Luciano Bianciardi

scrittore, saggista e traduttore italiano (1922-1971)

Luciano Bianciardi (1922 – 1971), scrittore, giornalista, traduttore italiano.

Luciano Bianciardi

Citazioni di Luciano BianciardiModifica

  • Anziché mandarmi via da Milano a calci in culo, come meritavo, mi invitano a casa loro.[1]
  • Ci avevano allevati dunque per questo, per comandare, cinquanta soldati, cinquanta contadini, e portarli a sparare contro altri cinquanta soldati, cinquanta contadini?[2]
  • Fra queste due Italie per diverso motivo depresse, come suol dirsi oggi, la nostra Italia di mezzo non riesce a trovare la mediazione. Star lì è comodo quanto vuoi, ma non serve a nulla. Io credo che noi due siamo venuti quassù proprio per questo, per tentare la mediazione. [...] Quassù noi siamo venuti allo stesso modo che se si fosse preso il treno per Matera. In una zona depressa siamo venuti, credilo pure, e ben più difficile che la Lucania: perché là la depressione salta subito agli occhi, mentre qui si maschera da progresso, da modernità. [...] Sta a noi batterci per il sollevamento, per il risorgimento, diciamolo pure, di questa Italia, anche di questa Italia.[3]
  • Ha piovuto sempre. D'agosto pioveva, poi ha piovuto a settembre. Ha piovuto a ottobre. Non c'è stata stagione. Non ci sono più stagioni, ormai, piove sempre. E fa sempre freddo.[4]
  • La censura è quasi sempre, più che un'imposizione dall'alto, un cedimento supererogatorio dal basso. E più spesso figlia della paura e del conformismo che dell'autorità inquisitoria. Proprio per ciò essa è la negazione della democrazia.[5]
  • [Sull'allunaggio dell'Apollo 11] Questa luna che un tempo posava quieta sopra i tetti, ora è distante trecentocinquantamila chilometri, ora è brutta, immonda, morta, e ci hanno messo il piede sopra due terrestri dai capelli tagliati corti, proprio come i marines che perdono la guerra nel Vietnam.[6]
  • Tu credi, europeo marcio, di amare il deserto, la natura, la campagna, ma poi dici "finalmente" quando ricompaiono i segni dell'odiata civiltà.[7]
  • Vedi, forse tu non sai chi fosse Bruno Tasso. Era un mio amico, faceva lo stesso mio mestiere, il traduttore, e si ammazzò poco tempo dopo l'uscita de La vita agra. [...] Qualcuno dice che si ammazzò perché era alcolizzato o perché non andava d'accordo con la moglie o perché Garzanti l'aveva licenziato, ma non basta questo a spiegare le cose. La ragione vera è che faceva quel mestiere e ne era ossessionato fino al punto di decidere di farla finita. Perché, vedi, non tutti se ne rendono conto, ma tradurre è un mestiere micidiale che ti costringe ore e ore attaccato alla macchina da scrivere a cercare parole che poi tu presti ad altri. E spesso sono parole prestate a persone e a libri inutili e questo a poco a poco logora e uccide.[8]
  • Voglia il cielo ch'io sia cattivo profeta, ma anche in questo i piemontesi prevarranno, lasciando ai napoletani solamente i maccheroni e i mandolini, e pigliandosi il resto.[9]

Il lavoro culturaleModifica

IncipitModifica

Il problema delle origini ha sempre sedotto e affaticato la mente di saggi, sapienti e intellettuali: origini dell'uomo, delle specie, della società; origini del male e della disuguaglianza. Dalle origini di una città o di una religione si son calcolati gli anni, e dire "originale" significa riconoscere un merito. Insomma pare — e chissà poi per quale ragione — che alla gente importi più del passato, del remoto passato, incapace ormai di far male ad alcuno, che dell'avvenire, del prossimo avvenire, sempre, come ben sappiamo, minaccioso e incombente. Stando così le cose non c'è sa stupirsi se anche nella nostra città, piccola città, ma civile e progredita, c'erano sapienti, dotti e intellettuali che ne cercavano alacremente le origini.

CitazioniModifica

  • Gli etruschi? Ma gli etruschi non sono mai esistiti. Voi vi chiedete da dove sono venuti, se dal continente, o dall'Asia Minore, o dall'America; avanzate anche l'ipotesi che siano sempre stati qui. Ebbene, avete tutti ragione e tutti torto, cioè vi ponete un problema che non ha senso. Avrebbe senso chiedersi da dove sono venuti i piemontesi, o i toscani, o i milanesi? Non esistono popoli che, tutti d'accordo, un bel giorno prendono il mare (dove trovano tante navi, oltre tutto?) e se ne vanno altrove. (p. 12)
  • Noi andavamo spesso a vedere crescere la nostra città, a vederla avanzare vittoriosa, dentro la campagna, contro la campagna, a conquistare altro territorio. Si muoveva, si muoveva sensibilmente, a vista d’occhio, la nostra città. (p. 14-15)

La vita agraModifica

IncipitModifica

Tutto sommato io darei ragione all'Adelung, perché se partiamo da un alto-tedesco Breite il passaggio a Braida è facile, e anche il resto: il dittongo che si contrae in una e apertissima, e poi la rotacizzazione della dentale intervocalica, che oggi grazie a cielo non è più un mistero per nessuno. La si ritrova, per esempio, nei dialetti del Middle West americano, e infatti quel soldato dell'aviazione che conobbi a Manduria mi diceva «haspero» mostrandomi il ditone della mano destra ingessato, e io non capivo; ma poi non c'è nemmeno bisogno di scomodarsi a traversare l'Oceano, perché non diceva forse «Maronna mia» quell'altro soldato, che era nato appunto a Nocera Inferiore?

CitazioniModifica

  • Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa e meccanica di positure, gesti, atti, trabalzamenti, in vista dell'evacuazione seminale, unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta, il resto è puro simbolo che serve a spingerti all'attivismo vacuo. Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all'infinito. (p. 64)
  • Ora, i tacchi a spillo sono stati inventati per spostare il baricentro della figura femminile, dandole così un portamento sessuato e cattivante. Allo stesso scopo in Cina scorciavano un tempo i piedi alle bambine, così da grandi avrebbero avuto il baricentro spostato, e l'andatura di cui si diceva sopra. Tutto questo vale purché l'incesso della donna sia lento e armonico. Se invece la donna vuole essere, oltre che sessuata, efficiente, e sui tacchi a spillo ci va di premura, di prescia, di fretta insomma, allora lo spostamento di baricentro provoca una scossa sgraziata che si scarica sulle gote e le fa sconciamente vibrare. (p. 106)
  • Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra, i piedi, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro. (p. 108)
  • Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti e attitudini di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. (p. 109)
  • E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione. (p. 109)
  • Il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. (p. 109)
  • Mentre l'uomo ha sulle spalle millenni di storia faticosa e ingrata, la donna esce appena oggi dalla soggezione, fresca e riposata, carica di energia e di voglia di rifarsi contro l'oppressore maschio. (p. 110)
  • Io, lo giuro, non ho paura della morte, ma l'agonia sì, mi fa paura, specialmente quando dura anni, e ti mozza il lavoro, e tu stai male, avresti bisogno di riposarti e di guarire, e invece continuano a tafanarti i padroni di casa, i letturisti della luce, Mara con la comunione e le palline del bimbo, le tasse, i rappresentanti di commercio, i datori di lavoro, i medici, i farmacisti, le cambiali, gli esattori dell'abbigliamento. L'agonia continua fino a che a tutti costoro sembri che ci sia il modo di levarti di corpo qualcosa ancora, e fino a che tu abbia la forza di continuare. Poi lasciano che tu muoia. (cap. IX, 1971, p. 166)
  • È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l'occupazione assoluta e relativa, il numero dello auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l'età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d'Italia.
    Tutto quello che c'è di medio è aumentato, dicono contenti. e quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda.
    A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera.
    io mi oppongo. (cap. X, p. 176)
  • No Tacconi, ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare in interiore homine.
    Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha. (cap. X, p. 160)
  • Nell'attesa che ciò avvenga, e mentre vado elaborando le linee teoriche di questo mio neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi e sopravvivere. (p. 163)
  • Io lo dico sempre, metteteci una catasta di libri, e accecati come sono comprerebbero anche quelli.[10] (p. 172)
  • E poi mi sono accorto che andando in centro trovi sì qualche conoscenza, ma ti accorgi subito che la tua conoscenza è un fatto puramente ottico. Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. (p. 194)
  • Insomma se uno è costretto per nascita e malasorte a lavorare, meglio che lavori di continuo finché non muore, e se ne stia fermo sul posto di lavoro. Io non capisco tanta gente che sgobba per farsi la casa bella nella città dove lavora, e quando se l'è fatta sgobba ancora per comprarsi l'automobile e andare via dalla casa bella. Io poi l'automobile non l'avrò mai, e nemmeno la casa bella; debbo contentarmi di lavorare per restare come sono, e lavorare sempre di più, anzi, perché con il continuo aumento dei prezzi, per restare come sono occorre un guadagno ogni anno maggiore. (cap. XI, 1971, p. 215)
  • Il purgatorio moderno è fatto di purghe, di iniezioni, di interventi chirurgici.

ExplicitModifica

Io resto lì mezzo coricato, coi pensieri sempre più nebbiosi. Mentre si guardavano soffiò la granata del bengala, e tracciò il suo arco iridescente e sbottò nel paracadute. Dev'essere così: quel plopped è uno sbottò. Ma più avanti come la metto? E' lo stesso plopped, no? Dice: the soft blob of light plopped and burst on the open page. E' quando Gragnon sta leggendo Gil Blas, lo ricordo. La morbida bolla di luce gocciò e si ruppe sulla pagina aperta. Come quella che spenge Anna prima di venire nel mio letto. E anch'io, tra poco, sbotto e goccio. Dunque quel plopped va bene così, no? Poi il sonno è già arrivato e per sei ore io non ci sono più.

Aprire il fuocoModifica

IncipitModifica

Tutto sommato io darei ragione al povero Ponzani, ingegnere civile e avveduto, quando per questa comunità di Nesci, al posto della pietra di Finale, che diede di sé prove assai grame, scelse la quarzite di Sanfront: non soltanto essa regge meglio allo sfrido, ma anche si presta benissimo a comporre i disegni su cui io leggo i pronostici del mio diverso esilio, e difatti a forza di pronosticare ci ho consumato sopra sette paia di scarpe e lo sa dio quante altre paia ce ne consumerò su.

CitazioniModifica

  • Già lo sento, io, quel che diranno sociologi e sindacalisti fra una cinquantina d’anni. Diranno che il sesso è un bene, di cui la fruizione dovrebb’essere garantita a tutti, come il tetto, il vitto, l’automobile e tre biglietti settimanali per il cinema (seconda visione) e ciascuno deve avere i mezzi per procurarsela, ’sta maledetta fruizione, e insieme liberarsi dalla nozione medievale, che la si debba ottenere, sempre la fruizione si capisce, grazie alla malmascherata forma di carità che continua a chiamarsi, con parola desueta, amore. (cap. I, p. 9)
  • Perciò io faccio soltanto le visite indispensabili al mio quotidiano campare, al mio lesso striminzito e stopposo che mastico amaramente ogni giorno. Ho la valigia piena del prodotto del mio diuturno battonaggio, carte su carte di ribaltatura, il membruto Dax, il fedele Gato Gordo, l’immonda Amparo col di lei padre ancora più immondo, el Diablo Rojo e l’intera mignotteria internazionale, a lot of whores on both sides of thè Ocean. È roba che pesa, dentro la valigia, e non soltanto per la massa delle sudate carte, ma anche perché c’è dentro l’alienazione quotidiana, la frustrazione, il passaporto per Mombello, l’abbelinamento, l’imbischerimento, la rimozione, il transfert, il crampo traslatorio, la sindrome, la nausea mediana, l'appercezione deviata, la deformazione professionale, la minchioneria altrui che m’imminchiona. Arrivo di soppiatto, mollo il malloppo, chiedo la grana. Pochi, maledetti e subito. Niente firme, sono pericolose. (cap. IV, pp. 65-66)
  • Fu una festa così bella che a tutti venne la voglia di continuarla il giorno dopo, con stendardi, luminarie e applausi. Ma stavolta mancò il permesso della gendarmeria, perché il governatore Spaur aveva perso la pazienza, giurando di non volere più farsi menare per il naso con il pretesto dell’arcivescovo nuovo. E invece la gente, incaponita, il giorno dopo era di nuovo lì a gridare viva papa Giovanni, e naturalmente anche viva l’Italia. E viva Bergamo, che era la città natale sia del nuovo papa che del nuovo arcivescovo, ed era anche, vivaddio, la città che aveva dato più camicie rosse, giù in Sicilia, a Giuseppe Garibaldi, a cominciare dal bellissimo Francesco Nullo. (cap. VI, p. 84)
  • Per quanto una guerra sia giusta, per quanto odiato il nemico, all’atto pratico ciascuno preferisce non avere morti sulla coscienza, non sapere se ha mai ucciso. (cap. XI, p. 145)
  • Chi visiti l’isola di Manhattan può fare questa prova probante. Si faccia portare a Trinity Church, in tassì, tenendo gli occhi chiusi. A occhi chiusi scenda, una volta arrivato a destinazione, dallo sportello di destra, e qui, dopo aver pagato la corsa, apra finalmente gli occhi. Ammirerà questo gioiello di architettura cattolica, mediterà sulle lapidi posate fra l'erba del sagrato. Poi faccia dietrofront e soltanto allora vedrà quali siano le vere cattedrali del mondo d’oggi : sono quelle, le banche di Wall Street. (cap. XIV, p, 174)
  • Adesso viene tutto il mondo, tutto il mondo in casa nostra. Notizie da Praga e notizie da Saigon, notizie da Roma, mai, mai, mai una volta che, neanche di sfuggita, si accenni ai fatti milanesi del cinquantanove. Nella capitale morale tutto Va bene, il governo absburgico governa felicemente, cresce la produzione, i sudditi marciano inquadrati e coperti, non sono mai stati tanto bene, dicono. Un incremento annuo di quasi il sei per cento, figurarsi. E chi si lamenta più? Guardateli quanto sono belli, come saltabeccano dietro ai formaggini, come sorridono davanti ai dentifrici, come non fanno una piega, anche dopo ore di guida o dopo un lancio col paracadute. (cap. XV, p. 189)

ExplicitModifica

Ora sapete tutto. Sapete come si può ridurre un uomo costretto dall’oppressore all’esilio. Io guardo ancora dal finestrone, giù verso il gabellino, ma c'è più speranza che il segno mi venga? Una cosa è sicura, e io voglio che lo sappiano, tutti gli Staatsanwalt degli Absburgo. Il Piat che distrusse i loro carri e i loro cannoni l’ho lasciato al deposito. Ma il vecchio Mauser che mi fu compagno nelle cinque giornate l’ho con me, nascosto. Se mandano qua un altro loro aguzzino, io sono pronto ad aprire il fuoco.

Antistoria del Risorgimento. Daghela avanti un passo!Modifica

IncipitModifica

Anno nuovo vita nuova, si ripete ogni volta, e questo ormai è diventato un modo di dire, a cui si dà poca o nessuna importanza. Eppure quella volta i milanesi furono di parola. Tutti d'accordo: a Capodanno del Quarantotto si ripromisero di non fumare più. Basta coi sigari, basta con le pipe, basta con il macubino da annusare. Le sigarette a quei tempi non erano ancora state inventate: dovevano passare cinque anni, e scoppiare una guerra in Crimea perché nascesse l'abitudine «moderna» di avvolgere il tabacco nella carta.

CitazioniModifica

  • Roma, sosteneva Garibaldi, la si poteva difendere meglio portando la guerriglia nelle campagne, dove c'era modo di manovrare e insieme di vettovagliarsi e di fare insorgere contado e villaggi. E quando Roma, alla fine di quel giugno, dovette capitolare, il solo a non arrendersi fu proprio lui: con quattromila uomini al suo diretto comando, uscì dalla città, deciso a continuare la lotta: «Ovunque noi saremo, sarà Roma». (cap. 3, p. 64)
  • Chi visiti minutamente il nostro paese, guardando le lapidi apposte sui muri, avrà la sensazione – e qualcuno lo ha anche detto – che questo Garibaldi sia stato dappertutto, abbia soggiornato in ogni villaggio d’Italia. Ebbene, questo è vero: Garibaldi fu dappertutto, e in ogni luogo lasciò di sé un ricordo animatore. Il giorno della riscossa, saranno in molti ad accorrere dietro le sue bandiere, proprio perché avevano avuto modo, in quell'infausto '49, di conoscerlo e di amarlo. (cap. 4, p. 71)
  • Cavour, all’annuncio dell’armistizio [di Villafranca], perse le staffe e disse al re [Vittorio Emanuele II] che bisognava continuare la guerra da soli. Per fortuna il re ebbe il buon senso di negare, e il diabolico conte diede le dimissioni. Frattanto Napoleone III se ne tornava a casa sua. Ma lasciava in Italia duemila morti. I loro nomi sono scritti, dal primo all’ultimo, sul piedistallo del monumento che all’imperatore eressero i milanesi. Li possiamo leggere ancora, al parco: quattro generali, una decina di colonnelli, una trentina di altri ufficiali, centinaia di umili soldati. Non tutti si chiamano, di nome, Jean, o Pierre, o Auguste. No, ce ne sono di quelli, e non pochi, che si chiamano Alì, Mohammed, Gamal. Tutti nati in Algeria: costituivano i reparti di prima schiera, e venivano chiamati zuavi. È bene rammentarselo: all’unità d’Italia hanno contribuito anche loro. (cap. 6, p. 91)
  • [I soldati borbonici dopo la battaglia di Calatafimi] Ebbero la malaugurata idea di passare per Partinico, un paese, allora e ancor oggi, dove la vita d’un uomo costa abbastanza poco. I partinicotti avevano preparato un’imboscata in piena regola (a questo tipo di guerra erano abituati) e trucidarono una quarantina di cacciatori. La reazione dei superstiti fu violentissima e crudele, sulle donne e sulle case. Quando Garibaldi entrò in paese, trovò uno spettacolo atroce: incendi, cadaveri fatti a pezzi, bruciati. «Sarebbe stato meglio», scrive Giuseppe Cesare Abba, «rompersi il petto, ma varcare la montagna, scansare Partinico». Garibaldi non volle vedere, si tirò il cappello sugli occhi e spronò il cavallo. Meglio scordare questo spettacolo tremendo, e marciare avanti. Verso Palermo! (cap. 8, p. 110)
  • Fu un gesto eroico, e non inutile, il sacrificio di Pilade Bronzetti, che con duecentocinquanta uomini appena tenne gli avamposti di Castel Morrone per più di quattro ore, dando modo a Garibaldi di rafforzare la linea in quel punto. (cap. 12, p. 143)

ExplicitModifica

Occupata Roma, il Risorgimento finiva. E gli italiani cominciavano a innalzare monumenti ai «padri della Patria», che uno alla volta abbandonavano questa nostra penisola tribolata e «miracolata». [...] A ciascuno il suo bel monumento, tutti ben alti sul loro piedistallo, da non poterli toccare con le nostre mani. E sarà fin troppo facile far credere che il Risorgimento sia stato possibile grazie all’opera concorde di questi uomini, e grazie allo «stellone» d’Italia. La verità, come abbiamo visto, è un’altra. La verità è che fra questi uomini spesso non vi fu concordia, ma avversione e odio, discrepanza e irresolutezza. La verità è che il Risorgimento fece l’Italia quale poi ce la siam trovata noi italiani, lacerata e divisa. Divisa fra italiani ricchi e italiani poveri. Fra italiani del Nord e italiani del Sud. Fra italiani dotti e italiani analfabeti. Tutte divisioni che oggi noialtri italiani, faticosamente, penosamente, stiamo cercando di colmare. Ma per far questo dobbiamo sapere la verità su come l’Italia fu fatta. Dobbiamo insomma studiare sul serio la storia di quel «miracolo» che fu il nostro Risorgimento.

Incipit di Natale con il mieleModifica

Un giorno, inquadrati per tre e con le scarpe lucide, come se fosse un normale servizio, una corvée, ci portarono al castello di Oria.[11]

NoteModifica

  1. Citato in Massimo Raffaeli, Luciano Bianciardi, anarchico e santo impossibile, Rep.repubblica.it, 7 marzo 2018.
  2. Da Il lavoro culturale; citato in Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, Feltrinelli, Milano, 2011, p. 38.
  3. Da L'integrazione, cap. II.
  4. Da Aprire il fuoco; citato in Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, Feltrinelli, Milano, 2011, p. 230.
  5. Da Censura al tricolore ne Le Ore del 9 gennaio 1964.
  6. Da Il convitato di vetro: Telebianciardi, ExCogita, 2007, p. 172. ISBN 9788889727362
  7. Da Viaggio in Barberia.
  8. Da un'intervista andata in onda nel programma televisivo Blob, Rai 3, 31 agosto 2007; riportata in Luciano Bianciardi su Bruno Tasso: «Tradurre è un mestiere micidiale».
  9. Da La battaglia soda, cap. VIII, ne L'antimeridiano, vol. I.
  10. Proposta per sfruttare la frenesia d'acquisto caratteristica dei primi supermercati, uno dei quali apre sotto la casa del protagonista.
  11. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

BibliografiaModifica

  • Luciano Bianciardi, La vita agra, Bompiani, Tascabili, 1962. ISBN 9788845249112.
  • Luciano Bianciardi, Aprire il fuoco, Rizzoli, 1969.
  • Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Universale economica, 2007². ISBN 9788807814617.
  • Luciano Bianciardi, L'antimeridiano. Opere complete, a cura di Luciana Bianciardi, Massimo Coppola, Alberto Piccinini, Isbn Edizioni, 2005.
  • Luciano Bianciardi, L'integrazione, Bompiani, 1960.
  • Luciano Bianciardi, Viaggio in Barberia, EDT, 2003.
  • Luciano Bianciardi, Antistoria del Risorgimento. Daghela avanti un passo!, Edizioni minimun fax, Roma, 2018, ed.digitale. ISBN 9788833890005.

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