Margarita Miniati

scrittrice greca

Margarita Miniati, indicata anche come Margarita Mignaty o Margherita Albana Mignaty (1821 – 1887), scrittrice greca.

Margarita Miniati

Caterina da Siena

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  • Tipo originale, Caterina non rassomiglia a nessuno: le celesti visioni, la energia straordinaria, la fede inconcussa nel grande ideale umano, le vennero dall'intimo convincimento dell'anima, ed è cosa importantissima il considerare come questo possente mondo spirituale nasce, cresce, s'afferma in una eletta, delicata coscienza e da questa riesce a signoreggiare il mondo esterno. (cap. I, p. 24)
  • Vide [Caterina] passare un mendicante estenuato, quasi nudo; non avendo altro in quel momento, gli dette il suo mantello di Domenicana. Quel mantello, sebbene in più luoghi rammendato, erale carissimo, e non esitò a privarsene per coprirne l'infelice; ma ì superiori suoi la costrinsero a ripigliarlo e la sgridarono assai per aver abbandonato il segno dell'ordine, l'egida della Chiesa. Essa rispose allegramente: «Meglio mancar di mantello che di carità.» (cap. II, p. 38)
  • Un giorno, per circostanze impreviste, [Caterina] dovette recarsi più tardi dell'ora consueta presso una lebbrosa, della quale curava sera e mattina le piaghe raccapriccianti, e costei spazientita gridò: «Ah! viene; finalmente questa regina del sobborgo! Non si stanca mai di quella cara chiesa, e di quei cari frati che non vuol mai lasciare!» Caterina comprese l'insinuazione perfida e ne arrossì, ma invece di rispondere, chiese scusa alla malata del suo ritardo e continuò a curarla con un raddoppiamento di zelo, tanto che se ne attaccò la lebbra e non la perdette che alla morte dell'inferma. (cap. II, pp. 41-42)

La vita e le opere del Correggio

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  • [...] per le sue qualità personali, Federigo II sembrava predestinato ad essere il protettore delle arti e delle lettere, l'iniziatore intelligente della più splendida coltura.
    Nessun principe nella storia moderna offre per avventura contrasti così violenti fusi al crogiuolo di una energica individualità, e temperati alle più dolci armonie di una natura riccamente dotata. Straniero e indigeno al tempo stesso, figlio di uno Svevo e di una Normanna, Italiano per nascita, per educazione e tendenze dell'animo; spirito vivace, colto e penetrativo; indole ambiziosa e veemente, ingegno poetico, cuore appassionato e animo altero; sapiente, dolce e affabile talora, tiranno capriccioso e collerico talaltra, atto a trascorrere sino alla demenza sotto l'impero della passione; assennato, equo e generoso in certi momenti; superstizioso e libero pensatore ad un tempo, pur sempre pagano; accoppiando in sé la forza e la serietà del Nord alla venustà siciliana e all'ardore saraceno. Federigo II fu, sotto le splendide parvenze di un monarca orientale, l'inscrutabile sfinge, la meteora abbagliante del secolo in cui visse. (Introduzione, I, pp. 15-16)
  • Spirito fecondo e calcolatore, intelligenza accorta, politico senza coscienza, uomo di gusto raffinato, comprendendo le arti con intelletto d'artista, animo freddo e cinico, verseggiatore facile, erudito e gaudente, Lorenzo il Magnifico sembrava destinato ad essere il tiranno ammaliatore e il raggiratore della società del suo tempo. In questo principe, che conosceva a fondo l'arte del governare, noi troviamo non solo il Mecenate degli artisti, ma altresì il corifeo dei libertini, il re della jeunesse dorée, l'impresario per eccellenza della Città de' Fiori. (Introduzione, III, pp. 28-29)
  • Quell'uomo che, non contento di asservire la sua patria, rubava l'obolo dei poveri e consumava nelle orgie la dote delle figlie del popolo per trascinarle quindi a perdizione, fu colpito nella sua ora estrema dal rimorso. Dal suo letto di morte Lorenzo il Magnifico fece chiamare a sé il Savonarola, che aveva avuto il coraggio di sfidarne l'ira, e dal quale egli ora chiedeva l'assoluzione.
    Il Priore di San Marco si condusse a Careggi presso il principe morente, che gli fece la confessione dei suoi delitti: – È in voi viva la fede in Dio? – Sì. – Restituite dunque i fondi da voi sottratti al Monte di Pietà. – È mia ferma volontà il farlo. – Rendete la dote alle giovinette che furono spogliate da Voi. – Vi acconsento. – Ma sopra tutto rendete a Firenze la sua libertà!
    A tai parole del Monaco imperterrito, che colla destra distesa sopra il moribondo reclamava i diritti della sua Patria, Lorenzo rivolse altrove lo sguardo e morì senza assoluzione. (Introduzione, III, pp. 29-30)
  • Per la scelta dei soggetti, come per la qualità del suo pennello, il Veronese è senza dubbio il pittore nazionale della sua patria. I soffitti e le pareti del Palazzo Ducale sono ricoperti delle sue pitture. Le battaglie navali, le feste pubbliche, i trionfi nazionali, Dogi, Dogaresse, senatori, guerrieri e sopratutto l'apoteosi di Venezia la Regina della Laguna, adorna di tutti i tesori del mondo e circondata dagli omaggi dei re e de' Numi, furono i suoi soggetti. Ed egli li ritrae con tratti maestosi, con un lusso di colorito e una profusione di stoffe riccamente svariate, che invano cercheremmo altrove. Tutti i suoi quadri sono altrettanti inni di gioia che festeggiano la Regina dell'Adriatico. (Introduzione, X, p. 87)
  • Tiziano del Cadore, nato pittore per la grazia di Dio e pel vigore della sua tempra, fu durante la sua vita e dopo la sua morte il più vagheggiato e il più universalmente celebre di tutti i Maestri Veneti. Uomo di mondo, amante fortunato, favorito dai Principi, egli ebbe in ogni incontro, nel corso della sua lunga vita, il privilegio di acquistarsi il favore di ognuno e di riuscire in tutto. Estraneo alle grandi commozioni, alle profonde tristezze dell'anima, egli visse nella piena luce di quel sole che splende sui fortunati della terra, che sembrano nati esclusivamente alla gioia. Ed è appunto la vita sensuale, aurea e brillante, vita di gran signore e d'artista colle sue grazie, col fascino delle sue seduzioni, quella che il Tiziano ha raffigurato in tutto il suo splendore. (Introduzione, X, p. 89)
  • Mercé la vigoria del suo genio creatore il Tintoretto sorge superiore di assai al più fortunato Tiziano e alla splendida esecuzione del Veronese. Questi due ultimi furono grandi solo come pittori: nel Tintoretto, all'incontro, noi troviamo immaginazione fervida, anima potente a creare, e cuore di poeta. Dal momento in cui egli con mano infantile incominciò ad adoprare il pennello, fino all'ultima ora del viver suo, la pittura fu sua lira, sua musa e sua amante. Non v'ebbe forse artista che amasse l'arte sua così devotamente e con tanta abnegazione: fu in lui più che passione, eroico fervore per l'Arte. (Introduzione, X, p. 97)
  • Il genio del Correggio ha saputo interpretare i miti della Grecia con tutta la libertà del suo eccelso intelletto. Da questo lato Antonio Allegri è il solo fra i maestri italiani che abbia saputo risuscitare in tutta la loro bellezza le poetiche leggende e le più vaghe immagini dell'antichità greca. Ei le fa risplendere di tutta la luce che informava il suo spirito, e le rianima al soffio di una ricca e sorridente natura, quale era quella dei poeti che le aveano create. (cap. III, pp. 236-237)

Bibliografia

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