Henry Fielding

scrittore, drammaturgo e giornalista inglese
Henry Fielding, 1743 circa

Henry Fielding (1707 – 1754), scrittore, drammaturgo e giornalista britannico.

  • Non fidarti mai di un uomo che ha motivo di sospettare che tu sai che lui ti ha fatto del male.[1]

Tom JonesModifica

IncipitModifica

Ada ProsperoModifica

L'autore dovrebbe considerare se stesso non come un gentiluomo che offra un pranzo in forma privata o d'elemosina, bensì come il padrone d'una taverna aperta a chiunque paghi. Nel primo caso, colui che invita offre naturalmente il cibo che vuole, e quand'anche questo sia mediocre e magari sgradevole ai loro gusti, gli ospiti non debbono protestare; ché l'educazione impone loro d'approvare e lodare qualunque cosa venga loro posta dinanzi. Proprio il contrario accade al padrone d'una taverna. Quelli che pagano vogliono dar soddisfazione al proprio palato, anche quando questo sia raffinato e capriccioso, e se non è tutto di loro gusto, si sentono in diritto di criticare, di protestare, d'imprecar magari contro il pranzo, senz'alcun ritegno.

Decio PettoelloModifica

Un autore dovrebbe considerarsi, non come un signore che dà un banchetto privato o di beneficenza, ma piuttosto come uno che tiene un pubblico ristorante. Nel primo caso, si sa, chi offre il banchetto sceglie lui i cibi, e anche se sono poco attraenti o affatto sgradevoli al palato dei commensali questi non debbono trovar nulla a ridire: anzi, la buona creanza impone loro di far mostra d'approvare e lodare tutto quel che viene loro messo dinanzi. Il contrario accade col padrone d'un ristorante. La gente che paga quel che mangia esige d'accontentare il proprio palato per quanto delicato e capriccioso esso sia; e se c’è qualcosa che non piace reclama il diritto di criticare, insultare e mandare al diavolo, pranzo ed oste senza complimenti.

CitazioniModifica

  • I seguaci di Esculapio han ragione di avvertire che quando una malattia entra dalla porta, il medico deve essere introdotto dall'altra. (1997)
  • Prima di tutto, concediamo che molti animi, e forse anche quelli dei filosofi, sono immuni anche dalle minime tracce d'amore.
    In secondo luogo, quel che comunemente si chiama amore — cioè il desiderio di soddisfare un vorace appetito con una certa quantità di delicate e bianche carni umane — non è punto il sentimento su cui disputiamo. Questo è infatti più propriamente una fame; e, come nessun ghiottone ha vergogna di applicare la parola la parola amore al suo appetito e di dire ch'egli ama le tali e tali vivande, cosí l'amante di quella specie dice con ugual proprietà ch'egli ha fame delle tali e tali donne.
    In terzo luogo, concedo che l'amore di cui mi faccio avvocato, sebbene sia soddisfatto in maniera assai più delicata, tuttavia cerca anch'esso l'appagamento quanto i più grossolani nostri appetiti.
    Finalmente, questo amore, per il suo pieno appagamento, tende a chiamare in aiuto quella tal fame di cui parlavo, la quale, invece di scemare, ne accresce tutte le delizie — inimmaginabili da coloro che non sono mai stati suscettibili di nessun'altra emozione tranne quella che proviene dal solo appetito. (2003)
  • Quasi ogni dottore ha la sua malattia favorita. (2003)
  • [...] un far delle distinzioni dove non c'era differenza. (2003)
[...] a distinction without a difference.[2]

NoteModifica

  1. Da Jonathan Wild, III, 4; citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Ettore Barelli e Sergio Pennacchietti, BUR, 2013.
  2. Vedi anche (EN) voce del Wikizionario.

BibliografiaModifica

  • Henry Fielding, Tom Jones. Storia di un trovatello, traduzione di Ada Prospero, Garzanti, 1997.
  • Henry Fielding, Tom Jones, traduzione di Decio Pettoello, Feltrinelli, 2003

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