Guglielmo De Sanctis

pittore e scrittore d'arte italiano
De Sanctis, Mrs. Cleveland (1868)

Guglielmo De Sanctis (1829 – 1911), pittore e scrittore d'arte italiano.


Tommaso Minardi e il suo tempoModifica

IncipitModifica

Fin da giovanetto ebbi sempre venerazione grande verso gli uomini di singolare ingegno; era per me dolcezza infinita leggere biografie e raccogliere ritratti d'illustri viventi, e mi sentiva lietissimo quando poteva conoscere taluno di essi di persona, o almeno di vista. Questo naturale sentimento mi faceva più vive notare le impressioni che ne riceveva, così che più facilmente io riteneva i discorsi e i giudizi che udiva talvolta dalla loro bocca. Ma, certo, per nessun altro nutrii tanta stima ed affettuosa venerazione, quanta verso il mio maestro Tommaso Minardi.

CitazioniModifica

  • La rivoluzione politica dell' '89 in Francia[1], affatto pagana, e i mutamenti da essa cagionati in tutta l'Europa avevano ispirato l'odio, eziandio nelle arti, a tutto ciò che ricordasse il medio evo e il risorgimento dell'arte; non era accetto, se non quello, che riportasse l'immaginazione ai secoli di Bruto e di Epaminonda. (cap. 2, pp. 32-33)
  • In Italia come altrove, si propagò ben presto la moda del falso classicismo, ed entrarono per quella via il Benvenuti ed il Sabbatelli[2] in Firenze, il Bossi e l'Appiani a Milano e a Roma il Camuccini, i quali tutti nelle Accademie, con autorità assoluta, dettavano legge: nuova scuola, che era la negazione del sentimento italiano nell'arte. (cap. 2, p. 33)
  • A ventiquattro anni [Antonio Canova] ebbe la fortunata occasione di eseguire il monumento di Papa Ganganelli[3], nella cui opera si mostrò affatto innovatore. Al solito stile berniniano egli sostituì un fare più semplice, tanto nelle linee architettoniche, quanto negli atteggiamenti delle figure, e abbenché nell'aspetto generale quel monumento paresse cosa fredda, nulladimeno destò meraviglia, essendo come un ribellarsi al predominio dello stile barocco. (cap. 2, p. 35)
  • Il Canova seguì ne' suoi concepimenti lo spirito del tempo, intieramente pagano, e fondò una scuola incapace d'infondere nelle opere quello spiritualismo, che è proprio dell'arte cristiana, alla quale poi tornarono il Thorwaldsen ed il Tenerani[4]. (cap. 2, p. 36)
  • Osservando le antiche composizioni del Minardi, si può notare il vario e sempre migliore atteggiarsi del suo stile. Così vedi, in sul primo, aver egli trattato soggetti greci e romani con maniera, se vuoi, diversa dall'accademica, ma che ricorda tuttavia il fare statuario; quindi, a mano a mano, ispirarsi nella Bibbia, nel nuovo Testamento, nelle istorie del medio evo e ne' poeti classici latini e italiani, e vestire le sue composizioni con forme proprie al soggetto e derivanti dallo studio e dall'amore posto nei maestri del quattrocento. (cap. 2, p. 37)
  • [Gaspare Landi] [...] egli andava dicendo, essere pittore, più per forza del caso, che non dello studio. In verità le sue pitture mancano di corretto disegno e sono timidamente eseguite. Hanno tuttavia un colorito soave e lontano da quel modo crudo dei francesi di allora, onde ebbe il vanto di buon coloritore. (cap. 3, p. 46)
  • Questi [pittori] alemanni erano chiamati col nome di nazzareni. Solevano portare lunghi capelli e la barba divisa. Negletti erano nel vestire, e perché portavano grosse scarpe, taluno per beffa dava loro anche l'appellativo di scarponi. (cap. 6, p. 66)
  • Essi [i nazareni] formavano una specie di setta, la quale faceva scopo della vita lo studio dell'arte, fuggendo qualunque ritrovo, o amena compagnia. L'unico loro sollazzo era il fare a quando a quando a piedi lunghe gite, e strada facendo giocare al giuoco della piastrella e alla fionda, esercizi usati dal nostro popolo secondo il fare antico. Tale austerità di vita dovette, al certo, sembrare strana alla maggior parte de' nostri artisti, in genere buontemponi, i quali erano soliti fare baldoria e passare le prime ore della sera in qualche osteria con la pipa in bocca, mescendo tra un bicchiere e l'altro ogni sorta di piacevolezze. (cap. 6, p. 66)
  • [Bartolomeo Pinelli] La sera era solito passarla nell'osteria del Gabbione, vicino a fontana di Trevi, seduto sopra una panca fra due cani mastini, suoi fedeli compagni, ora assorto nella lettura, ora divertendosi a schizzare disegni in un libretto, che portava sempre seco, ora discorrendo con certi suoi compagni e sorbendo, a ogni pausa, un bicchiere di vino buono. In quel luogo fu talune volte sorpreso da ricchi signori d'oltr'Alpe, attirati dalla curiosità di quivi incontrare il Pinelli, o dal desiderio di chiedere a lui qualche lavoro, che egli si faceva pagare a caro prezzo. (cap. 6, p. 67)
  • Ma per quanto fossero grossi i guadagni, non di rado [Bartolomeo Pinelli] si trovava nelle maggiori strettezze a cagione del suo vivere disordinato, sicché spesso era costretto a ricorrere agli amici, o darsi in mano agli usurai, che, con pochi scudi, carpivano a lui i migliori frutti del suo ferace ingegno. (cap. 6, p. 67)
  • Ben si può dire che dai trentacinque anni sino agli ultimi della vita, [Tommaso Minardi] altro non fece che andar dietro alla sua immaginazione di poeta, ora macchiando bozzetti, ora disegnando figure, edifici, paesaggi, e sciupando così la vigoria dell'ingegno. E perciò lo vedevi spesso iroso e come tormentato da continuo rammarico. Più volte l'ho udito prorompere in fieri lamenti per il tempo così vanamente perduto, e sdegnare le lodi che gli erano tributate e che a lui suonavano come acerbi rimproveri. (cap. 7, p. 73)
  • Il Minardi quando era costretto a dipingere, diveniva taciturno e preoccupato. Recavasi assai per tempo allo studio e si gingillava un poco in piccole faccende; accendeva la pipa, si poneva a disporre i colori sulla tavolozza, indi a preparare la tinta locale, come dicono gli artisti, poi le ombre, i chiari e due mezzi toni, tendenti l'uno al turchinaceo, l'altro al violetto, per intrometterli nelle mezze tinte delle carni. Perciocché è da sapere ch'egli per isfuggire il rancido, com'era solito designare l'intonazione che desse troppo nel giallo, si studiava di dare ai suoi dipinti un tono argentino, ispirandosi al fare guidesco[5]; sicché preparava i dipinti quasi a bianco e nero, facendo un poco più calda la parte della luce, poi, asciugato il lavoro, coloriva. (cap. 12, p. 141)

NoteModifica

  1. La rivoluzione francese del 1789.
  2. Leggi Luigi Sabatelli (1772–1850), pittore e incisore fiorentino, docente all'Accademia di Brera.
  3. Papa Clemente XIV, al secolo Giovanni Vincenzo Antonio Ganganelli (1705–1774).
  4. Scultori neoclassici, coevi del Canova.
  5. Alla maniera di Guido Reni.

BibliografiaModifica

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