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Heinrich Mann

scrittore tedesco
Heinrich e Thomas Mann

Heinrich Johann Luiz Mann (1871 – 1950), scrittore tedesco.

  • [Hessling, al passaggio del corteo dell'imperatore Guglielmo II di Germania] Un'ebrezza più nobile e più sublime di quella che dà la birra lo sollevava sulla punta dei piedi e lo innalzava nell'aria. Egli agitava il cappello alto sopra tutte le teste, in una sfera di follia entusiatica, in un cielo dove muovono in giro i nostri sentimenti più esaltanti. Là, sul cavallo, sotto l'arco delle sfilate trionfali, con i tratti marmorei e folgoranti passava il Potere! Il Potere a cui baciamo i piedi se passa sopra di noi! Il Potere che calpesta la fame, la rivolta e il disprezzo! Colui contro cui non possiamo niente, perché tutti lo amiamo; che abbiamo nel sangue perché vi abbiamo la sottomissione! Noi siamo un atomo di lui, una infima molecola di qualche cosa che egli ha sputato! Ciascuno di noi è niente, ma in masse ordinate, come nuovi Teutoni, come esercito, come amministrazione, Chiesa, scienza, come organizzazione economica e associazioni del potere, noi ci innalziamo a piramide fino lassù, dove sta lui, pietrificato e folgorante! Noi viviamo in lui, ne siamo parte, spietati contro quelli che ne sono lontani e trionfanti anche se egli ci distrugge: perché è così che egli giustifica il nostro amore! (da Il suddito; citato in Alberto Tagliati, Adolfo Hitler si mangia Carlo Marx, Historia, n. 244, 1978, Cino del Duca)

Incipit di L'angelo azzurroModifica

Bianca Cetti MarinoniModifica

Poiché il suo nome era Raat, tutta la città lo chiamava Unrat, Sporcizia. Veniva così spontaneo, così naturale. Ogni tanto capitava che questo o quel professore cambiasse soprannome; un nuovo scaglione di alunni entrava a far parte della classe, prendeva di mira con voluttà omicida un certo lato comico del profesore che non era stato messo abbastanza in rilievo dai compagni dell'anno prima, e ne sbandierava il nome senza pietà. Unrat, invece, il suo lo portava da molte generazioni, tutta la città ne era al corrente, i suoi colleghi lo usavano fuori dal liceo e anche dentro, non appena lui voltava le spalle. Le persone che ospitavano in casa propria gli scolari e ne sorvegliavano gli studi, parlavano in presenza dei loro pensionati del professor Unrat. E il bell'ingegno che avesse cercato di studiare con occhio nuovo e di battezzare in altro modo l'ordinario della prima liceo non sarebbe riuscito a spuntarla. se non altro perché l'appellativo suscitava ancora nel vecchio insegnante la stessa reazione di ventisei anni prima. Bastava che nel cortile della scuola, non appena lo vedeva venire, uno gridasse:
«Non sentite odor di sporcizia?»
Oppure:
«Ehi, che odore di sporcizia!»
E subito il vecchio scrollava convulsamente la spalla, sempre la destra, che era più alta, e da dietro gli occhiali lanciava di sbieco un'occhiata piena di bile che gli studenti definivano perfida, e che era invece pavida e vendicativa: l'occhiata di un tiranno dalla coscienza poco tranquilla, che cerca di scoprire i pugnali tra le pieghe dei mantelli. Il suo mento spigoloso, a cui si attaccava una barbetta tra il giallo e il grigio, tremava con violenza. Contro l'alunno che aveva urlato la frase «non aveva prove» e non gli restava che tirar di lungo sulle gambe magre dalle ginocchia curve sotto il suo bisunto cappellaccio da muratore.
[Heinrich Mann, L'angelo azzurro (Professor Unrat), traduzione di Bianca Cetti Marinoni, Garzanti, Milano 1966]

Anna RealiModifica

Dato che si chiamava Raat, la città intera lo chiamava Unrat, Spazzatura[1]. Niente veniva più facile e naturale. Capitava di tanto in tanto che questo o quel professore cambiasse di pseudonimo. Andava così: arrivava in classe un nuovo gruppo di alunni, con istinto omicida scopriva nell'insegnante un lato ridicolo non ancora apprezzato a dovere dai compagni dell'anno prima, e non si faceva scrupolo di chiamarlo per nome. Unrat però portava il suo da parecchie generazioni, era noto a tutta la città, i colleghi lo usavano fuori e anche dentro il liceo, non appena lui voltava le spalle. Quelli che tenevano a pensione gli alunni e li seguivano negli studi parlavano in presenza dei loro ospiti del professor Unrat. La testa fina che avesse voluto guardare con occhi nuovi il docente del quinto ginnasio[2] per affibbiargli un altro soprannome non ci sarebbe mai riuscita, se non altro perché l'appellativo abituale aveva sul vecchio insegnante lo stesso effetto di ventisei anni prima. Bastava gridarsi l'un l'altro nel cortile della scuola quando passava:
«Non c'è puzza di spazzatura qui?».
Oppure:
«Oh oh! Mi sembra di sentire odor di spazzatura!».
E subito il vecchio scrollava la spalla, sempre la destra ch'era troppo alta, e dagli occhiali mandava di traverso uno sguardo rabbioso, che gli alunni definivano subdolo, e che invece era pavido e vendicativo: lo sguardo di un tiranno con la coscienza sporca, che scruta tra le pieghe dei mantelli nel timore di trovarci un pugnale. Il suo mento spigoloso, colla barbetta rada e giallognola, si agitava convulso. Non poteva «provare niente» contro l'alunno che aveva gridato e non gli restava che trascinarsi sulle gambe magre e ricurve, con in testa il cappellaccio unto da muratore.

Giulio SchiavoniModifica

Dato che si chiamava Raat, in tutta la scuola lo chiamavano Unrat, ovvero Spazzatura. Niente di più spontaneo e di più naturale. Gli altri professori, di tanto in tanto, vedevano mutare il proprio nomignolo; arrivava nella classe un nuovo scaglione di allievi, si accaniva sadicamente a scoprire in questo o quel docente qualche lato comico non ancora sufficientemente messo in risalto dallo scaglione precedente, e gli affibbiava senza pietà un inedito nomignolo. Il suo, invece, Unrat ce l'aveva da parecchie generazioni; era ormai familiare all'intera città; i suoi colleghi lo usavano non solo fuori dal Liceo, ma anche dentro, non appena lui voltava le spalle. Le persone che avevano degli allievi come pigionanti in casa e li spronavano negli studi parlavano con loro tranquillamente del professor Unrat; e il bello spirito che avesse tentato di osservare con rinnovata attenzione e quindi di marchiare con un nuovo epiteto il titolare di cattedra della prima liceo avrebbe fatto un buco nell'acqua, non foss'altro per il fatto che l'epiteto consueto continuava a suscitare nel vecchio professore la stessa reazione di ventisei anni addietro. Bastava che nel cortile della scuola, quando lui passava, due allievi si dicessero ad alta voce:
«Non senti puzza di immondizia?»;
oppure:
«Ehi, sto fiutando spazzatura!»
Subito, allora, il vecchio alzava di scatto la solita spalla, ossia la destra – ch'era già alta più del normale – e, attraverso gli occhialini, lanciava un'occhiata biliosa che gli allievi definivano infida, e che era invece timorosa e vendicativa: lo sguardo di un tiranno dalla coscienza poco tranquilla, il quale sotto le pieghe di ogni mantello sospetta la presenza di un pugnale. Il suo mento spigoloso, con la rada barbetta giallognola tutta brizzolata, tremava in preda a un moto convulso. Ma, non potendo avere le prove contro l'allievo che aveva urlato quella frase, era costretto a tirare diritto, sulle sue magre gambe ricurve, a testa bassa sotto il bisunto cappello da muratore.
[Heinrich Mann, professor Unrat (L'Angelo Azzurro), traduzione di Giulio Schiavoni, Mondadori, Milano 2014]

Citazioni su Henrich MannModifica

  • Trent'anni prima dell'avvento al potere di Hitler, lo scrittore Heinrich Mann, uno dei padri del romanzo realista tedesco, tratteggiò il colorito personaggio di Diedrich Hessling, interprete del suo «Il suddito», dato alle stampe nel 1914. Questo signor Hessling, dottore in chimica, è l'archetipo di quello che sarà, di lì a pochi decenni, il tedesco sotto il nazismo. (Alberto Tagliati)

NoteModifica

  1. Unrat significa "spazzatura", ma anche "sporcizia", "escremento". Da qui il gioco di parole col cognome del professore. (N.d.T.)
  2. Nel sistema scolastico tedesco la Untersekunda è propriamente la sesta classe del liceo, che prevede un totale di nove classi. (N.d.T.)

BibliografiaModifica

  • Heinrich Mann, L'angelo azzurro (Professor Unrat), traduzione di Bianca Cetti Marinoni, Garzanti, Milano 1966.
  • Heinrich Mann, L'angelo azzurro, traduzione di Anna Reali, Newton Compton, 1995.
  • Heinrich Mann, Professor Unrat (L'angelo azzurro), traduzione e cura di Giulio Schiavoni, Postfazione di Antonino Ferro, I Meridiani, Mondadori, Milano 2014.

Voci correlateModifica

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