Ippolito Pindemonte

poeta e letterato italiano

Ippolito Pindemonte (1753 – 1828), poeta e scrittore italiano.

Ippolito Pindemonte

Citazioni di Ippolito PindemonteModifica

  • Melanconia, | ninfa gentile, | la vita mia | consegno a te. | I tuoi piaceri | chi tiene a vile, | ai piacer veri | nato non è. (da La Melanconia, IV, in Poesie Campestri)
  • Son cari a Bacco questi colli, e cara | questa fonte alle Naiadi è non meno. | Se troppo di quel Nume hai caldo il seno, | tu con quest'acque a rinfrescarlo impara. (Inscrizione sopra una fonte)
  • Un mucchio d'ossa | sente l'onor degli accerchianti marmi | o de' custodi delle sue catene | cale a un libero spirto? (da I sepolcri, 40-43)

Elogi di letterati italianiModifica

  • [...] Giuseppe Torelli questo ci offre di singolare in sé stesso, che sino agli ultimi dì passò dall’arte de' versi alla scienza della quantità, e da questa ritornò a quella con una facilità incomparabile: al che se aggiungiamo, che cognizion di più lingue e letterature, erudizion generale, e fino gusto per le belle arti era in lui, s’intenderà leggermente, quanti tornar dovessero, e quanti vari i suoi intellettuali piaceri. (vol. II, p. 93)
  • I versi del Torelli alla sua prosa non cedono, se io m'appongo; benché, soddisfacendo agli altri, paresse non soddisfar bastantemente a sé stesso, pochi essendo, e brevi la più parte, i componimenti poetici che di lui abbiamo. Tutti del resto in volgare; ed è una certa maraviglia che, amando egli d'esercitarsi più nella latina prosa, che nell'italiana, e anco esercitandovisi meglio, un sol verso latino non si vedesse uscirgli mai dalla penna. (vol. II, p. 106)
  • [Giuseppe Torelli] Fu di mezzana statura, di faccia accesa e regolare, di fronte larga, d'occhi neri e vivaci, e nel tempo stesso di fisonomia grave, pensosa e meditativa. Benché sembrasse parlar volentieri con tutti, e a tutti, quanto ragion vuole, s'accomodasse, pur si vedea che non intertenevasi con piacere se non tra persone che in qualche arte o scienza si dilettassero; non già che in ogni uomo esigesse il sapere, ma del sapere almeno esigea la stima ed il desiderio. (vol. II, p. 133)

Incipit di alcune opereModifica

ArminioModifica

Far riviver gli estinti, e i prischi Eroi
Condurre a passeggiar tra pinte scene,
E a lor dar voce, che di lor sia degna;
Metter su gli occhi di chi ascolta il pianto,
Del non vero creando ambascia vera;
E alzar gli spirti, e col piacer cercato
La virtù non cercata indur ne' cori:
Questo io prima insegnai d'Ilisso in riva.

I cimiteriModifica

Le anguste case e i bassi e freddi letti
Ove il raggio del sol mai non penètra,
E quella che Verona ai suoi negletti
Figli concede ultima stanza tetra,
Pria che a terra me pur la Parca getti,
Metter vogl'io su la sdegnata cetra.
Vieni, o Dea, vieni a me dal tuo Permesso,
E il crin mi cingi di feral cipresso.

I sepolcriModifica

AL CORTESE LETTORE,

IPPOLITO PINDEMONTE

lo avea concepito un Poema in quattro Canti e in ottava rima sopra i Cimiteri, soggetto che mi parea nuovo, dir non potendosi che trattato l'abbia chi lo riguardò sotto un solo e particolare aspetto, o chi sotto il titolo di sepolture non fece che infilzare considerazioni morali e religiose su la fine dell'uomo. L'idea di tal Poema fu in me destata dal Camposanto ch'io vedea, non senza un certo sdegno, in Verona. Non ch'io disapprovi i Campisanti generalmente; ma quello increscevami della mia patria, perché distinzione alcuna non v'era tra fossa e fossa, perché una lapide non v'appariva, e perché non concedevasi ad uomo vivo l'entrare in esso. Compiuto quasi io avea il primo Canto, quando seppi che uno scrittore d'ingegno non ordinario, Ugo Foscolo, stava per pubblicare alcuni suoi versi a me indirizzati sopra i Sepolcri. L'argomento mio, che nuovo più non pareami, cominciò allora a dispiacermi, ed io abbandonai il mio lavoro. Ma leggendo la poesia a me indirizzata, sentii ridestarsi in me l'antico affetto per quell'argomento; e sembrandomi che spigolare si potesse ancora in tal campo, vi rientrai, e stesi alcuni versi in forma di risposta all'autor de' Sepolcri, benché pochissimo abbia io potuto giovarmi di quanto avea prima concepito e messo in carta su i Cimiteri.

La fata MorganaModifica

Temira, udisti mai la meraviglia,
Che nel Siculo mare a i giorni estivi
Tra il lito di Messina e quel di Reggio
Il fortunato passeggier consola?
Su la cetra io l'ho posta; odila: quando
L'ora, e il loco al cantar ne invita, e quando,
Come tutto è quaggiù mutabil cosa,
Più di me non ti piace ormai che il canto.

BibliografiaModifica

  • Ippolito Pindemonte, Arminio, stamperia Klert, Filadelfia [i.e. Pisa], 1804. (e-book Liber Liber)
  • Ippolito Pindemonte, Elogi di letterati italiani, , vol. II, per Giovanni Silvestri, Milano, 18292.

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