Manara Valgimigli

filologo classico e poeta italiano

Manara Valgimigli (1876 – 1965), filologo, grecista, poeta e scrittore italiano.

Manara Valgimigli

Citazioni di Manara ValgimigliModifica

  • Fervore di sangue che si dilata in respiri profondi, contemplazione, desiderio e possesso di cose belle, da una notte stellata a una veste candida; gioia e pienezza di vita che si discioglie in canto; questa è la poesia di Saffo. Cosa miracolosa, disse Strabone. Parole immacolate. I nessi logici sono ridotti al minimo; assottigliati fino scomparire; cose trasferite nelle parole; e parole essenziali, imbevute di colore, aerate di canto.[1]
  • Il Monti non traduce, ma interpreta: che è pur l'unico modo di tradurre. Subito egli coglie di un episodio, di un personaggio, di un'azione, l'accento fondamentale; e a quello volge e piega il suo interpretare, che è il suo tradurre, e intona il suo canto. Non ha deviazioni o urti o arresti, come chi sia preoccupato di altro e ad altro intenda: come chi, per esempio, si affatichi su l'analisi verbale del testo, o si adoperi di seguir certo stile e di provocare e ottenere effetti voluti. Egli ha dentro una sua musica: e quella ode e a quella obbedisce.[2]
  • [Su Francesco De Sanctis] Quell'occhio acutissimo che tutto guardò, come soleva dire, da entro, la cosa più intima e più singolare dell'espressione poetica, che è la parola, non la guardò; gli rimase esterna; non fece esperienza del lavoro proprio dell'arte; e insomma il senso storico della lingua e della tecnica poetica non l'occupò mai troppo, né lo preoccupò. Il quale fu una conquista del Carducci. Le pagine del Carducci, per esempio, su la lingua e su la tecnica del Giorno di Parini, il De Sanctis né le scrisse, né avrebbe potuto scriverle.[3]

Il mantello di CebèteModifica

  • [Castelrotto] Una piazzetta antica, col Municipio e altre case in perfetto stile locale, o con tetti a largo spiovente, o diritte fino al sommo di una sagoma merlata e una finzione di tegoli sopra i merli, e tutte hanno finestre e balconi fioriti di fiori rossi, o garofani o gerani; un getto largo di fontana, e un campanile altissimo che è del paese la più visibile gloria. Il quale sarà tozzo e rozzo e sproporzionato di altezza quanto volete, ma quel grosso cipollone verde che ha sulla cima, e la torretta e la croce dorata che luccica al sole, fa sempre compagnia e piacere seguitare a vederli per ore e ore dovunque si vada, anche lontano, o si salga sul Pèz, o si prenda la via per San Michele e la forcella che scende in Val Gardèna, o si cammini in cresta, da Collalbo, di là dall'Isarco, per le praterie del Renòn. [...] stradette acciottolate, col verde che cresce fra i ciottoli e ai margini come nei paesi del mio paterno Appennino; e in queste stradette la bottega del fabbro, del sellaio, del falegname, del sarto. Sia lodato il Signore.[4]
  • Il messinese schietto ha una sua aristocrazia che io non saprei in Italia ritrovar simile se non in qualche città del Veneto; non solo formale, ma signorile nell'intimo; e fastidio e repudio assoluto di ogni pedanteria e grettezza; e in più una generosità che è propria del sangue siciliano, sostenuta da un senso superiore della vita, tra rassegnato e malinconico e amaro, il quale risale, credo, molto lontano, e forse muove dalla stessa sorgente a cui nutrirono il loro sorriso Socrate e i grandi Sofisti.[5]
  • Rinascono ogni anno le rondini, ma è come fossero sempre le stesse. Riconoscono i vecchi nidi, i comignoli, gli èmbrici, le grondaie. E noi le aspettiamo e desideriamo e amiamo come fossero sempre quelle di ieri, come aspettiamo i fiori il grano le foglie che rinascono a ogni stagione. Potessimo questa illusione riportarla anche su creature nostre![6]
  • Ognuno ha nel mondo la sua strada, che non è la tua strada. La madre, vorrebbe restare su le orme del figlio, e nemmeno lei può, ed è la sua pena di madre. S'incontrano due da prima ignoti, e si riconoscono. Come se da tempo si fossero ricercati. È un attimo. Si è accesa intorno a loro una grande luce. Dicono parole strane. Parlano un linguaggio aereo dove le parole si assottigliano e si fondono. E a quella luce il mondo si scolora, perde consistenza, svanisce. Qualche rara volta agli uomini mortali concedono gli dèi questo dono di felicità. Poi la luce si spegne. Il mondo ritorna duro e opaco.[7]
  • La montagna è come una di quelle grandi liriche, diciamo, elementari, dove le parole sono al loro luogo eterno e non si possono né scambiare tra loro né mutare con altre.[8]
  • E così anche a me, una bella mattina, venne incontro l'aereo seggiolino rosso. L'uomo lo frena un attimo sulla voltata. [...] E subito mi trovai con le gambe pèndule nella montagna vuota. [...] Giù a terra la mia ombra seguace, sotto il sole già alto, pareva come raggomitolata. Sogno di un'ombra, caro Manara, l'effimero uomo mortale. [...]
    Avessi dovuto farmelo tutto a piedi questo pezzo di strada come dieci anni fa, oggi il resto, di qui fino alla cima, non avrei potuto. A una certa altezza, anche su òmeri un poco induriti e grevi, qualche punta novella di ala ricresce e alleggerisce l'andare. E dunque abbiate pazienza, fratelli e compagni Caini, se io sono molto riconoscente a questo seggiolino; e se vi dico che mi sembrano di un egoismo piuttosto retorico il vostro disdegno e la vostra rancura contro questo e altri simili mezzi di trasporto.[9]
  • [...] di questi mezzi la seggiovia è veramente a me il più diletto e felice. Tutto e solo per me, nell'aperta aria che solo odora di montagna e di cielo. Di quanti si possa essere nella catena, il prossimo mio più prossimo è almeno alla distanza di quindici metri. [...] C'è invece l'allegro saltellare dei seggiolini vuoti di ritorno, e sai che i passeggeri che ti hanno preceduto già li ha mangiati l'Orco della montagna che tra poco mangerà anche te.[10]

Citazioni su Manara ValgimigliModifica

  • Valgimigli affida le sue sorti non ad apparati di critica testuale di erudizione antiquaristica o a un'edizione critica, ma a traduzioni di testi, non per la prima volta da lui tradotti, ma certo rivelati e discoperti quasi fosse la prima volta; testi, su cui s'è accumulata un'esegesi millenaria e un secolare travaglio ermeneutico, eppure accostati e penetrati nella loro nudità, vorrei dire nella loro verginità, nel loro originario vigore e sapore, quasi l'onda del Tempo li avesse più volte sfiorati senza toccarne la sostanza. Opera di fiducia e di amorosa tenacia, di salda tensione spirituale appena dissimulata nella pacata e chiara forma dello stile, nella suasiva ritmica armonia di una scrittura senza equivoci e senza ambivalenza, arcaicamente e modernamente pura, profonda, viva, sottilmente vibrata, deliziosamente composta nei suoi còla ora corrispondenti ora dissoni, ora succedentisi, ora alternantisi.
    È la magica prosa di Valgimigli che ha le sue pause e le sue cadenze, il suo ritmo: che certo l'usura del tempo risparmia e risparmierà. (Marcello Gigante)

NoteModifica

  1. Citato in Francesco Pedrina, Musa Greca, Casa Editrice Luigi Trevisini, Milano5, p. 291.
  2. Da Omero, Iliade, nella traduzione di Vincenzo Monti, commentata ad uso delle scuole medie inferiori da Manara Valgimigli, nuova ristampa, Firenze, Le Monnier, 1941, pp. XV-XX; in De Marchi e Palanza, Protagonisti della civiltà letteraria nella critica, Antologia della critica Letteraria dalle Origini ai nostri giorni, Casa Editrice Federico & Ardia, Napoli, 1974, p. 512.
  3. In Pan, fascicolo di aprile del 1935; citato in Luigi Russo, La oritica letteraria (Carducci critico), Sansoni, 1967, p. 5.
  4. Da Castelrotto, p. 32.
  5. Da Messina, pp. 55-56.
  6. Da Rondini, p. 100.
  7. Da La margherita del Pordoi, pp. 102-103.
  8. Da Il Val del Pan, p. 124.
  9. Da La seggiovia, p. 131.
  10. Da La seggiovia, pp. 134-135.

BibliografiaModifica

  • Manara Valgimigli, Il mantello di Cebète, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 19522.

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