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John Foster Dulles

John Foster Dulles (1888 – 1959), politico statunitense.

Citazioni di John Foster DullesModifica

  • La Russia si è servita sovrattutto di forze morali e psicologiche per estendere la sua dominazione, e non già dell'Armata rossa. Non si vede perché anche gli S. U. non dovrebbero servirsi delle stesse forze per disintegrare il blocco sovietico senza ricorrere alla guerra o alla rivolta prematura delle popolazioni, che sarebbe soffocata nel sangue. Ripeto che coloro che negano questa possibilità non sanno cosa affermano. Il conflitto che divide il mondo è e rimarra inconciliabile. Nessuna cooperazione colla Russia sarà possibile, finché essa cercherà di estendere il suo dominio al mondo occidentale.[1]
  • L'unione fra Russia e Cina è un'alleanza diabolica, e noi non possiamo tollerarla.[1]
  • Gli Stati Uniti ritengono che la minaccia contro l'Indocina da parte dell'imperialismo comunista non deve essere accettata passivamente, ma deve venir affrontata con un'azione unita. Ciò può richiedere un rischio molto grave, ma questo rischio è assai minore di quelli che dovremmo affrontare entro pochi anni, se non osiamo esser abbastanza risoluti oggi.[2]
  • Gli Stati Uniti andranno a Ginevra per contribuire allo sforzo di costituire una Corea unificata ed indipendente, chiedendo il ritiro dell'esercito invasore della Cina comunista. E inoltre con l'obbiettivo di convincere i comunisti cinesi ad accorgersi del pericolo implicito nel loro evidente piano di impadronirsi di tutta l'Asia sud-orientale, in modo che essi possano porre termine alla loro aggressione. Noi non siamo e non dobbiamo essere disposti ad accettare le loro promesse di futura buona condotta, in cambio di vantaggi immediati.[2]
  • Se i cinesi inviassero il loro esercito nell'Indocina, si potrebbero avere reazioni non limitate soltanto all'Indocina.[3]
  • Le violente battaglie ora in corso non creano uno spirito di sconfitta. Al contrario, spingono le nazioni libere ad adottare misure, che speriamo saranno sufficientemente tempestive e vigorose per preservare queste importanti zone dalla dominazione comunista. In questa via sta la migliore speranza di giungere, a Ginevra, al ripristino della pace con libertà e giustizia.[4]
  • I sovietici hanno paura della libertà perché la libertà è contagiosa, perché la libertà comporta diversità di sistemi di vita e non la conformità che è l'ideale del comunismo. Fine ultimo della politica sovietica è la "amalgamazione di tutti i popoli" chiesta da Lenin e da Stalin. Perciò noi dobbiamo renderci conto, quando trattiamo con Mosca o con i suoi satelliti, che abbiamo di fronte un monolitico sistema politico, i cui dirigenti sanno di poter sopravvivere soltanto se riusciranno a distruggere la libertà di tutti i popoli. La mia non è una diagnosi pessimistica, ma realistica. L'unico modo per far mutare d'opinione i dirigenti sovietici, è di schierare davanti a loro una forte e bene organizzata opposizione.[5]
  • Anche se l'intera Indocina sarà conquistata dai comunisti, gli Stati Uniti continueranno a tentare di salvare il resto dell'Asia sud-orientale, internazionalizzandone le difese mediante la costituzione del Patto del Pacifico. Ma deve essere ben chiaro a tutti che la proposta nuova alleanza impegnerà tutte le nazioni aderenti, inclusi gli Stati Uniti, a combattere se i comunisti continueranno a sviluppare la loro aggressione.[6]
  • I successi, già realizzati dai comunisti nell'Asia, si debbono considerare come teste di ponte per nuove conquiste.[7]
  • Tengo a precisare che gli Stati Uniti non hanno assolutamente alcun interesse o mira territoriale nell'Asia sud-orientale. Tuttavia noi ci sentiamo legati per un senso di comune destino con quelli in cui vita ed interessi sono per natura associati alla regione. Noi ci sentiamo uniti a loro da un pericolo comune, da un pericolo che deriva dal comunismo internazionale e dalle sua insaziabili ambizioni... Bisogna che ci teniamo bene in mente che dovunque il comunismo riesce a realizzare dei successi, come in Indocina, esso ne fa una pedana di lancio verso nuove conquiste.[7]
  • Si impone ora una solidarietà di intenti da parte delle potenze occidentali, le quali dovrebbero affiancarsi all'Unione francese. In particolare, dovrebbero sentire tale dovere le potenze che hanno un interesse diretto e vitale nel mantenimento di quella zona sotto il controllo del mondo libero.[8]
  • I governi della Francia e degli «stati associati» non dovrebbero sentirsi soli in quest'ora della prova suprema. La minaccia comunista in Indocina è una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e per le nazioni amiche: Malesia, Tailandia, Indonesia, Filippine, Australia e Nuova Zelanda.[8]
  • I cinesi non sono ancora intervenuti in Indocina, ma abbiamo le prove che essi si sono paurosamente avvicinati ad un intervento, il quale potrebbe condurre da parte nostra ad una massiccia rappresaglia non limitata al territorio indocinese.[8]
  • Dopo la seconda guerra mondiale, quindici Nazioni asiatiche e africane hanno conquistato l'indipendenza con l'aiuto morale e politico degli Stati Uniti. [...] In contrasto con ciò vi è la politica dei comunisti russi e cinesi che hanno assorbito i loro vicini o li hanno soggiogati ogni volta che è stato loro possibile.[8]
  • I comunisti si oppongono a ogni organizzazione di sicurezza collettiva in Asia, perché ciò ostacola i loro piani aggressivi. [...] È dunque importante per noi rafforzare non soltanto gli aspetti della nostra organizzazione, per scoraggiare l'aggressione, ma anche quelli che aiutano i suoi membri a lottare contro la sovversione ed a preparare delle società esenti da ogni influenza comunista. Se si esaminano i risultati ottenuti in questo senso dal Seato negli ultimi anni, vi è motivo di essere soddisfatti, tanto più che di tali risultati si sono avvantaggiati non soltanto i Paesi dell'organizzazione, ma pressochè tutti i Paesi di questa parte del mondo.[9]
  • Fintanto che il comunismo persegue i suoi piani politici di distruzione gli Stati Uniti non possono che continuare a lottare contro di esso nel mondo libero, con mezzi pacifici, nell'onore e con prudenza.[10]

Risposta a Molotov

Dulles denuncia all'Onu la minaccia del comunismo, La Stampa, 24 giugno 1955

  • C'è un metodo estremamente semplice per porre fine a quella che è chiamata la «guerra fredda»: rispettare la Carta delle Nazioni Unite, astenersi dall'uso della forza o della minaccia della forza nelle relazioni internazionali e dell'appoggio ai movimenti che mirano a sovvertire le istituzioni di altri Paesi. Non sono necessari sette punti per mettere fine alla guerra fredda. Bastano questi.
  • Esistono nell'Europa orientale delle nazioni, alcune delle quali con un glorioso passato nazionale, che vivono in servitù. Esse sono state liberate da un dispotismo solo per diventare soggetta ad un altro dispotismo, in violazione di solenni impegni internazionali.
  • Non possiamo dimenticare la esistenza di quell'apparato che è il comunismo internazionale. Esso costituisce una cospirazione su basi mondiali mirante a portare al potere governi che mai, in nessun Paese, in nessun tempo, sono stati liberamente scelti dal popolo, governi che distruggono la realtà dell'indipendenza.

NoteModifica

  1. a b Citato in Foster Dulles espone la sua politica, La Stampa, 16 gennaio 1953
  2. a b Citato in Continuerà la difesa dell'Indocina e il governo cinese non sarà riconosciuto, La Stampa, 30 marzo 1954
  3. Citato in Grave monito di Foster Dulles contro l'intervento della Cina comunista, La Stampa, 6 aprile 1954
  4. Citato in Fiduciose dichiarazioni di Foster Dulles, La Stampa, 20 aprile 1954
  5. Citato in Foster Dulles denuncia i comunisti per attentato alla libertà dei popoli, La Stampa, 29 aprile 1954
  6. Citato in La salvezza dell'Indocina è "importante, non essenziale", La Stampa, 12 maggio 1954
  7. a b Citato in Discorso di Dulles alla conferenza di Manila, La Stampa, 6 settembre 1954
  8. a b c d Citato in Dulles minaccia un intervento in Indocina e attacchi atomici contro la Cina popolare, La Stampa, 6 aprile 1955
  9. Citato in Dulles espone il suo piano contro il comunismo in Asia, La Stampa, 7 marzo 1956
  10. Citato in Dulles è contrario a trattare con l'Urss, La Stampa, 18 dicembre 1957

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