo d'Egitto, si distingue dal lupo comune per la mole più piccola, le orecchie più grandi e diritte, la coda piuttosto ricca di peli e il colore nericcio del pelame. Gli egizii antichi lo hanno rappresentato sui loro monumenti. Esso fa sovente strage di pecore e di capre, ma si contenta il più delle volte di prede minori e si pasce di carogne, che preferisce a ogni altro cibo. (p. 428)
  • [Sullo sciacallo] Non è pericoloso all'uomo, o appena forse può essere in qualche caso pericoloso coll'aggressione che facciano molti insieme di un bambino. Non si può dire che non rechi qualche vantaggio colla distruzione che fa di piccoli mammiferi numerosissimi e dannosi, e più col divorare le carogne, scemando così i pericoli che possono derivare dal loro imputridirsi quando sono numerose e grosse. Ma i danni che reca sono molto più grandi dei vantaggi. I branchi sterminatamente numerosi di questi animali aggrediscono anche pecore, capre, pollame. Entrano nei villaggi e pongono dimora fra i ruderi delle grandi città spopolate oggi rispetto al passato. Tengon dietro alle carovane e molestano i viaggiatori stando sempre in agguato per impadronirsi delle loro provviste alimentari. Entrano fin sotto la tenda e portano via talora oggetti non mangiabili, come scarpe o stivali. (p. 429)
  • Una delle cose straordinarie pel viaggiatore che si è avviato attraverso alle foreste della Persia o sulle steppe accosto a queste e dorme nei caravan-serragli o sotto la tenda, si è l'inesprimibile clamore notturno degli sciacalli, i quali insieme scoppiano in urli che echeggiano da ogni parte e salgono alle stelle, poi tutti insieme si taciono per riprendere più terribilmente di prima. La centomillesima parte di un cosiffatto gridìo basterebbe a non lasciar chiuder occhio per tutta la notte all'uomo nelle condizioni consuete della vita; ma dopo di aver cavalcato un'intera giornata, arrivando affranto alla meta, il viaggiatore ha ben altre disposizioni al sonno che non nella vita ordinaria. (p. 429)
  • Intorno alla addomesticabilità dello sciacallo furono espresse delle opinioni abbastanza discordanti dai vari naturalisti, che parlarono per loro propria osservazione. Tutti si accordano nel dire che lo sciacallo è incomparabilmente meglio addomesticabile che non sia la volpe; dicono che è carezzevole, che si affeziona al padrone, lo segue come un cane, ma nessuno ha detto mai che lo sciacallo, anche preso giovane e accudito, sia suscettivo di un ammaestramento quale si può dare anche al cane più comune, e che gli si possa lasciare quella piena libertà che si lascia ai cani domestici. (p. 430)
  • Si suol dare a questo animale il nome di Licaone. Taluni vollero anche chiamarlo Cinojena, a significare appunto le sue affinità colle jene e coi cani. Il carattere più spiccato per cui il licaone si accosta alle jene si è questo, che le sue dita non sono che quattro tanto al primo quanto al secondo pajo delle sue zampe. Anche per le fattezze della sua testa questo animale rammenta una jena piuttosto che non un cane. Ma la sua dentatura è quella dei cani, come è di cane piuttosto che non di jena il suo corpo. Questo è snello e robusto, colle quattro zampe a un dipresso pari. La sua mole è quella di un lupo, non dei più grossi. (pp. 457-458)
  • Anche nei suoi costumi ha più del cane che non della fiera. Vagano per le steppe di giorno e di notte questi animali numerosi, associati per dar caccia alle antilopi, anche le più grosse e forti. Riescono nocevoli all'uomo colla strage che fanno nei greggi. (p. 458)
  • Quando vedono qualche cosa che sembri minacciare un pericolo, abbajano forte; di notte, quando sono in branchi, inquieti e battendo i denti pel freddo, mandano suoni che rammentano la voce umana; quando si vogliono radunare, il loro grido è sonoro e somiglia al secondo suono del grido del cucuolo. Non temono i cani domestici, li aspettano impavidi, si avventano loro addosso quando sono vicini, per lo più li fanno a brani. I cani domestici li odiano tanto che abbajano per delle ore intere anche solo quando ne abbiano udito la voce da lontano. (p. 458)

Volere è potere

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Da molti si è detto, fin dall'antichità, che l'uomo è quale la terra lo produce. I moderni hanno insistito in particolar modo intorno a cosiffatta sentenza, e si sono anche ingegnati di darne la ragione scientifica.
La qualità delle roccie nelle varie contrade, si è detto, i vari rilievi ed avvallamenti de terreni, la direzione e la forza de' venti, le pioggie, i laghi ed i fiumi, il corso delle stagioni, la calda e fredda temperie, tutto quanto infine costituisce la ragione del clima, opera sull' uomo e sullo svolgimento fisico di esso, sulla sua complessione, ne modifica la forza, la longevità, la condizione sociale, morale ed intellettuale.

Citazioni

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  • Il giornalista italiano è ignorante; salvo belle e poche eccezioni. Dovrebbe conoscere le lingue straniere, la geografia, la storia antica e la moderna, le amministrazioni del nostro paese comparate con quelle degli altri, la statistica, i principii generali della legislazione, tenere il lettore informato di quanto avviene di più rilevante presso le altre nazioni, raffrontare il presente col passato e dedurre prevedimenti per l'avvenire, porgere intorno alle cose di momento che avvengono dentro o fuori un dilettevole e quotidiano ammaestramento. Ma egli non ha quelle cognizioni, né può ammaestrare altrui di ciò che non mai seppe imparare. Che cosa fare allora? Polemica, impreteribilmente polemica. (p. 17)
  • Ah sì, pur troppo: in Italia tutto col governo, tutto pel governo, tutto dal governo, nulla senza il governo. Questo è un malanno terribile, perché così l'uomo non impara mai a fare assegnamento sulle proprie forze, ad osare, a confidare in sé stesso. Questo è un malanno terribile, perché in tal modo il povero governo viene ad essere nel concetto della nazione mallevadore di tutto. (p. 33)

Incipit di alcune opere

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Carlo Darwin

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Il Times non ha la pretesa di governare e volgere a sua posta la pubblica opinione ma si contenta di esserne specchio.
Quel giornale, annunziando la morte di Carlo Darwin, ha queste parole:
«....Non è ancora deliberato dove debbano essere sepolti i suoi avanzi mortali, ma il posto della sepoltura deve essere nel tranquillo cimitero del villaggio di Down presso il luogo dove Darwin passò quasi quarant'anni della sua vita....»
Ma la voce potente del popolo inglese gridò che la salma di Carlo Darwin doveva collocarsi nella abbadia di Westminster cogli antichi re e cogli uomini più grandi di quella grande nazione, accosto al Newton. E ciò seguì immediatamente.
L'amplissimo giornale parlò della cosa come se non avesse potuto essere altrimenti e riferì a lungo le onoranze di quella sepoltura.

Carlo Darwin e il gran premio di Torino

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Addì 4 settembre 1835 il dottore Cesare Alessandro Bressa faceva innovare un testamento nel quale lasciava tutti i suoi averi alla Accademia delle Scienze di Torino, affinché colle rendite di essi l'Accademia desse ogni due anni un premio di dodici mila lire a chi nel biennio avesse fatto qualche insigne od utile scoperta, od opera celebre in fatto di scienze fisiche, naturali, matematiche e storiche. Il dottore Bressa lasciava usufruttuaria dei suoi averi una signora, la signora Claudia Amata Dupêché per tutto il tempo della sua vita. L'Accademia delle Scienze di Torino ebbe libero dalla condizione di usufrutto il lascito Bressa soltanto nel mese di luglio del 1876.

Gli acquari

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Silvio Pellico tormentato nei piombi dal caldo, dalle zanzare e dai giudici, s'ebbe un conforto ineffabile da uno stuolo di formiche e da un ragno. Le formiche appena s'avvidero della mensa imbandita sulla finestra corsero a chiamare le compagne, ne venne un esercito, e coi bricioli del pane quotidiano dell'immortale prigioniero s'ebbero ben spesso le briciole dei buzzolai della pietosa Zanze: e il ragno gli s'era fatto così famigliare che venivagli sul letto e sulla mano a prendere la preda dalle dita. Onde quando Pellico, ignaro ancora dei patimenti lunghi e crudeli che lo aspettavano, fu tolto ad un tratto da quel carcere dove aveva pur tanto patito, il suo pensiero corse con dolore alle amate formiche, al povero ragno, e pensò che quelle avrebbero sofferto la fame, e temette che potesse venire là qualche nuovo ospite nemico dei ragni, che raschiasse giù colla pantofola quella bella tela, e schiacciasse la povera bestia.

Forse fra meno di un secolo bisognerà andare a cercare i resti della vecchia Turchia in fondo alle più lontane province dell'Asia Minore, come si va a cercare quelli della vecchia Spagna nei villaggi più remoti dell'Andalusia.
Così dice Edmondo De Amicis, e dice che allora a Costantinopoli non vi saranno più i cani, che oggi ne costituiscono una seconda popolazione.

Il mare

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Fa meraviglia che, in tanta copia di lavori letterari, nissuno abbia pensato mai a raccogliere in un volume le principali cose dette dai poeti intorno al mare.
Ognuno, guardando il mare tranquillo agli splendori del tramonto, o in limpido mattino, o in burrasca, è commosso; ma queste emozioni, l'arcana malinconia, la gioconda festa, la selvaggia sublime voluttà, i poeti hanno, naturalmente, senza paragone più degli altri uomini, sentito e dipinto, e i colori son stati varii, secondo l'indole speciale e la tempra del loro animo e del loro ingegno, il tempo in cui hanno vissuto, il tratto della loro vita in cui hanno scritto.

In Egitto. La caccia della jena

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Stavamo, al tramonto d'un giorno d'autunno, sul pendio d'una collinetta, una lieta brigata di vostri ospiti; ed io narrava d'un crocchio artistico e letterario torinese, che avea messo nel regolamento il seguente articolo come condizione d'ammissione:
«Art.... Ogni socio, la sera in cui sarà accolto, narrerà in stile sublime la storia della sua vocazione, e in istile dimesso la storia dei suoi primi amori».

Devo parlare dell'aria: t'assicuro, lettor mio, che mi dà molto pensiero il modo di incominciare. Molti amici miei, che si arrovellano per far imparare al prossimo il modo d'insegnare, mi hanno più volte ricantato che non bisogna adoperare un nome del quale non siasi prima data un'esatta definizione, né servirsi di cognizioni che non siano venute per le vie scientifiche; precetto che un po' troppo rigorosamente applicato, condusse qualche maestro elementare ad insegnare in buona fede ai bambini, quali siano i muscoli che debbono muovere per pronunziare ciascuna vocale e ciascuna consonante dell'alfabeto: dissi insegnare, ma avrei dovuto dire invece fare imparare a memoria un trattatino fisiologico della pronunzia a quei poveretti, i quali te lo ripetono in coro, con quel tono con cui i pappagalli ripetono i vocaboli, i canarini le ariette di musica, e i versi di Dante un mio conoscente professore di declamazione.

  1. Da Gli acquari.
  2. Citato in Naturalisti italiani, A.Sommaruga, Roma, 1884.

Bibliografia

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Voci correlate

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