Marco Fabio Quintiliano

retore romano di età imperiale

Marco Fabio Quintiliano (35 – 95), grammatico, oratore e scrittore romano.

Quintiliano

Citazioni di Marco Fabio Quintiliano

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  • A chi è felice è difficile avere una vera comprensione della miseria.
Est felicibus difficilis miseriarum vera aestimatio.[1]
  • Lo spirito critico non è adatto ai giovinetti, non va in essi fatto prevalere sulla fantasia e sulla creatività.[2]

Institutio oratoria

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  • Le vane speranze sono spesso come sogni fatti ad occhi aperti. (I, 2, 19)
Caligat in sole.
  • Prima virtù dell'eloquenza è la perspicuità. (II, 3, 8)
Prima est eloquentiae virtus perspicuitas.
  • Io (e non lo dico senza il sostegno di altri) penso che oggetto di studio della retorica siano tutte le cose possano rientrare in un discorso. (II, 21, 4)
Ego (neque id sine auctoribus) materiam esse rhetorices iudico omnes res quaecumque ei ad dicendum subiectae erunt.
  • Il bugiardo deve avere buona memoria. (IV, 2, 91)
Mendacem memorem esse oportet.
  • Dove sono amici, lì sono denari. (V, 11, 41)
Ubi amici ibi opes.
  • Propositum potius amicum quam dictum perdendi.
Il proposito di perdere un amico piuttosto che una battuta. (VI, 3, 28)
Preferii rinunciare ad un amico anziché ad un motto.[3]
  • E in Tito Livio, scrittore meravigliosamente fluido, Asinio Pollione pensa che ci sia una certa dose di «patavinità». Perciò, se possibile, sia le parole tutte che la pronuncia odorino di uno che è cresciuto in questa città, di modo che il linguaggio sembri senz'altro romano, e non beneficato dalla concessione della cittadinanza. (VIII, 1, 3; 1979, p. 133)
Et in Tito Livio, mirae facundiae viro, putat inesse Pollio Asinius quandam Patavinitatem.
  • La mente si deve formare leggendo in profondità, più che leggendo molte cose. (X, 1, 59)[4]
  • Senza dubbio, esclusivamente nostra lo è la satira, nella quale Lucilio, che per primo vi conseguì distinta fama, ha ancora oggi dei lettori così fedeli a lui da dire di preferirlo non solo agli altri satirici, ma anche a tutti i restanti poeti. Ma io non sono d'accordo né con loro né con Orazio, il quale ritiene che Lucilio sia grossolano e che usi delle parole che andrebbero tolte. Infatti sono ammirevoli in lui l'erudizione e la libertà di spirito, e anche la mordacità, la notevole arguzia. (X, 1, 94)
Satura quidem tota nostra est, in qua primus insignem laudem adeptus Lucilius quosdam ita deditos sibi adhuc habet amatores ut eum non eiusdem modo operis auctoribus sed omnibus poetis praeferre non dubitent. Ego quantum ab illis, tantum ab Horatio dissentio, qui Lucilium fluere lutulentum et esse aliquid quod tollere possis putat. Nam et eruditio in eo mira et libertas atque inde acerbitas et abunde salis.
  • [...] al punto che la stessa lingua latina non mi sembra essere capace di quell'eleganza concessa solo agli Attici. (X, 1, 100)
[...] ut mihi sermo ipse romanus non recipere videatur illam solis concessam Atticis venerem.
  • Non esiterei a contrapporre Sallustio a Tucidide, né Erodoto potrebbe avere a sdegno che gli sia paragonato Tito Livio, che non solo è scrittore meravigliosamente piacevole e di luminosissima eleganza, ma anche si esprime, nei discorsi, con una efficacia e dignità superiori ad ogni descrizione, cosicché tutto quel che è detto è adatto sia alle situazioni sia ai personaggi: per dirla in breve, quanto agli affetti, e particolarmente quelli più miti, nessuno degli storici ha saputo renderli in modo più appropriato. Per questo egli ha uguagliato con pregi diversi la divina efficacia di Sallustio.[5] (X, 1, 101-102)
  • Quelli che appaiono saggi in mezzo agli stupidi, in mezzo ai saggi appaiono stupidi. (X, 7, 21)
Qui stultis videri eruditi volunt, stulti eruditis videntur.
  • La maggior parte delle cose sono oneste o turpi non tanto per sé stesse, quanto per i motivi per cui si fanno. (XII, 1, 3)
  • Il maldicente non differisce dal malvagio che per l'occasione. (XII, 9, 9)
Maledicus a malefico non distat nisi occasione.
  • A porre in luce egregiamente le cose furono scoperte le similitudini: delle quali alcune vengono collocate tra le prove di ragionamento appunto per provare, altre vengono composte per rendere efficacemente le immagini delle cose [...]. Nella similitudine è necessario assolutamente evitare che l'elemento scelto come termine di paragone sia oscuro o ignoto: quella cosa che viene presa per illuminare un'altra, dev'essere più chiara di ciò che illumina. (VIII, 3, 72-73)
Praeclare vero ad inferendam rebus lucem repertae sunt similitudines: quarum aliae sunt, quae probationis gratia inter argumenta ponuntur, aliae ad exprimendam rerum imaginem compositae [...]. Quo in genere id est praecipue custodiendum, ne id, quod similitudinis gratia adscivimus, aut obscurum sit aut ignotum: debet enim quod inlustrandae alterius rei gratia adsumitur, ipsum esse clarius eo, quod inluminat.

Citazioni su Quintiliano

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  • Alle Instituzioni di Quintiliano si potrebbe apporre l'epigrafe d'un filosofo del secolo scorso: Io vidi il costume del mio secolo e pubblicai quest'opera. E il secolo di Quintiliano avea d'uopo di lui. (Alexandre Ledru-Rollin)
  • Quintiliano [...] nelle Instituzioni dedicate a Marcello presentò lezioni, non solo di bene scrivere, ma di bene operare, istruì l'animo e l'intelletto, e pose per base de' suoi precetti che i costumi sono l'incremento delle lettere, che madre della vera eloquenza è la virtù. (Alexandre Ledru-Rollin)
  1. Da Decl., p. 6.
  2. Citato in Albino Luciani, Illustrissimi, APE Mursia, Milano, 1979.
  3. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli.
  4. Citato in Aa. Vv., Dizionario delle sentenze latine e greche, a cura di Renzo Tosi, Rizzoli, Milano, 2017, § 486. ISBN 978–88–58–69020–8
  5. Citato in Letteratura latina.

Bibliografia

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  • Giovanna Garbarino, Sergio A. Cecchin, Laura Fiocchi, Letteratura latina, Excursus sui generi letterari, volume unico, retorica e comunicazione letteraria a cura di Franca Parodi Scotti, Palumbo Editore, Torino, 2005² [1995]. ISBN 978-88-395-3108-7
  • Marco Fabio Quintiliano, L'istituzione oratoria, vol. II, traduzione di Rino Faranda aggiornata e riveduta a cura di Piero Pecchiura, UTET, Torino, 1979² [1968]. ISBN 9788802034362

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